Qualche giorno fa i giornali si sono occupati di una notizia alquanto singolare. In un paesino dell’Oise, dipartimento francese della regione della Piccardia, il sindaco si è inventato una normativa che introduce per legge l’obbligo della gentilezza. L’originalissimo regolamento è stato affisso sulla porta d’ingresso del Municipio ed è rivolto soprattutto – vi si legge in grassetto – “a coloro che si sentono eternamente insoddisfatti, rancorosi, perseguitati, scontrosi ed altro”.
Il primo cittadino francese si è visto costretto ad emanare tali disposizioni, perché una bella mattina una persona si è presentata negli uffici comunali ed ha cominciato a inveire e trattare gli impiegati come “dei cani”. Ecco, al di là del fatto che neanche i cani andrebbero trattati male - e se la Brambilla sapesse di questo paragone il caro sindaco passerebbe un brutto quarto d’ora - , il suo non è solo un provvedimento volto a tutelare l’onore e la dignità dei lavoratori, ma una campagna di sensibilizzazione verso un tema ed un valore che sembra ormai perso nelle nebbie della modernità: la gentilezza. Al primo articolo vi si legge: “Gli abitanti del paese sono tenuti a osservare le norme sociali in materia di gentilezza e cortesia”. E subito dopo, all’articolo due, le conseguenze dell’inadempimento: “Chi non si atterrà a tale disposizione sarà immediatamente invitato ad andarsene”. Grandioso. Che portento di sindaco. Entri in un ufficio pubblico senza salutare? «Prego signore, faccia fagotto e se ne vada…». Certo però una società che deve introdurre per legge la buona educazione, lascia pensare. Buona educazione che dovrebbe essere il piedistallo, il fulcro della legge morale, quella che portiamo nel più profondo del nostro animo. Ed invece eccola comparire a sorpresa tra le norme del diritto vigente. Tra gli altri doveri a cui da ora in poi sono assoggettati tutti i cittadini vi si legge: “È fatto obbligo a tutti di dire buongiorno quando si arriva, arrivederci quando si va via, per favore e grazie quando si chiede e si ottiene qualcosa”. Fa quasi sorridere di tenerezza questo comma. A dire il vero queste prescrizioni non richiedono un grande sacrificio alla popolazione, e di sicuro non dovrebbero riscuotere più antipatia di una qualsiasi Imu. A ben vedere si tratta di elementari norme di buonsenso, prima ancora che di buona educazione. Come si fa ad instaurare un dialogo, un rapporto umano con una persona senza neanche salutarsi? Sembrerebbe scontato, eppure, se si è giunti a questo, vuol dire che siamo davvero al punto più basso della storia della convivenza civile. Il regolamento, molto completo peraltro, introduce anche un’eccezione di non punibilità: vale a dire la “causa di forza maggiore”. Se per dire, in strada ci sono due tali che si accoltellano selvaggiamente, non è fatto obbligo dire “buongiorno” entrando di corsa in un Commissariato di Polizia. Ma qui direi che siamo al limite. Anche perché, viceversa, la scena sarebbe alquanto ridicola e surreale: «Agente, presto…, si scannano là fuori…». «Ma che fa, non bussa prima di entrare? Non saluta? Se ne eschi cialtrone, forza…, smammare».
Come spesso accade per questo genere di notizie, siamo di fronte alla classica provocazione, una boutade mediatica per attirare l’attenzione. Un po’ di pubblicità fatta a fin di bene, ma senza conseguenze pratiche. In altre parole, nessuno strumento normativo potrebbe autorizzare il sindaco a mandare via dal suo paese bifolchi e villani: sarebbe come ammettere l’esilio come condanna per la maleducazione. Un provvedimento decisamente abnorme e lontano da qualsiasi logica giuridica. E questo nonostante l’opinione favorevole degli utenti del web: tre quarti dei commenti, a quanto pare, approvano le decisioni del sindaco. Ma le leggi, come si sa, non vanno mai fatte sull’onda dell’emotività e del furor di popolo. Cavour sosteneva che “le riforme vanno fatte un attimo prima che i cittadini ne avvertano l’esigenza”. Ma a quanto pare siamo fuori tempo massimo.
Ed in effetti, chi di noi non si è mai irritato per gli atteggiamenti incivili, per l’arroganza, la strafottenza e la prepotenza altrui? Avete mai provato a passeggiare per una grande metropoli il lunedì mattina? Ormai ci si prende a spallate, ci si urta, volano pedate sul coccige e sgambetti, nella più assoluta normalità. Un tempo se urtavi qualcuno ti scusavi. Oppure se costui ti risultava antipatico all’impronta, ti preparavi a fare a cazzotti. Ora invece non c’è più neanche il riconoscimento della persona umana, siamo tanti corpi privi di valore, inutilmente ingombranti e degni solo d’indifferenza. Degli ostacoli da dover superare il più agevolmente possibile, per ottenere ciò che desideriamo.
E giù in metropolitana ad ora di punta? La giungla selvaggia, la vera lotta per la sopravvivenza: chi supera questo genere di prova, potrebbe essere arruolato come socio onorario di Bear Grylls, quel pazzoide del programma tv “Wild”: per chi affronta tutti i giorni l’inferno della metrò, mangiare un serpente scuoiato o bere la propria urina è una passeggiata. Altro che parco Krouger e Serengheti. I documentaristi della BBC dovrebbero girare i loro filmati nelle viscere delle nostre città: vincerebbero a mani basse il primo premio al Festival di Berlino.
