Prova


Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)

venerdì 31 maggio 2013

Vendesi posto in Paradiso

Nel film Noi uomini duri, Pozzetto e Montesano sono due borghesi alle prese con una spaventevole scuola di sopravvivenza. Non mangiano da giorni e durante un’esercitazione s’imbattono in un cascinale immerso nel bosco. L’olfatto li guida fin sulla soglia della porta. In cucina ci sono tre persone sedute a tavola. I due bussano ed entrano. Gli occhi sgranati fissano le prelibatezze deposte sul desco e appese alle pareti. Prende la parola Pozzetto: «Buongiorno, siamo due turisti viandanti alla ricerca dei cibi genuini. Compriamo tutto, prosciutti, salsicce, salami, conigli, galline, e anche roba sciolta…, minestre, pane. E poi non badiamo a spese». Una donna anziana gli risponde: «Mi dispiace, ma proprio non si può…». Al che, disperato e dunque leggermente incazzato, interviene Montesano: «E lo so, ma anche se non fossero genuine, io prendo anche il sano prodotto industriale…!». E questa: «Non si può. La scuola c’ha imposto di non vendere nulla agli allievi». A questo punto prende nuovamente la parola Pozzetto, che tra i due è il più deciso (e facoltoso): «Scusate, ogni cosa ha il suo prezzo: per esempio, le due minestre lì, centomila non va bene?». «No…». «Centocinquanta? Duecento?». «Ho detto di no…». «Allora non avete capito niente: cià, cosa costa la baracca…?».
Ogni cosa ha il suo prezzo: grande verità. Verità che associata a grandi idee può davvero dar vita a delle trovate straordinarie. Tipo Antonio de Curtis, in arte Totò, che vende la Fontana di Trevi all’italio-americano Decio Cavallo. Un pezzo d’antologia cinematografico (Totòtruffa, 1962). Recentemente tuttavia, la pur geniale pensata di Totò, è stata - se ci è concesso - ampiamente superata. Ari Mandel, un trentenne ebreo di New York, ha pensato bene di mettere in vendita su E-Bay niente meno che “un posto garantito in Paradiso”. Ovvero il suo. Che genio…! In effetti visto che ogni cosa ha un prezzo, perché non vendere anche l’accesso diretto al Paradiso. Che poi, ad essere proprio sinceri, non è che la trovata sia proprio originalissima: basta conoscere un po’ di storia medievale della Chiesa per rendersi conto che le indulgenze a pagamento erano il sistema più diretto per varcare la soglia della beatitudine. Sulla carta, naturalmente. E così Ari Mandel, ex seminarista di una scuola rabbinica ed ultraortodosso (indi per cui sicuramente destinato alla vita eterna...), ha aperto un account su E-Bay, e ha inserito l’inserzione: “My Portion in Olam Habaah (Heaven)”, ovvero il mio posto in Paradiso. Prezzo base? Pochissimo: 99 centesimi. D’altra parte come si fa a speculare sull’anima? Ma ciò che era cominciato come un gioco, è presto diventato un affare serissimo, tanto che le offerte - sempre più a rialzo - hanno raggiunto la considerevole cifra di 100 mila dollari. A quel punto la faccenda non è più passata inosservata. Neanche ai responsabili del portale di vendite online. Tant’è vero che la pagina del buon Mandel, è stata immediatamente chiusa da E-Bay. Motivo? “We don’t allow listings that aren’t offering anything for sale or those that have intangible items”. Ovvero, non si possono mettere in vendita beni intangibili e immateriali. A questo punto però, il nostro inserzionista escatologico era già una star, tanto che la NBC News è corsa ad intervistarlo. A domande del cronista Mandel ha risposto: “Non avrei mai creduto che qualcuno avrebbe preso quella proposta sul serio”. Ed invece è esattamente ciò che è accaduto: 181 offerte di acquisto da tutto il Mondo, diverse centinaia di e-mail, telefonate e messaggi su Facebook. Un successo clamoroso. Sarà pure stato un gioco, ma sono assolutamente convinto che di fronte a tali cifre il buon Mandel avrà sicuramente pensato: “È fatta…”. In fin dei conti quanti ciarlatani si sono arricchiti vendendo pozioni magiche ed elisir di lunga vita? Bazzecole al confronto dell’eternità al cospetto dell’Altissimo.
Come che sia, la faccenda ha davvero dell’incredibile. Ormai sul serio si crede di poter comprare qualunque cosa col denaro. La salvezza sopra ogni cosa. La vita (e dunque la morte) ci fa talmente paura che siamo disposti a credere che persino il posto in Paradiso sia in vendita. Ma facendo ciò, intrinsecamente, rinunciamo a vivere. Se pensiamo di poter programmare tutto, di non correre mai rischi, di garantirci sempre il meglio e dunque di prenotarci perfino un biglietto di prima classe per l’estremo viaggio, significa che siamo davvero al capolinea. Mercoledì scorso è morta Franca Rame. Moglie, compagna e collega di tutta una vita di Dario Fo. Mi sono chiesto, come si può sopravvivere ad una perdita di questo genere? Come si può amare tanto una persona e sapere al contempo che prima o poi la perderai? O lei perderà te? E così mi è tornato in mente una frase del film Viaggio in Inghilterra: “Why love, if losing hurts so much? I have no answers anymore: only the life I have lived. Twice in that life I’ve been given the choice: as a boy and as a man. The boy chose safety, the man chooses suffering. The pain now is part of the happiness then” (Perché amare se perdere fa così male? Non ho più risposte: solo la vita che ho vissuto. Due volte nella mia vita ho potuto scegliere: da bambino e da adulto. Il bambino scelse la sicurezza, l’adulto sceglie la sofferenza. Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri).
Già, il dolore: senza la felicità non ci sarebbe nemmeno il dolore. Due facce della stessa medaglia: la vita. Stamattina sul blog di Grillo c’era un post di Dario Fo. Racconta di un lavoro a cui stava lavorando Franca, un testo inedito che riprende un apocrifo relativo all’Antico Testamento. Siamo in Paradiso e il Padreterno chiede ad Adamo ed Eva di scegliere tra i frutti di due alberi: il primo regala l’eternità; l’altro conoscenza, sapienza e anche il dubbio. “Per quanto mi riguarda - grida subito Eva - io ho già deciso, personalmente scelgo il secondo albero, quello delle mele. Se devo essere sincera, Dio non offenderti, a me dell’eternità non interessa più di tanto, invece l’idea di conoscere, sapere, aver dubbi, mi gusta assai! Non parliamo poi del fatto di potermi abbracciare a questo maschio che mi hai regalato. Mi piace!!! Da subito ho sentito il suo richiamo e mi è venuto un gran desiderio di cingermi, oh che bella parola ho scoperto cingermi!, cingermi con lui e farci... come si dice?! Ah, farci l’amore! So già che questo amplesso sarà la fine del mondo! E ti dirò che, appresso, il fatto che mi toccherà morire davanti a tutto quello che ci offri in cambio: la possibilità di scoprire e conoscere vivendo… mi va bene anche quello. Pur di avere conoscenza, coscienza, dubbi e provare amore… ben venga anche la morte!”. Il Padreterno è deluso e irato quindi si rivolge ad Adamo e gli chiede con durezza: “E tu? Che decisione avresti preso? Parlo con te, Adamo sveglia! Preferisci l’eterno o l’amore col principio e la fine?” E Adamo quasi sottovoce risponde: “Ho qualche dubbio, ma sono molto curioso di scoprire questo mistero dell’amore anche se poi c’è la fine”.