E le strisce pedonali? Vi siete mai chiesti a cosa servano, dato che nessun automobilista italiano, non solo non si ferma, ma anzi accelera in prossimità di esse. Tanta e tale è questa cattiva abitudine, che i disgraziatissimi pedoni, quando per incanto una macchina si ferma, ringraziano quasi commossi. E si avviamo all’attraversamento felici e con una rinnovata fiducia nell’umanità. Peccato che poi, superata la linea di mezzeria, dall’altra parte della strada arrivi come un falco un enorme suv, lanciato a tutta velocità. E quel che resta purtroppo sull’asfalto ha la consistenza della frittata di cipolle.
Molti danno la colpa di questo imbarbarimento alla famiglia moderna, incapace di educare i propri figli.
A dirla tutta spesso s’incrociano davvero dei ragazzini maleducati, irrispettosi, volgari. Mai come in questi ultimi tempi si sentono delle bestemmie atroci uscire sempre più spesso dalle bocche di latte dei ragazzini. Quand’ero un marmocchio, una semplice imprecazione, causava lavate di bocca col sapone. Oggi invece, sempre più spesso, si trovano genitori disposti a perdonare, comprendere e giustificare gli atteggiamenti dei loro figlio. E la scusa che più di ogni altra viene avanzata per discolpare la prole è: “Si comporta così perché in fondo è timido”. E a questa conclusione mi torna alla mente l’acuto, anche se un tantino drastico, suggerimento di Paolo Villaggio: “Niente prediche, niente preghiere, ma attaccateli per i piedi al soffitto del salotto e frustateli senza pietà. E poi vietate merendine e televisione. E se non rispettano queste regole buttate il televisore dalla finestra. Anche con il rischio di uccidere un sacerdote omosessuale di passaggio” (Sono incazzato come una belva, 2004).
Ma educare è un compito assai arduo, e se non si è stati alla scuola dell’educazione, difficilmente si diventerà buoni insegnanti.
Il fatto è che il nostro popolo ha da sempre avuto una sorta di ammirazione per il furbetto, per colui che se la sfanga, che la passa liscia, e che in ultima analisi ottiene ciò che vuole, fregandosene delle regole. Costui è visto come un dritto, uno che la sa lunga, che mette a servizio del suo interesse l’astuzia, la furbizia e l’abilità di muoversi nelle difficoltà. E da ciò, quasi per capillarità, ne discende un pensiero insidiosissimo, ma assai accattivante: “Se l’ha fatto lui, lo faccio anche io”. E purtroppo in un paese dove il senso del pudore e il rispetto per il prossimo è merce sempre più rara, questa figura di novello Cicikov, diventa per incanto eroe del nostro tempo, esempio da seguire ed emulare.
Non per tutti fortunatamente.
Una volta lessi uno scritto di Umberto Eco (A passo di Gambero, 2006) in cui si raccontava di un suo viaggio negli States. Lo scrittore, terminata una conferenza nel Midwest, sbarca all’aeroporto di La Guardia. Ha pochissimo tempo per raggiungere il J.F.K. e prendere la coincidenza per tornare in Italia. È in enorme ritardo e davanti a lui c’è una coda interminabile ai taxi. Rischia di perdere il volo. Dopo qualche minuto di impaziente attesa, Eco esce dalla fila e, come niente fosse, salta la coda accampando una scusa banale. È cosciente di fare un’azione scorretta, ma non ha altra scelta. Si aspetta che da un momento all’altro i passeggeri in attesa gli si scaglino contro, così come avverrebbe in un qualsiasi luogo d’attesa in Italia. Eppure non succede niente. Al che, decisamente sorpreso, abbassa il bavero del cappotto che aveva tirato su a protezione, e getta uno sguardo verso la fila. Davanti a lui solo espressioni di sbigottimento e stupore: profondo stupore. Quei passeggeri erano rimasti semplicemente impietriti da quell’atteggiamento. Nessuno avrebbe mai immaginato un gesto di quel genere, era fuori da ogni logica, da ogni sfera dell’agire umano: assolutamente imponderabile. Lì la fila è sacra, si rispettava sempre e comunque, a qualunque costo. E' qualcosa di insito nelle regole non scritte della convivenza civile. E dunque quella era un’esperienza nuova, una sorpresa eclatante, e che lasciava senza parole.
Ecco, dove esiste la civiltà, non c’è neanche bisogno di leggi scritte. Men che meno contro la maleducazione.
Prova
“Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)
Pagine
giovedì 6 dicembre 2012
mercoledì 5 dicembre 2012
La tirchieria? Questione di chimica.
L’avarizia, detta volgarmente tirchieria o taccagneria, è uno degli aspetti più sgradevoli del carattere di una persona. Ancor più della cattiveria, dell’arroganza e finanche della volgarità d’animo. A differenza dell’avidità, che è la brama di accrescere il proprio possesso, l’avarizia è il desiderio patologico di conservare meticolosamente ciò che già si possiede.
Moliere tra gli altri - già Plauto aveva trattato l’argomento con l’Aulularia - ci ha lasciato un ritratto assai comico di questo genere di persona nella commedia l’Avaro. Arpagone, interpretato anche da Alberto Sordi in una pellicola del 1990, è il prototipo del taccagno, colui che santifica il Dio denaro sull’altare del voluttuario, colui che sacrifica qualsiasi altro valore, compreso l’amore dei figli, a vantaggio del possesso, dell’accumulo.
Non appena hai a che fare con un tirchio, ti rendi subito conto di che persona hai di fronte. Nel regno animale è una tra le specie più oneste e trasparenti che esistano: almeno negli atteggiamenti. Il tirchio infatti non riesce a nascondere nulla, non è ipocrita, e anche se non si esprime a parole, basta un gesto, uno sguardo per capire che intenzioni abbia.