Fonte: http://www.nbcnews.com/technology/oy-if-he-were-rich-man-not-selling-heaven-ebay-6C10115938
http://www.beppegrillo.it/2013/05/dario_per_franca.html#commenti

giovedì 30 maggio 2013

Il ritorno dei cavernicoli

Qualche mese fa Dominique (che non è una donna, come molti credono, ma un uomo… e pure con la barba) mi chiamò tutto euforico e mi disse: «Ohi, vai di corsa su youtube e clicca Movnat. È una figata: proprio quello che andiamo cercando noi…». Non gli detti molto retta, ad essere sincero: avevo altro per la testa in quel momento. Eppure, data la sua concitazione, avrei dovuto capire che si trattava di qualcosa di grosso. Dalle sue frasi s’intuiva che Movnat era qualcosa che aveva a che fare con la natura, con l’attività fisica, forse con le vacanze. Tutte parole che non dovrebbero lasciare indifferente un amante del genere qual’io sono. Il fatto è che ormai sono diventato talmente scettico e disincantato, che prima di dare retta a qualcuno, si trattasse anche del mio miglior amico, ci penso su tremila volte. Ieri però, ciondolando qua e là su internet, mi sono imbattuto in una serie di immagini davvero singolari: gruppi di uomini e donne, quasi completamente ignudi, alle prese con esercizi fisici nel bel mezzo di un bosco (o forse di una jungla cambogiana). La prima impressione è stata che si trattasse dei disperati partecipanti dell’ultima, meravigliosa edizione dell’Isola dei famosi. Ma mi sbagliavo. Costoro infatti non sono altro che alcuni dei nuovi, fortunatissimi adepti della “paleo - ginnastica”, ovvero l’ultima frontiera del fitness che sta impazzando negli Stati Uniti. I novelli cavernicoli infatti, abbandonate le agghiaccianti palestre al profumo di lavanda e mughetto, e lasciate alle spalle le anonime e costose beauty farm, hanno abbracciato con convinzione il nuovo verbo di Erwan Le Corre, fondatore di MovNat fitness system: per essi si è spalancato un universo sensoriale fatto di contatto con la natura, ritorno alle origini, fatica fisica in un contesto selvatico, ludico e a tratti fanciullesco. Ci si arrampica sugli alberi, ci si lancia pietroni da afferrare al volo (possibilmente non con la testa), si sale su impalcature di legno e ci si mette a testa in giù, si striscia nel fango. E poi si salta sui massi, si trasportano sulla schiena tronchi da due quintali, si sale sulla corda (insaponata), si corricchia nel sottobosco. Il tutto rigorosamente a piedi nudi. Anche se il terreno è cosparso di rovi, sterpi e spine acuminate. L’importante in altre parole, è mettersi alla prova come dei veri trogloditi. Sembra forte come esperienza, ma io li capisco. D’altra parte chi come me ha provato l’angoscia della cyclette o del vogatore davanti alla parete bianca, non può che apprezzare questa scelta di vita, questa voglia di evasione e di aria aperta. E già perché l’esperienza non è finalizzata esclusivamente all’esercizio e alla fatica fisica (sarebbe limitativo), ma intende mettere i partecipanti nelle condizioni di vivere una giornata da veri uomini primitivi. Un po’ come quel film degli anni ’80, Noi uomini duri, con Renato Pozzetto ed Enrico Montesano. Chi non ricorda i nostri eroi alle prese col ponte tibetano? (quello che s’avvolgeva improvvisamente intorno a Montesano, con effetto caramella). Le Corre afferma che ormai gli esercizi noiosi e ripetitivi delle palestre classiche hanno fatto il loro tempo (come dargli torto…) e che per sentirsi bene e in salute è necessario compiere movimenti diversi, esercizi che variano frequentemente, esattamente come quando eravamo bambini. In effetti i bambini corrono e giocano per ore, e per molti questo è il miglior esercizio che ci sia al mondo. Perché oltretutto diverte. I seguaci di questa moda inoltre sostengono che questo genere di attività, non solo ci permette di mantenere la linea, ma ci prepara altresì ad affrontare le diverse situazioni di tutti i giorni (arrampicarsi su un albero per sfuggire all’orso delle caverne; correre nella savana per non essere divorato dalla tigre dai denti a sciabola etc...). In effetti basta vedere il modo con cui un normalissimo cittadino si approccia, per esempio, a situazioni tipo accendere un fuoco, o tagliare la legna. È già tanto se non si affetta una mano o non diventa una pira umana…! L’esserci allontanati così tanto dallo stato di natura non ci ha fatto bene. Per non parlare dell’incapacità pressoché assoluta di districarci nei piccoli problemi quotidiani legati alla manualità. Nessuno più è capace di sgorgare un lavandino, sistemare una tapparella, riparare un qualsiasi oggetto rotto. Occorre il tecnico per tutto. Sempre che abbia tempo, s’intende. Qualche mese fa parlavo con un ragazzo rumeno. Era giunto alcuni anni prima in Italia (probabilmente clandestino). In breve tempo aveva cambiato tre o quattro lavori, fino a che non aveva trovato quello che faceva per lui. Muratore, idraulico, elettricista, meccanico, aveva fatto di tutto. Quando gli chiesi, ma scusa, come mai sei esperto di tutti questi mestieri, egli mi rispose: “Perché al mio paese tutti sanno fare un po’ di tutto. I bambini apprendono guardando i padri, gli zii e così via. Una volta adulti, non hanno bisogno di nessuno”. Che infondo era quello che succedeva anche da noi cinquant’anni fa.
Le Corre afferma che tutti siamo in grado di saltare, strisciare, arrampicarci: il nostro fisico è stato progettato per fare questo e molto altro ancora. Esattamente ciò che fanno tutti i bambini del mondo, a qualunque latitudine. Ed è ciò che dovremmo continuare a fare noi tutti, anche da adulti. Ottimo suggerimento, Erwan: da domani tutti al parco scalzi e in mutande. Io porta la clava, all’arco e alle frecce ci pensa Dominique.

Fonte: http://healthland.time.com/2013/01/18/we-tried-this-with-movnat-play-like-youre-a-kid-again/
https://www.youtube.com/watch?v=csWBf260ins

mercoledì 29 maggio 2013

Darwin aveva torto?

A dire il vero noi ce n’eravamo già accorti da un pezzo, e l’avevamo anche denunciato a più riprese da queste colonne. Di cosa stiamo parlando? Del crollo del Q.I. (quozienti intellettivo). Certo in mancanza di prove scientifiche non potevamo che arrivarci per deduzione. D’altra parte, quando dopo cinquemila anni di civiltà, si giunge a trascorrere ore ed ore della propria vita davanti ad una slot-machine, in attesa che escano tre prugne, c’è poco da dubitare. A darne notizia è la rivista scientifica Intelligence che nel numero di questo mese pubblica uno studio condotto dall’Università di Amsterdam, dall’Ateneo di Umea in Svezia e dall’University College di Cork. Secondo i ricercatori nell’arco di un secolo, o poco più, il quoziente intellettivo medio degli occidentali è diminuito di circa 14 punti. O perbacco, e noi che pensavamo di aver raggiunto l’apice della conoscenza e dell’apertura mentale - e dunque dell’intelligenza - grazie ai progressi della scienza e della tecnologia, oltreché a quelli legati alla miglior educazione, igiene e alimentazione. Tutte sciocchezze, a quanto pare. Comprese le teorie di James R. Flynn, il maggiore studioso del campo, secondo cui il Q.I. crescerebbe con il passare delle epoche ad un media di circa tre punti ogni decennio. Lo studio afferma che, a partire dalla fine dell’Ottocento, epoca di grande sviluppo delle capacità umane, è stato tutto un lento ed inesorabile decadimento dell’intelletto. In realtà, se vogliamo dare retta alle ultime teorie evoluzionistiche, il decadimento avrebbe radici assai più profonde, e andrebbe retrodatato ad un epoca addirittura preistorica. Vale a dire al momento esatto in cui i nostri antenati hanno smesso di essere dei semplici cacciatori-raccoglitori e, divenendo stanziali, hanno preso a trarre la loro sussistenza dall’allevamento del bestiame e dalla coltivazione della terra. Dove un tempo dunque la penuria di cibo e l’aleatorietà dell’esistenza garantivano la perfetta selezione genetica (solo i “migliori” sopravvivevano), con il sopraggiungere di una società diversa, basata su gruppi di individui più numerosi, più coesi e meglio organizzati, e dove la sicurezza e l’alimentazione erano più costanti e garantite, ecco che questo fattore si attenua e tendono a sopravvivere (e a tramandare i propri geni alla prole) anche i “peggiori”. Facendo un raffronto tra i dati odierni e quelli racconti a fine ‘800, pare che il Q.I. medio degli abitanti del mondo occidentale sia diminuito di 1,23 punti ogni decennio. Decadimento riscontrato peraltro anche nel test sulla reattività visiva: mentre nel 1889 un uomo rispondeva ad uno stimolo dopo 183 millesimi di secondo, nel 2004 il tempo era salito a 253 millesimi di secondo. E non si salvano nemmeno le donne (188 a 261) che pure, si sa, sono infinitamente più intelligenti degli uomini. A prescindere (?!?!?!). Ma alla domanda cosa esattamente spiega questo declino, cosa rispondono i ricercatori? Forse qualcosa che abbia a che fare con la facilità di accesso alle informazioni (basta un click per arrivare ovunque) che ha svilito il gusto e l’esercizio della ricerca e della conquista? No, tuttaltro, ecco come risponde Jan te Nijenhuis, docente di psicologia dell’University of Amsterdam: “Women of high intelligence tend to have fewer children than do women of lower intelligence”. Ovvero le donne più intelligenti fanno meno figli e ciò causa un abbassamento generale della media del livello intellettivo della popolazione. Il perché non è detto, ma forse si può intuire: grandi successi legati al proprio lavoro e al proprio intelletto, potrebbero (condizionale d’obbligo) far passare in secondo piano l’istinto della maternità. Rita Levi Montalcini una volta dichiarò in un’intervista di non nutrire alcun rimpianto per non avere avuto figli: «A mio padre, quando avevo sei anni, in un periodo tipicamente vittoriano, ho detto “io non mi sposerò e non avrò figli”. E lui rispose “non ti approvo, ma non posso impedirtelo”». Ciò non vuol dire ovviamente che solo le meno intelligenti fanno figli. A maggior ragione se diamo retta ad una ricerca condotta qualche anno fa dall’Università di Pittsburgh, che mise in correlazione l’intelligenza delle donne con il loro aspetto esteriore. Dai risultati emerse che le donne più formose, ovvero quelle caratterizzate da vita stretta e fianchi larghi, avevano un Q.I. superiore alle altre, soprattutto alle supermagre. Risultati speculari anche per i figli delle donne esaminate. La ragione di tutto ciò, secondo gli studiosi, andrebbe ricercata nel grasso presente attorno ai fianchi e alle cosce delle cosiddette “donne-clessidra”, garanzia di più alti livelli di Omega 3, un acido che è essenziale per lo sviluppo del cervello durante la gravidanza. Viceversa pare che il grasso attorno alla vita apporti maggiori livelli di Omega 6, un acido meno adatto allo sviluppo del cervello. È dimostrato scientificamente, peraltro, che gli uomini sono molto più attratti dalle donne-clessidra, piuttosto che da altri tipi. E la ragione sarebbe ancora una volta da ricercare nella storia dell’evoluzione: fianchi larghi erano garanzia di fertilità, propensione alla gravidanza e facilità per il parto. E dunque discendenza e sopravvivenza della specie.
E così non solo più belle e attraenti, ma anche più intelligenti e con figli geni. È proprio vero, “a chi tutto e a chi niente”.