Ora uno studio americano, condotto dalla Claremont Graduate University, ha dimostrato inequivocabilmente che la colpa di questo atteggiamento risiederebbe nel livello di testosterone presente negli individui. «La nostra conclusione - afferma la neuro-economista Karen Redwine, coordinatrice della ricerca - è che il testosterone rende gli uomini tirchi». E dunque la spiegazione a questo punto potrebbe risiedere, non tanto nelle attitudini caratteriali di ogni uomo, modellate dal contesto socio-culturale in cui vive ed è cresciuto, quanto nella meccanica biologica. «Il testosterone - continua la Redwine - blocca l’azione nel cervello dell’ossitocina, la molecola della generosità». Conclusione di tale studio? Quanto più livello di testosterone avremo in circolo, più saremo attaccati al vil denaro. Come a dire che più si è macho(s), più si è tirchi.
Nella mia vita ho incontrato davvero tanti tirchi, personaggi che raggiungevano livelli di avidità patologica. Il mio primo incontro con un soggetto di tal fatta avvenne allo stadio di San Siro. Avevo cinque o sei anni ed ero andato con mio padre a vedere Milan - Cesena. Con i romagnoli giocava ancora Schachner: un’era geologica fa. Insieme a noi c’era anche un mio amico di scuola, accompagnato dal padre. Prima di sederci sulle tribune adocchiai un venditore ambulante e chiesi a mio padre di comprarmi un bel caramellato. E questi me lo concesse. E così cominciai a sgranocchiarmelo sotto gli occhi carichi di cupidigia del mio amico. All’intervallo passò un bibitaro ed io ancora a chiedere: questa volta rimediai un cornetto al cioccolato. Anche il mio amico chiese a suo padre, ma questi gli rispose con un grugnito: «Giannetto, tu il gelato non lo vuoi…, è chiaro? Tu non lo vuoi…!». Terminata la partita ci fermammo presso un baracchino e questa volta ottenni, senza troppi sforzi, un meraviglioso nocciolato candito. A quel punto mio padre, intenerito dallo sguardo lacrimoso del mio amichetto, chiese al genitore: «Ma tu non gli compri niente a Giannetto?». E questi, ancor più alterato: «Ah, no…, non se ne parla neanche. Già ha avuto la partita…! E poi quelle schifezze fanno anche male ai denti». In realtà mio padre aveva acconsentito a comprarmi tutti quei dolciumi perché quella era una giornata speciale: era la prima volta che andavamo allo stadio insieme e voleva che quell’esperienza restasse scolpita nella mia mente. Si trattava in sostanza di un unicum, un’occasione che difficilmente si sarebbe ripetuta. D’altra parte anche i romani antichi dicevano “semel in anno licet insanire”. Ma il padre del mio amico la pensava diversamente.
Negli anni poi, ho conosciuto altri tirchi di altissimo livello, anche tra gli amici più ristretti. Conobbi Mario al liceo, e per anni frequentammo la stessa compagnia. Quando uscivamo si presentava sempre col portafogli semi-vuoto, a cena sceglieva immancabilmente il piatto meno costoso - a meno che non si dividesse il conto, s’intende - e non prendeva mai la sua automobile. Non telefonava mai, e se proprio doveva fare una comunicazione urgente, faceva tre squilli brevissimi e buttava giù. Ed immancabilmente trovava il pollo che lo richiamava: cioè io. Aveva poi la simpatica abitudine di chiedere sempre lo sconto, in qualsiasi luogo si trovasse: «Io sono cliente fisso, tu lo sai bene. L’altro castagnaro voleva incartarmi tre caldarroste in più…, c’ha provato il furfante…! Ma io gliel’ho detto, “sono cliente di Biagio mi dispiace”. Vanno bene due euro per il sacchetto da mezzo chilo?». Era così tirchio che una volta lo vidi mercanteggiare, fino allo sfinimento, con un ambulante boliviano, pur di avere lo sconto su un flauto da tre euro. Durante il servizio di leva poi, riuscì a mettere da parte circa due milioni di vecchie lire con la paga di caporale. Il suo attaccamento al denaro era talmente maniacale che le banconote le chiamava affettuosamente “fratellini”, e sul portafogli c’era una decalcomania con il simbolo stradale di senso unico. Una volta facemmo un viaggio in Grecia e, siccome voleva realizzare un grosso affare con il cambio in nero, affidò una gran parte della somma sanguinosamente stanziata, ad un losco cambia-valute abusivo. Quando dopo qualche minuto si accorse di essere stato fregato clamorosamente, cercò di rintracciarlo per le vie del Pireo, ma non cavò il classico ragno dal buco. Per punirsi dell’imbroglio subito fece tutto il viaggio successivo, da Atene a Ios, sulla prora della nave a petto scoperto, prode come uno spartano. All’arrivo aveva un febbrone da cavallo. Un’altra volta invece eravamo a Bormio, per la settimana bianca. Dopo la sciata del mattino ci recammo alle terme. Mario non voleva entrare, ma dai e dai, riuscimmo a convincerlo. Quando seppe che con il biglietto d’ingresso si potevano fare tutte le saune che si desiderava, non ebbe più freni. In due ore circa di permanenza nel centro benessere, si praticò la bellezza di sette saune consecutive. All’uscita si afflosciò al suolo come un conigliotto selvatico. Era completamente disidratato, però respirava.
Un altro bell’esemplare di spilorcio raro lo trovai in fiera: si trattava di un collega. Al mattino, prima di iniziare il servizio, mi recavo al bar con lui per far colazione. Prendevo sempre un latte macchiato e una brioche. Egli invece, dato che era anche abbastanza ingordo, divorava minimo tre paste dolci. E se non gli bastava il suo cappuccino, "pucciava" assai elegantemente anche nel mio latte macchiato. Quando poi si presentava alla cassa per pagare, dichiarava sempre una brioche. E mentre la cassiera batteva lo scontrino, mi strizzava l’occhio come per dire: “Hai visto quanto sono dritto?”. Una brutta mattina però, alla cassa non trovò la cassiera, ma il titolare: «Cosa paga il signore?».
«Dunque, pago caffè e brioche».
«Benissimo: sono venticinque euro e trenta centesimo».
Mario rimase di sale: «Come dice, scusi? Lei sta scherzando, vero? Un caffè e una brioche venticinque euro?».
«Beh, sa com’è, c’erano una ventina di brioche arretrate…».
Fu una delle figure più infami a cui mi sia dato di assistere.
E si potrebbe andare avanti con gli esempi…! Qualche tempo fa morì un lontano zio e, subito dopo il funerale, tutti i parenti si ritrovarono uniti intorno alla famiglia colpita dal lutto. Nel meridione c’è l’usanza di portare generi alimentari di conforto durante tali circostanze, e anche quella volta non mancò proprio nulla sulla tavola. Nell’ampia cucina vi erano enormi quantità di brioche, maritozzi e paste dolci; e poi diversi termos di te, latte e caffè. Un tale, marito di una parente molto stretta del morto, cominciò ad ingozzarsi in maniera oscena. Tutti conoscevano le sue stranezze e la sua taccagneria, ma quella volta sembrava non avere remore. E a chiunque gli passasse a tiro, suggeriva con molta foga: «Prendi, prendi ancora un babà…, o anche un tarallo con la crema…! E’ tutto gratis…! Coraggio, non essere timido». Fatto sta che, trascorsa la giornata tra pianti e lamenti dei congiunti, nel cuore della notte il pover’uomo cominciò ad urlare disperato. Tutti pensarono subito che fosse il dolore per la dipartita del parente, la causa di quello strazio. La realtà invece era tutt’altra, ed aveva assai poco di struggente: si trattava di un’indigestione di portata quasi letale.
Un’altra volta ero in un supermercato di Morbegno per far la spesa con amici. Ad un tratto Leonardo, straordinario intenditore di vino, si stacca dal gruppo e tira su una bottiglia di Marzemino riserva. Costosissima. Quando Daniele, detto il Profeta, si accorge della cosa, sbotta irridente: «Ma chi è che ha preso quella bottiglia? Siamo forse impazziti?». Lorenzo gli risponde che è stato Leonardo. E così il Profeta, approfittando dell’assenza del nostro amico, impegnato nella difficile scelta del digestivo, afferra la bottiglia e si dilegua verso il bancone dei vini. Dopo un paio di minuti torna con una fiasca da cinque litri di Folonari: «Costa di meno e ce n’è pure di più…». Quando Leonardo si accorge della sostituzione, dà in escandescenza: «E il mio Marzemino?». «Niente, niente costava troppo…» - risponde il Profeta sbrigativo. «E se me lo compro io e me lo scolo tutto da solo?». «Ah beh, libero di farlo».
Alla sera bevemmo tutti il Folonari. Eravamo una banda di taccagni matricolati.
Moliere tra gli altri - già Plauto aveva trattato l’argomento con l’Aulularia - ci ha lasciato un ritratto assai comico di questo genere di persona nella commedia l’Avaro. Arpagone, interpretato anche da Alberto Sordi in una pellicola del 1990, è il prototipo del taccagno, colui che santifica il Dio denaro sull’altare del voluttuario, colui che sacrifica qualsiasi altro valore, compreso l’amore dei figli, a vantaggio del possesso, dell’accumulo.
Non appena hai a che fare con un tirchio, ti rendi subito conto di che persona hai di fronte. Nel regno animale è una tra le specie più oneste e trasparenti che esistano: almeno negli atteggiamenti. Il tirchio infatti non riesce a nascondere nulla, non è ipocrita, e anche se non si esprime a parole, basta un gesto, uno sguardo per capire che intenzioni abbia.
Ora uno studio americano, condotto dalla Claremont Graduate University, ha dimostrato inequivocabilmente che la colpa di questo atteggiamento risiederebbe nel livello di testosterone presente negli individui. «La nostra conclusione - afferma la neuro-economista Karen Redwine, coordinatrice della ricerca - è che il testosterone rende gli uomini tirchi». E dunque la spiegazione a questo punto potrebbe risiedere, non tanto nelle attitudini caratteriali di ogni uomo, modellate dal contesto socio-culturale in cui vive ed è cresciuto, quanto nella meccanica biologica. «Il testosterone - continua la Redwine - blocca l’azione nel cervello dell’ossitocina, la molecola della generosità». Conclusione di tale studio? Quanto più livello di testosterone avremo in circolo, più saremo attaccati al vil denaro. Come a dire che più si è macho(s), più si è tirchi.