Fonte:   http://www.huffingtonpost.com/2013/05/22/people-getting-dumber-human-intelligence-victoria-era_n_3293846.html

http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/donne-curve/donne-curve/donne-curve.html

martedì 28 maggio 2013

“La mancia, la lasciamo o no?”

La mancia, è una certa somma di denaro che viene elargita, oltre al dovuto, come ricompensa per il servizio prestato. Questa è la definizione classica che si trova sui dizionari. In subordine si parla di dono, regalo, ricompensa. Nell’antica Roma, a Ferragosto (feriae Augusti - riposo di Augusto) non solo non si lavorava, ma si svolgevano anche festeggiamenti e corse di cavalli alle quali partecipavano i rappresentanti delle classi più agiate. In tali circostanze i lavoratori facevano i loro auguri ai padroni e in cambio ricevevano dei quattrini, ovvero una mancia. La storia è una grande maestra di vita, e qua e là ricompare sempre una qualche traccia del passato. Fino ai primi decenni del ‘900, ad esempio in Lombardia e Piemonte esisteva l’usanza denominata “dà el faravóst” (dare il ferragosto), ovvero si elargiva una mancia (in denaro o generi alimentari) alle maestranze, da parte dei datori di lavoro, cosicché anche le famiglie dei lavoratori potessero trascorrere lietamente il giorno di Ferragosto. Molti tuttavia, ritengono che la mancia derivi da un’abitudine in voga nei tornei cavallereschi medievali: le dame che desideravano manifestare la propria predilezione per le gesta eroiche di un cavaliere, gli donavano le maniche del loro abito (manche, in francese). Pare che a quel tempo fossero staccabili. Come che sia, oggi la mancia è una presenza costante del nostro vivere quotidiano e, volenti o (più spesso) nolenti, con essa siamo costretti a fare i conti. Soprattutto se varchiamo i confini della nostra bella Nazione. E già perché finché siamo sul suolo patrio, possiamo anche far finta di niente e fregarcene di far la bella figura lasciando qualche spicciolo, ma se ci comportiamo alla stessa maniera all’estero, corriamo il rischio di far davvero una brutta figura. Per evitare tutto ciò ecco correrci in aiuto l’apposita ricerca della Fipe “La mancia nei pubblici esercizi”, ovvero una sorta di prontuario circa gli usi e le consuetudini presenti nei diversi paesi del Mondo. E così, tra le pagine della ricerca si legge per esempio che in Germania e Svezia (e in generale in tutti i paesi nordici) è prassi che i clienti lascino la mancia. Senza stabilire tuttavia alcun parametro. Al contrario della Francia, dove al di sotto di una certa cifra si corre il rischio di vedersi tirare in faccia le monetine. In Spagna invece l’importo della mancia deve essere in proporzione al conto finale (5-10 per cento). In Inghilterra poi è consuetudine lasciarla a meno che il conto non segnali il servizio incluso. Spostandoci verso est, se uscite da un ristorante polacco senza lasciare qualcosa per i camerieri sarete considerati dei gran cialtroni; viceversa, in Giappone non vi azzardate a fare il bel gesto: le katane sono affilatissime e l’onore viene prima di ogni cosa. Negli Stati Uniti, al contrario, la mancia è obbligatoria (15 per cento), anche perché il costo del servizio è quasi sempre escluso dal conto finale. La gran parte dello stipendio dei camerieri dunque, dipende proprio dalla quantità di mance che riescono a racimolare. Ecco perché, la prima volta che lavorai come tour-leader per una società americana, mi ritrovai a contare più quattrini raccolti con le mance che non con la paga fissa. Decisamente una gradita sorpresa. Da noi in Italia, la mancia è ancora una sorta di animale mitologico. C’è chi è disposto a sganciare con gran magnanimità (quasi esclusivamente in presenza di una dolce pulzella da conquistare) e chi è pronto a fare il diavolo a quattro perché “è già tutto compreso”. Una volta assistetti ad una scena veramente raccapricciante: mi trovavo in un rifugio alpino auto-gestito. Tra le varie figure presenti in quella circostanza c’era anche una ragazza “alla pari”, che in cambio di vitto e alloggio, dava una mano in cucina. Si chiamava Barbara ed il mio caro amico Davide la ribattezzò immediatamente “Barba-cuoca”. Al termine del lungo fine settimana un tizio di Roma, spinto da un refolo di altruismo umanitario, propose al gruppo di raccogliere una mancia per la ragazza. Fecero tutti finta di non sentire. «Un euro, un euro a testa - insistette - Cosa volete che sia? Siamo venti: viene fuori una bella cifretta…!». Non ci fu verso di far scucire a quelle iene nemmeno un centesimo. A quel punto proposi al romano di metterceli noi due quei quattrini: «Eh no, che c’entra? - rispose feroce - Un conto è se ce li mettevano tutti…, equamente divisi…! Altra storia e cacciarli io e te: e che so’ cojone…». Giustamente. Un’altra volta mi trovavo con amici in Liguria, zona Cinque Terre. Dopo una lunga giornata di trekking finimmo in un meraviglioso ristorante con specialità marinare. E questo è ciò che seguì al termine della serata:
«Era stata una delle migliori cene degli ultimi anni e l’avremmo ricordata a lungo. Quando il ristoratore portò il conto - una vera mazzata per i nostri budget risicati - facemmo tutti finta di niente. Enrico si incaricò dei conteggi e ci disse quanto avremmo dovuto mettere a testa. Purtroppo però, vuoi per l’alcol tracannato, vuoi per la stanchezza, il “Silenzioso”, così come era familiarmente soprannominato, fece un tragico errore senza accorgersene: la cifra raccolta infatti era di quasi dieci euro inferiore a quanto dovuto.
“Beh io direi di lasciare come mancia il resto, dai: abbiamo proprio mangiato bene. Cosa ne dite?”.
“Bravo Enrico - rispose Robertino in un insolito slancio di generosità - , sono d’accordo con te per una volta”.
“Allora senta, questi sono i suoi - fece Enrico al gestore, con la stessa solennità di un imperatore romano che concede la grazia al condannato a morte - E visto che qui siamo proprio stati bene - tra l’altro le faremo pubblicità… - tenga pure il resto e lo dia al ragazzo come mancia. Va bene?”.
Il gestore contò le banconote ed accorgendosi dell’ammanco esclamò: “Beh, a dire il vero sono io che vi lascio la mancia. Ad ogni modo va bene così”.
Enrico diventò di colpo color porpora: “Come sarebbe, non sono giusti?”.
“Ma Enrico, che figure ci fai fare?” - fece Federica.
“Mancano circa dieci euro: ma comunque non vi preoccupate, siamo a posto così”.
Ringraziammo ed uscimmo profondamente umiliati. Per superare lo smacco, ci aiutammo col bere».
(Sulle orme di Francesco, 2011)

Fonte: http://www.fipe.it/comunicazione/la-voce-di-fipe/note-per-la-stampa/2423-fipe-paese-che-vai-mancia-che-trovi-.html