Nella mia vita ho incontrato davvero tanti tirchi, personaggi che raggiungevano livelli di avidità patologica. Il mio primo incontro con un soggetto di tal fatta avvenne allo stadio di San Siro. Avevo cinque o sei anni ed ero andato con mio padre a vedere Milan - Cesena. Con i romagnoli giocava ancora Schachner: un’era geologica fa. Insieme a noi c’era anche un mio amico di scuola, accompagnato dal padre. Prima di sederci sulle tribune adocchiai un venditore ambulante e chiesi a mio padre di comprarmi un bel caramellato. E questi me lo concesse. E così cominciai a sgranocchiarmelo sotto gli occhi carichi di cupidigia del mio amico. All’intervallo passò un bibitaro ed io ancora a chiedere: questa volta rimediai un cornetto al cioccolato. Anche il mio amico chiese a suo padre, ma questi gli rispose con un grugnito: «Giannetto, tu il gelato non lo vuoi…, è chiaro? Tu non lo vuoi…!». Terminata la partita ci fermammo presso un baracchino e questa volta ottenni, senza troppi sforzi, un meraviglioso nocciolato candito. A quel punto mio padre, intenerito dallo sguardo lacrimoso del mio amichetto, chiese al genitore: «Ma tu non gli compri niente a Giannetto?». E questi, ancor più alterato: «Ah, no…, non se ne parla neanche. Già ha avuto la partita…! E poi quelle schifezze fanno anche male ai denti». In realtà mio padre aveva acconsentito a comprarmi tutti quei dolciumi perché quella era una giornata speciale: era la prima volta che andavamo allo stadio insieme e voleva che quell’esperienza restasse scolpita nella mia mente. Si trattava in sostanza di un unicum, un’occasione che difficilmente si sarebbe ripetuta. D’altra parte anche i romani antichi dicevano “semel in anno licet insanire”. Ma il padre del mio amico la pensava diversamente.
Negli anni poi, ho conosciuto altri tirchi di altissimo livello, anche tra gli amici più ristretti. Conobbi Mario al liceo, e per anni frequentammo la stessa compagnia. Quando uscivamo si presentava sempre col portafogli semi-vuoto, a cena sceglieva immancabilmente il piatto meno costoso - a meno che non si dividesse il conto, s’intende - e non prendeva mai la sua automobile. Non telefonava mai, e se proprio doveva fare una comunicazione urgente, faceva tre squilli brevissimi e buttava giù. Ed immancabilmente trovava il pollo che lo richiamava: cioè io. Aveva poi la simpatica abitudine di chiedere sempre lo sconto, in qualsiasi luogo si trovasse: «Io sono cliente fisso, tu lo sai bene. L’altro castagnaro voleva incartarmi tre caldarroste in più…, c’ha provato il furfante…! Ma io gliel’ho detto, “sono cliente di Biagio mi dispiace”. Vanno bene due euro per il sacchetto da mezzo chilo?». Era così tirchio che una volta lo vidi mercanteggiare, fino allo sfinimento, con un ambulante boliviano, pur di avere lo sconto su un flauto da tre euro. Durante il servizio di leva poi, riuscì a mettere da parte circa due milioni di vecchie lire con la paga di caporale. Il suo attaccamento al denaro era talmente maniacale che le banconote le chiamava affettuosamente “fratellini”, e sul portafogli c’era una decalcomania con il simbolo stradale di senso unico. Una volta facemmo un viaggio in Grecia e, siccome voleva realizzare un grosso affare con il cambio in nero, affidò una gran parte della somma sanguinosamente stanziata, ad un losco cambia-valute abusivo. Quando dopo qualche minuto si accorse di essere stato fregato clamorosamente, cercò di rintracciarlo per le vie del Pireo, ma non cavò il classico ragno dal buco. Per punirsi dell’imbroglio subito fece tutto il viaggio successivo, da Atene a Ios, sulla prora della nave a petto scoperto, prode come uno spartano. All’arrivo aveva un febbrone da cavallo. Un’altra volta invece eravamo a Bormio, per la settimana bianca. Dopo la sciata del mattino ci recammo alle terme. Mario non voleva entrare, ma dai e dai, riuscimmo a convincerlo. Quando seppe che con il biglietto d’ingresso si potevano fare tutte le saune che si desiderava, non ebbe più freni. In due ore circa di permanenza nel centro benessere, si praticò la bellezza di sette saune consecutive. All’uscita si afflosciò al suolo come un conigliotto selvatico. Era completamente disidratato, però respirava.
Un altro bell’esemplare di spilorcio raro lo trovai in fiera: si trattava di un collega. Al mattino, prima di iniziare il servizio, mi recavo al bar con lui per far colazione. Prendevo sempre un latte macchiato e una brioche. Egli invece, dato che era anche abbastanza ingordo, divorava minimo tre paste dolci. E se non gli bastava il suo cappuccino, "pucciava" assai elegantemente anche nel mio latte macchiato. Quando poi si presentava alla cassa per pagare, dichiarava sempre una brioche. E mentre la cassiera batteva lo scontrino, mi strizzava l’occhio come per dire: “Hai visto quanto sono dritto?”. Una brutta mattina però, alla cassa non trovò la cassiera, ma il titolare: «Cosa paga il signore?».
«Dunque, pago caffè e brioche».
«Benissimo: sono venticinque euro e trenta centesimo».
Mario rimase di sale: «Come dice, scusi? Lei sta scherzando, vero? Un caffè e una brioche venticinque euro?».
«Beh, sa com’è, c’erano una ventina di brioche arretrate…».
Fu una delle figure più infami a cui mi sia dato di assistere.
E si potrebbe andare avanti con gli esempi…! Qualche tempo fa morì un lontano zio e, subito dopo il funerale, tutti i parenti si ritrovarono uniti intorno alla famiglia colpita dal lutto. Nel meridione c’è l’usanza di portare generi alimentari di conforto durante tali circostanze, e anche quella volta non mancò proprio nulla sulla tavola. Nell’ampia cucina vi erano enormi quantità di brioche, maritozzi e paste dolci; e poi diversi termos di te, latte e caffè. Un tale, marito di una parente molto stretta del morto, cominciò ad ingozzarsi in maniera oscena. Tutti conoscevano le sue stranezze e la sua taccagneria, ma quella volta sembrava non avere remore. E a chiunque gli passasse a tiro, suggeriva con molta foga: «Prendi, prendi ancora un babà…, o anche un tarallo con la crema…! E’ tutto gratis…! Coraggio, non essere timido». Fatto sta che, trascorsa la giornata tra pianti e lamenti dei congiunti, nel cuore della notte il pover’uomo cominciò ad urlare disperato. Tutti pensarono subito che fosse il dolore per la dipartita del parente, la causa di quello strazio. La realtà invece era tutt’altra, ed aveva assai poco di struggente: si trattava di un’indigestione di portata quasi letale.