lunedì 27 maggio 2013

Sesso e previsioni del tempo

Ieri è stata una bella giornata nella bassa padana. E parlo di meteo, naturalmente. Si certo, c’era un venticello freddo e fastidioso, e sostare all’ombra era sconsigliabile (soprattutto per i broncopatici…), ma il sole era robusto e il cielo terso. Banale direte. Concordo. D’altra parte come si fa a non spendere due parole su questa strana primavera? Pare che sia la più piovosa da 200 anni a questa parte. Oltre che la più fredda da 30. E così, questa bella giornata di sole ieri mi ha rinfrancato proprio e ho cominciato a guardare al futuro con un certo qual ottimismo. Questa mattina però, dopo aver letto l’oroscopo come la quasi totalità degli italiani, (pare che sia una settimana propizia per l’amore, ma nefasta per gli affari - e te pareva…), ho scrutato le previsioni del tempo. Sbirciando rigorosamente sul giornale del vicino in metropolitana. E dire che arrivato neanche a metà settimana il tizio voleva girare inopinatamente pagina. Senza dire nulla… Gli ho detto cortesemente: “Abbia un po’ di pazienza, e che diamine…!”. Si è scusato correttamente e così ho terminato la lettura. Morale? Niente di buono. Da martedì peggioramento del tempo: pioggia, vento, addirittura neve al Nord. E come non bastasse, ecco in arrivo l’influenza di primavera: “Una stagione davvero atipica, che sta provocando un importante strascico della stagione dei malanni, con sindromi simil-influenzali che interessano oggi circa 120mila italiani”. A parlare è Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano che aggiunge: “Bronchite, tosse, mal di gola, starnuti, naso che cola e a volte anche febbre alta e voce che cala di intensità. Questi i sintomi più comuni che si stanno manifestando a causa soprattutto dei numerosi sbalzi termici ai quali siamo sottoposti in questo periodo”. E indovinate un po’ chi c’è tra quei fortunati 120mila? Ma il sottoscritto, naturalmente. E dunque ci lasciamo andare allo sconforto, e piangiamo la nostra triste sorte? Ovviamente no: verranno giornate di caldo, e presto ci ritroveremo assai coerentemente a dire: “Magari ci fosse una di quelle belle giornate fredde di pioggia di questa primavera…”. Senza tuttavia aspettare il cambio di stagione ecco giungere puntuale una ricerca che promette di risollevarci il morale anche in costanza di maltempo. Sul quotidiano free press Leggo di questa mattina vi si legge: “Sesso e maltempo? Quando piove gli italiani lo fanno più spesso”. Oh, ecco il titolo giusto per cominciare bene la settimana. A darne notizia è il sito Lussemburghese per appuntamenti C-Date. Che poi uno potrebbe dire, va be’, che novità: è ovvio che con il maltempo si passi più tempo a letto... è scontato direi. Così come un tempo era più naturale avere tanti figli dato che non c’era la televisione in casa. La sagra delle banalità. In realtà, andando a scorrere i risultati della ricerca, non si trova alcun riferimento al tempo meteorologico. Com’era ovvio. L’accostamento meteo-sesso serviva semplicemente per lanciare un titolo accattivante. Ciò che dice lo studio, invece è che in Italia le persone che affermano di far sesso tutti i giorni sono il 13 per cento (stessa percentuale dei polacchi), contro l’11 per cento della Francia e della Spagna, l’8 per cento della Svezia, il 7 per cento della Danimarca e appena il 5 per cento della Germania. Pare tra l’altro che negli ultimi anni la maggior parte delle nuove relazioni sia sbocciate navigando su Internet (53 per cento dei casi) e frequentando il luogo di lavoro (25 per cento). Solo nel 18 per cento dei casi invece gli incontri si sono realizzati in luoghi di socializzazione. Per la serie, come cambia la società.
Restando sul tema poi c’è un’altra ricerca decisamente interessante: il 30 per cento delle coppie sposate da almeno 15 anni non ha attività sessuale. Nelle coppie sposate da oltre trent’anni la percentuale sale al 50 per cento. E sette volte su dieci è l’uomo a tirarsi indietro dai propri doveri coniugali. Questo è ciò che emerge dalle centinaia di migliaia di procedure di separazione e divorzio celebrate nel nostro Paese nell’ultimo decennio. Motivo? Sei volte su dieci si tratta di noiosissima routine; nel 20 per cento dei casi, invece, la causa sarebbe riconducibile a problematiche patologiche. Pare inoltre che l’80 per cento delle infedeltà coniugali dipende proprio da questo problema. Infedeltà, tradimento, inganno? Brutte faccende. Se non c’è più motivo di stare insieme, meglio lasciarsi, piuttosto che trascinare avanti una relazione ingestibile. Già, ma come capire se il partner ci tradisce? Ci vorrebbe qualche bel consiglio pronto uso. Die Bild ha recentemente stilato un meraviglioso elenco di indizi (originalissimi, tra l’altro…) che possono aiutarci a scovare il tradimento. Se per esempio una donna ha un altro uomo per la testa, ecco a cosa dobbiamo fare attenzione: 1) Un improvviso interesse per le sperimentazioni sessuali; 2) Un improvviso e radicale cambiamento di look; 3) Uscite più frequenti e nuove amicizie (con relativa esclusione del partner: “Ma cosa vuoi venire anche tu, cosa? Stai lì bel tranquillo e goditi l’ultima puntata de Il medico in famiglia); 3) Irritabilità nel rispondere a semplici domande; 4) Se racconta una serata trascorsa con amici o colleghi in ogni singolo dettaglio, probabilmente potrebbe essere studiato per non destare sospetti; 5) Telefoni che squillano all’improvviso di notte seguiti da corse in bagno per non farsi sentire; 6) E per finire, trattandosi di donne, altro campanello d’allarme è il taglio di capelli improvviso e inaspettato. Ecco, se non vi è mai punta vaghezza di sapere come mai la vostra compagna ha questi strani atteggiamenti, ora sapete che può trattarsi di tradimento. Un po’ come Fantozzi quando si trova alle prese con la storia d’amore tra la moglie Pina e Cecco, il nipote del fornaio (quello col culo molto basso e l’alito tipo fogne di Calcutta nella stagione monzonica). Colto ciòè da un leggerissimo sospetto solo dopo aver scovato quintali di pane stipati in ogni singolo cassetto, in ogni armadio, credenza, ripostiglio, frigorifero etc…! Ad ogni modo, se anche a voi dovesse capitare qualcosa del genere, nessun problema: l’importante è poter comunque contare su “calze, mutande, vestagliona di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle (per la quale andava pazzo), familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero”.