Un’altra volta ero in un supermercato di Morbegno per far la spesa con amici. Ad un tratto Leonardo, straordinario intenditore di vino, si stacca dal gruppo e tira su una bottiglia di Marzemino riserva. Costosissima. Quando Daniele, detto il Profeta, si accorge della cosa, sbotta irridente: «Ma chi è che ha preso quella bottiglia? Siamo forse impazziti?». Lorenzo gli risponde che è stato Leonardo. E così il Profeta, approfittando dell’assenza del nostro amico, impegnato nella difficile scelta del digestivo, afferra la bottiglia e si dilegua verso il bancone dei vini. Dopo un paio di minuti torna con una fiasca da cinque litri di Folonari: «Costa di meno e ce n’è pure di più…». Quando Leonardo si accorge della sostituzione, dà in escandescenza: «E il mio Marzemino?». «Niente, niente costava troppo…» - risponde il Profeta sbrigativo. «E se me lo compro io e me lo scolo tutto da solo?». «Ah beh, libero di farlo».
Alla sera bevemmo tutti il Folonari. Eravamo una banda di taccagni matricolati.
martedì 4 dicembre 2012
Un caro, graditissimo ritorno: il vespasiano
A chi non è mai capitato di aver bisogno disperato di un bagno, chi non si è mai trovato per strada con la necessità impellente di rifugiarsi in una ritirata? Chi non è mai stato colto da un’urgenza improvvisa, soprattutto quando la stagione fredda indebolisce difese immunitarie e vescica? E poi quanti caffè ordinati in tutta fretta e lasciati a raffreddare sul bancone, pur di aver accesso alla toilette del bar; e quante volte, di fronte alla disfatta imminente, ci è stato risposto con noncuranza: “Spiacente, è fuori servizio…”.
Sono drammi che purtroppo si consumano quotidianamente, nell’indifferenza totale, soprattutto ai danni di incontinenti e prostatici cronici. Per non parlare poi dei turisti, soprattutto quelli giapponesi. Nelle affollate città d’arte, ma non solo, li vedi aggirarsi angosciati, saltellanti nervosamente, con le ginocchia strette ad arrestare l’inarrestabile, con delle pressioni ventrali che raggiungono rilevanza tellurica. Giungendo da un paese in cui vi sono servizi igienici ad ogni angolo di strada, si trovano immediatamente in difficoltà e iniziano a temere per la loro stessa esistenza: una pisciata incontrollata infatti, gravida di macchia scura, umidiccio e disonore, porterebbe all’istante ad un gesto sconsiderato.
Senza voler tornare all’antica Roma e al famoso “pecunia non olet”, un tempo nelle città vi erano i vespasiani, strutture a forma di edicola, collocate in luoghi appartati, ben areate e spesso circondate da cespugli di bosso. Fu Luigi Filippo d’Orleans, re di Francia, a far costruire i primi orinatoi dell’era moderna. L’idea era quella di rendere meno maleodorante Parigi, dato che l’usanza era quella di pisciare per strada. In breve tempo ne vennero costruiti a centinaia, e in onore del sagace imperatore romano, vennero chiamati vespasiennes. Col tempo poi l’idea venne esportata in tutta Europa e giunse anche in Italia. Per oltre un secolo questi utili e discreti oggetti d’arredo urbano hanno “arricchito” le nostre piazze e i nostri viali, dispensando tra l’altro anche informazioni sulle infezioni dell’apparato urinario, oltreché l’indirizzo di specialisti nel trattamento di sifilide e gonococco (germe causa di una diffusa malattia venerea). E questo fino a che l’Asl, già a partire dagli anni ’70, ne ha ordinato la chiusura, dato che non rispettavano le norme igieniche e sanitarie. L’ultimo vespasiano di Milano, un elegante modello stile liberty, collocato in piazza Clotilde, venne smantellato trent’anni fa. Da allora si sono susseguiti progetti rutilanti, prototipi di latrine elettroniche funzionanti a moneta, auto-disinfettanti e moderne. Sicuramente più igieniche dei loro preclari predecessori, ma comunque scomode da usare, claustrofobiche e ansiogene. E sì, perché mentre nel classico vespasiano ci si poteva restare quanto si voleva - ed infatti in alcuni casi questi divennero “luoghi d’incontro” tra uomini - , in queste moderne navicelle spaziali dell’escremento, ci sono i minuti contati, trascorsi i quali si spalanca il sipario sulla pubblica piazza. Senza parlare poi del fatto che un tempo l’orinante poteva anche guardarsi attorno nell’atto del mingere, apprezzare un panorama, discutere col vicino. Oggi invece questi parallelepipedi asettici, d’acciaio e plastica dura si chiudono su noi stessi, c’ingabbiano, ci opprimono, e ci lasciano soli con le nostre problematiche. Cosa assai triste, considerato peraltro che la quasi totalità delle ventole a soffitto sono costantemente rotte. Ed inoltre, dato che la pisciata libera è stata bandita dalla nostra società, c’è da non trascurare in fatto che questi aggeggi funzionano a moneta: senza l’obolo niente evacuazione. Inoltre ce ne sono talmente pochi in giro che è più facile scovare il classico ago nel pagliaio. E se pure si ha la ventura di incrociarne uno, ovviamente non riusciremo a trovare la moneta adatta al loro funzionamento. E così corri a cercare qualcuno che ti cambi le banconote, ma più passano i minuti e più puoi dire addio ai sogni di gloria.