venerdì 24 maggio 2013

Specchio delle mie brame…

Il mese scorso Dove, azienda leader nel settore dei prodotti per l’igiene personale, ha lanciato una campagna pubblicitaria dal titolo “Dove, Real Beauty Sketches” (immagini di vera bellezza). Il video è senza ombra di dubbio un capolavoro. E lo dico senza ironia. Sulle sonorità delicate di un pianoforte di sottofondo, entrano in scena alcune donne alle quali viene chiesto di descrivere loro stesse e i loro volti ad una persona che esse non possono vedere per via di una tenda. La persona è un artista forense (uno di quei professionisti che tratteggiano identikit nelle aule di giustizia) ed è lì per disegnare i ritratti delle donne in base alle loro descrizioni. Ad ogni donna viene poi chiesto di socializzare con uno sconosciuto, il quale a sua volta dovrà descrive in seguito la donna per l’artista forense. L’artista disegna dunque due distinti ritratti sulla base delle diverse descrizioni. Alla fine vengono mostrati entrambi i disegni alle donne. Ed è qui che irrompe prepotente e assolutamente inaspettata la sorpresa: le donne osservando quei ritratti si rendono conto che quelli effettuati sulla base delle descrizioni degli sconosciuti appaiono molto più belli di quelli fatti in base alle descrizioni fornite da loro stesse. Alcune di esse restano attonite, con un sorriso a mezz’aria, altre sono sorprese e incredule, con un’espressione a tratti beffarda, qualcun’altra, dopo un breve momento di indecisione, si lascia travolgere dalla commozione. E allo spettatore non resta che commuoversi di rimando sull’ultima scena che mostra una giovane donna sorridente, che abbraccia l’innamorato. Il video si chiude con la scritta: “You are more beautiful than you think”. E così, sull’onda lunga del non detto, si fanno largo nella mente di ognuno echi di buoni sentimenti e profondità d’abisso esistenziale, ed in un attimo ci si rende conto di quanto tutto ciò strida con questa nostra spietata cultura dell’apparire che ci rende, per definizione, sempre più infelici e insoddisfatti di noi stessi. L’effetto è quello di un balsamo che scende nel profondo a lenire i dolori della vita e dunque ci si congeda sereni da questo video, riappacificati poeticamente con noi stessi e con il mondo. Un po’ come quando si ascoltano le storie del buon Gramellini da Fabio Fazio.
Una dolce fiaba a lieto fine si potrebbe dire, dunque. Eppure un dubbio rimane: sarà poi vero tutto ciò? E cioè che l’immagine che abbiamo di noi stessi è peggiore di quella che appare agli occhi degli altri? In fondo si tratta pur sempre di una pubblicità che ha come scopo finale quello di farci acquistare saponi e creme di bellezza. Ebbene la dolce incertezza non è durata che poco più di un mese. A sconfessare questa meravigliosa teoria ecco giungere dagli Stati Uniti un’apposita ricerca. Per dimostrare quanto questa reclame sia poco aderente alla realtà, Nicholas Epley dell’Università di Chicago e Erin Whitchurch della University of Virginia hanno preso le immagini di un campione di partecipanti all’esperimento e, utilizzando un software, hanno elaborato le stesse facendone due versioni: una più attraente e l’altra meno attraente. Ai partecipanti poi sono state mostrate le tre immagini (le due modificate, più quella originale) ed è stato chiesto loro di identificare quella non modificata. La maggior parte di essi ha scelto quella modificata in meglio pensando erroneamente che si trattasse di quella originale. Stessa procedura è stata effettuata con le immagini di un estraneo: in questo caso, al contrario, l’identificazione dell’originale è stata assai precisa. Basandosi su tali risultati i ricercatori hanno dedotto che noi tendiamo a pensare al nostro aspetto in termini assai più lusinghieri di quanto in realtà non sia. I ricercatori definiscono tale fenomeno con l’espressione “self-enhancement” (auto-valorizzazione). Questo meccanismo, tra l’altro, pare trovare riscontro non solo nel giudizio estetico che si ha di se stessi, ma anche in altri campi del nostro agire. Ecco perché, ogni qual volta ci troviamo di fronte ad una comparazione con altri soggetti, il nostro metro di giudizio sembra essere assai indulgente da una parte (la nostra) e spietatamente rigoroso dall’altra (il resto del mondo). Il 93 per cento degli automobilisti, ad esempio, ritiene di guidare meglio della media; così come il 94 per cento dei docenti pensano di insegnare meglio di altri. Stesso discorso vale per la salute: “A me non capiterà di prendere l’influenza”. Questo atteggiamento tuttavia - sostengono i ricercatori - se da una parte mette in scena un auto-inganno inconscio che deforma la realtà, dall’altro potrebbe riscuotere un certo qual vantaggio nelle relazioni sociali: le persone che si auto-valorizzano e che credono veramente di possedere caratteristiche desiderabili, possono contare su una spinta in più e su una maggiore fiducia in se stesse. E come si sa, fiducia in se stessi comporta forza, decisione, sicurezza, autorevolezza, tutte caratteristiche determinanti ai fini della scelta di un leader o di un partner. Qualcuno potrebbe a questo punto dire: “Ancora più brutto di quello che penso????? Praticamente un cesso”. Si, in effetti questa potrebbe essere la tentazione. Certo sapere di essere un po’ più brutti di quanto non crediamo (o anche di essere un po’ più gretti, più taccagni, più imbranati al volante), non fa piacere. Questo è ovvio. Consola il fatto di sapere che se ciò vale per noi, vale per tutti: mal comune, mezzo gaudio. Dice: “Ma l’illusione…, almeno quella non potevano lasciarcela?”. No, credetemi: non è il caso. E comunque l’importante, come detto, è sentirsi belli: dentro e fuori. Come quella tipa che fa tanta “plin - plin”. Qualcuno, a parte voi, ci crederà…!

Fonte: http://www.youtube.com/watch?client=mv-google&hl=it&gl=IT&v=pOq71eKI5Mg&nomobile=1

http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=you-are-less-beautiful-than-you-think&page=2

giovedì 23 maggio 2013

Vuoi una risposta? Sii sgarbato e provocatorio

Se c’è una cosa che irrita sopra ogni misura è non ricevere risposta ad una domanda. In Puglia c’è un’espressione che racchiude splendidamente questo concetto: “Meglio essere cornuto che male sentuto”. Che detto a quelle latitudini è proprio il colmo dei colmi…! Purtroppo capita, capita sempre più spesso di parlare al vento. Soprattutto negli ultimi tempi. Non saprei dire qual è il motivo di questo comportamento: forse è colpa del chiasso e della frenesia che ci girano intorno e che non ci lasciano respirare, o forse si tratta solo di disinteresse verso il prossimo. Che è ancora peggio. È pur vero che attrarre l’attenzione di qualcuno è un’arte sottile, e la scelta del momento idoneo per rivolgere parola è un punto chiave della comunicazione, ma la buona educazione dovrebbe essere già di per se stessa sufficiente per una sana e rispettosa socialità. E comunque una risposta cortese (anche se breve, concisa e compendiosa) non è poi tutta questa gran fatica. E la faccenda, già fastidiosa in una conversazione vis a vis, diventa intollerabile se trasposta in ambito di comunicazioni on-line. Certo le e-mail di lavoro sono spesso delle gran seccature, su questo non ci piove. Per non parlare di quelle spam…! Ma tutto il resto? Alle volte, per esempio, mi capita di mandare delle e-mail ad amici e conoscenti vari, proposte di viaggi, svago, tempo da trascorrere insieme, tutte comunicazioni che sulla carta appaiono appetitose, evocative (almeno per me), eppure è raro che qualcuno risponda. Perché? Parlandone con la mia amica Alessandra ho provato a ipotizzare che il motivo risieda nel fatto che molti non hanno tempo di rispondere. Non hanno tempo di rispondere??? Possibile che nell’arco di una giornata non si trovino due minuti per scrivere mezza riga di risposta? A quel punto, di fronte a questa obiezione assai stringente, siamo arrivati alla conclusione che si tratta semplicemente di disinteresse e dunque sostanzialmente, spiace dirlo, di mancanza di rispetto. So di esprimere un concetto forte, ma in fondo è ciò che penso. Alle volte poi capita di ricevere risposte di tenore tutt’altro che cortesi, tipo: “Toglietemi immediatamente dalla mailing list, grazie”. E sono quelle che più detesto, perché oltre a manifestare un certo qual rancore (che peraltro potrebbe essere espresso semplicemente al mittente e non a tutto il gruppo), schiantano di colpo qualsiasi eventuale volontà di apertura al dialogo da parte degli altri destinatari. Se dovessi rispondere alla stessa maniera a tutte le mail che ricevo quotidianamente, non farei altro per tutto il resto della giornata. Meglio cestinare subito, e non perdere altro tempo. Ma tornando al punto cruciale, vale a dire perché non si risponde ad una e-mail, ecco giungere puntuale uno studio statunitense. Il tre maggio scorso, il Daily Mail ha pubblicato un articolo dal titolo “Want a reply to your email? Try being downbeat and pessimistic”, ovvero se desideri una risposta alla tua e-mail, infarciscila di un po’ di sana negatività. I ricercatori della società informatica Contactually hanno preso in esame qualcosa come cento milioni di conversazioni, e dai risultati è emerso che cortesia e gentilezza non pagano. Nella sostanza sembra che le e-mail dense di buone maniere, educazione e correttezza, soprattutto se intrise di espressioni come “care” o “amazing”, abbiano minor possibilità di ricevere risposte rispetto ad altre di taglio più duro, schietto e definitivo. Sembrerebbe un controsenso, eppure è ciò che avviene di norma. Pare inoltre che coloro che solitamente si esprimono via mail con toni cupi e negativi siano più portati a rispondere entro le 24 ore (64 per cento), rispetto a coloro che sprizzano positività e ottimismo (47 per cento). Soprattutto se ricevono una e-mail non troppo gentile. Il che è abbastanza logico e consequenziale direi: è più probabile che ad una mia comunicazione non particolarmente cortese risponda subito una persona piena di astio e rancore, piuttosto che un pacioccone a cui si può dire di tutto. Secondo Jeff Carbonella, Chief Technical Officer di Contactually, la ragione di tale fenomeno sarebbe riconducibile al fatto che le persone caratterizzate da negatività sono in generale più attive sul web. Vale a dire che è più probabile interagire sulla rete con soggetti propensi a scendere sul campo di battaglia (in una sorta di combattimento virtuale, fatto di provocazione e aggressività) piuttosto che con persone allegre e soddisfatte. Ecco perché, ad esempio, sui blog d’opinione non si leggono altro che commenti al vetriolo. A suffragare tale conclusione, il quotidiano inglese richiama un’altra recente ricerca, condotta dall’Università di Glasgow: “People who reply quickly to e-mails may be stressed, or have low self-esteem”, ovvero coloro che rispondono velocemente alle e-mail sarebbero quelli più stressati o con un basso livello di autostima. Sono andato a curiosare nei commenti all’articolo e non ho trovato che conferme a quanto sopra esposto: “Absolute rubbish, nobody reads emails anyway”; “Do I have to wait or shall I reply with a comment immediately on this article?”; “Negative people would rather moan and answer negative emails and dwell in the negative than the more productive positive people who get on with it and work!”. Come dire, rancore a profusione…!
Ad ogni modo voglio provarci anch’io: prossimamente invierò alcune e-mail infarcite qua e là di aggraziati improperi, o anche solo di espressioni spietate tipo “Allora, branco di farabutti, vi degnate di rispondere, oppure no?”; o anche “Se proprio non vi riesce di schiacciare qualche tasto sulla tastiera, provate con i piccioni viaggiatori, o anche con i segnali di fumo”. Ecco, qualcosa del genere. Voglio vedere se funziona veramente. Niente di personale s’intende, che i destinatari non se abbiano a male: è solo ed esclusivamente “nell’interesse della scienza”, come diceva Freud.
A risentirci per i risultati. E vedete di rispondere…!

Fonte: http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-2318887/Want-guarantee-reply-email-Make-sure-negative.html