A voler essere sinceri, i vecchi vespasiani non erano proprio il massimo, occorre pure dirlo. Erano quasi sempre sporchi, maleodoranti, frequentati da persone poco raccomandabili. In un film degli anni ’60 Totò e Nino Taranto, due truffatori professionisti, si spacciano per tecnici del Comune e se ne vanno in giro per la città con un vespasiano ambulante sul furgoncino. Quando adocchiano un ristorante di lusso, di quelli con i tavolini all’aperto, si fermano e scaricano il grazioso sanitario. E al proprietario, che preoccupato chiede spiegazioni e soprattutto insiste perché l’oggetto ingombrante venga posizionato un po’ più in là, fanno intendere che una congrua offerta per gli orfanelli del Santuario del Divino Amore, potrebbe muovere a compassione il dirigente dell’ufficio. E così ben vengano nuove proposte, e nuove soluzioni più decorose e meno invasive. Negli ultimi tempi le amministrazioni pubbliche locali pare che abbiano manifestato interesse verso la soluzione di questa grave piaga sociale. A Milano, sul finire degli anni ’80 vennero realizzate una settantina di toilette autopulenti a gettone, ma ad oggi ne rimangono circa la metà funzionanti. E tra l’altro, incredibile a dirsi, la cooperativa che ne aveva in carico la gestione è fallita. Se c’è un business sicuro è proprio quello escrementizio: di gente che scarica in fogna ce n’è e ce ne sarà sempre. Vi sono poi circa quattrocento bagni chimici, le famigerate cabine mobili di plastica dura. Dislocate nei parchi cittadini, presso i mercati e i capolinea dell’Atm, anche queste non godono di particolare apprezzamento. A Roma invece è stato lanciato da poco il bando europeo per la realizzazione di dodici bagni pubblici integrati, che verranno collocati in centro: «Arriva così a compimento un progetto su cui l’Amministrazione si è impegnata per garantire un servizio essenziale - dice il delegato del sindaco al Turismo Antonio Gazzellone - ; i servizi igienici, infatti, rappresentano una fondamentale opera pubblica, un grande segno di civiltà e di attenzione nei confronti dei turisti, ed è ciò che loro si aspettano». Finalmente delle parole di verità, verrebbe da dire. Anche se un bando europeo per fare delle latrine ci sembra eccessivo. Che poi non sarebbero delle latrine, ma una sorta di centri diurni di altissimo livello, con tanto di latrinaio fisso e vigilanza – meglio armata – per scongiurare gli ormai frequentissimi atti vandalici. Vedremo come andrà a finire.
Ma gira e rigira, siamo sempre al punto di partenza: non per nulla gli inglesi hanno inciso su alcune loro monete il motto “sitting on the shoulders of giants”. A quanto pare il Comune di Milano starebbe pensando ad un clamoroso ritorno al passato, vale a dire a reintrodurre il vespasiano l’estate prossima: prima sperimentazione alle Colonne di San Lorenzo, luogo affollato dalla movida notturna. Di fronte al flop degli attuali bagni chimici, questa è la promessa lanciata ad ottobre dall’Assessore alla Sicurezza Granelli. Se così fosse si tratterebbe effettivamente di un revival, una riedizione dell’antico, dell’usato sicuro e garantito. Come a dire che le cose del passato, gira e rigira sono sempre le migliori. Come i ponti romani, per esempio: da millenni imperturbabili alle piene più violente dei fiumi, mentre basta spesso una pioggia più insistente per buttare giù quelli moderni e avveniristici. Oltre tutto sembra che in alcune città europee, tra le quali le civilissime Londra e Amsterdam, i vespasiani godono tutt’ora di ottima salute.
E dunque a questo punto non ci resta che brindare al ritorno del nostro caro vecchio amico, e “chi non piscia in compagnia, peste lo colga”.
Sono drammi che purtroppo si consumano quotidianamente, nell’indifferenza totale, soprattutto ai danni di incontinenti e prostatici cronici. Per non parlare poi dei turisti, soprattutto quelli giapponesi. Nelle affollate città d’arte, ma non solo, li vedi aggirarsi angosciati, saltellanti nervosamente, con le ginocchia strette ad arrestare l’inarrestabile, con delle pressioni ventrali che raggiungono rilevanza tellurica. Giungendo da un paese in cui vi sono servizi igienici ad ogni angolo di strada, si trovano immediatamente in difficoltà e iniziano a temere per la loro stessa esistenza: una pisciata incontrollata infatti, gravida di macchia scura, umidiccio e disonore, porterebbe all’istante ad un gesto sconsiderato.
Senza voler tornare all’antica Roma e al famoso “pecunia non olet”, un tempo nelle città vi erano i vespasiani, strutture a forma di edicola, collocate in luoghi appartati, ben areate e spesso circondate da cespugli di bosso. Fu Luigi Filippo d’Orleans, re di Francia, a far costruire i primi orinatoi dell’era moderna. L’idea era quella di rendere meno maleodorante Parigi, dato che l’usanza era quella di pisciare per strada. In breve tempo ne vennero costruiti a centinaia, e in onore del sagace imperatore romano, vennero chiamati vespasiennes. Col tempo poi l’idea venne esportata in tutta Europa e giunse anche in Italia. Per oltre un secolo questi utili e discreti oggetti d’arredo urbano hanno “arricchito” le nostre piazze e i nostri viali, dispensando tra l’altro anche informazioni sulle infezioni dell’apparato urinario, oltreché l’indirizzo di specialisti nel trattamento di sifilide e gonococco (germe causa di una diffusa malattia venerea). E questo fino a che l’Asl, già a partire dagli anni ’70, ne ha ordinato la chiusura, dato che non rispettavano le norme igieniche e sanitarie. L’ultimo vespasiano di Milano, un elegante modello stile liberty, collocato in piazza Clotilde, venne smantellato trent’anni fa. Da allora si sono susseguiti progetti rutilanti, prototipi di latrine elettroniche funzionanti a moneta, auto-disinfettanti e moderne. Sicuramente più igieniche dei loro preclari predecessori, ma comunque scomode da usare, claustrofobiche e ansiogene. E sì, perché mentre nel classico vespasiano ci si poteva restare quanto si voleva - ed infatti in alcuni casi questi divennero “luoghi d’incontro” tra uomini - , in queste moderne navicelle spaziali dell’escremento, ci sono i minuti contati, trascorsi i quali si spalanca il sipario sulla pubblica piazza. Senza parlare poi del fatto che un tempo l’orinante poteva anche guardarsi attorno nell’atto del mingere, apprezzare un panorama, discutere col vicino. Oggi invece questi parallelepipedi asettici, d’acciaio e plastica dura si chiudono su noi stessi, c’ingabbiano, ci opprimono, e ci lasciano soli con le nostre problematiche. Cosa assai triste, considerato peraltro che la quasi totalità delle ventole a soffitto sono costantemente rotte. Ed inoltre, dato che la pisciata libera è stata bandita dalla nostra società, c’è da non trascurare in fatto che questi aggeggi funzionano a moneta: senza l’obolo niente evacuazione. Inoltre ce ne sono talmente pochi in giro che è più facile scovare il classico ago nel pagliaio. E se pure si ha la ventura di incrociarne uno, ovviamente non riusciremo a trovare la moneta adatta al loro funzionamento. E così corri a cercare qualcuno che ti cambi le banconote, ma più passano i minuti e più puoi dire addio ai sogni di gloria.
A voler essere sinceri, i vecchi vespasiani non erano proprio il massimo, occorre pure dirlo. Erano quasi sempre sporchi, maleodoranti, frequentati da persone poco raccomandabili. In un film degli anni ’60 Totò e Nino Taranto, due truffatori professionisti, si spacciano per tecnici del Comune e se ne vanno in giro per la città con un vespasiano ambulante sul furgoncino. Quando adocchiano un ristorante di lusso, di quelli con i tavolini all’aperto, si fermano e scaricano il grazioso sanitario. E al proprietario, che preoccupato chiede spiegazioni e soprattutto insiste perché l’oggetto ingombrante venga posizionato un po’ più in là, fanno intendere che una congrua offerta per gli orfanelli del Santuario del Divino Amore, potrebbe muovere a compassione il dirigente dell’ufficio. E così ben vengano nuove proposte, e nuove soluzioni più decorose e meno invasive. Negli ultimi tempi le amministrazioni pubbliche locali pare che abbiano manifestato interesse verso la soluzione di questa grave piaga sociale. A Milano, sul finire degli anni ’80 vennero realizzate una settantina di toilette autopulenti a gettone, ma ad oggi ne rimangono circa la metà funzionanti. E tra l’altro, incredibile a dirsi, la cooperativa che ne aveva in carico la gestione è fallita. Se c’è un business sicuro è proprio quello escrementizio: di gente che scarica in fogna ce n’è e ce ne sarà sempre. Vi sono poi circa quattrocento bagni chimici, le famigerate cabine mobili di plastica dura. Dislocate nei parchi cittadini, presso i mercati e i capolinea dell’Atm, anche queste non godono di particolare apprezzamento. A Roma invece è stato lanciato da poco il bando europeo per la realizzazione di dodici bagni pubblici integrati, che verranno collocati in centro: «Arriva così a compimento un progetto su cui l’Amministrazione si è impegnata per garantire un servizio essenziale - dice il delegato del sindaco al Turismo Antonio Gazzellone - ; i servizi igienici, infatti, rappresentano una fondamentale opera pubblica, un grande segno di civiltà e di attenzione nei confronti dei turisti, ed è ciò che loro si aspettano». Finalmente delle parole di verità, verrebbe da dire. Anche se un bando europeo per fare delle latrine ci sembra eccessivo. Che poi non sarebbero delle latrine, ma una sorta di centri diurni di altissimo livello, con tanto di latrinaio fisso e vigilanza – meglio armata – per scongiurare gli ormai frequentissimi atti vandalici. Vedremo come andrà a finire.
Ma gira e rigira, siamo sempre al punto di partenza: non per nulla gli inglesi hanno inciso su alcune loro monete il motto “sitting on the shoulders of giants”. A quanto pare il Comune di Milano starebbe pensando ad un clamoroso ritorno al passato, vale a dire a reintrodurre il vespasiano l’estate prossima: prima sperimentazione alle Colonne di San Lorenzo, luogo affollato dalla movida notturna. Di fronte al flop degli attuali bagni chimici, questa è la promessa lanciata ad ottobre dall’Assessore alla Sicurezza Granelli. Se così fosse si tratterebbe effettivamente di un revival, una riedizione dell’antico, dell’usato sicuro e garantito. Come a dire che le cose del passato, gira e rigira sono sempre le migliori. Come i ponti romani, per esempio: da millenni imperturbabili alle piene più violente dei fiumi, mentre basta spesso una pioggia più insistente per buttare giù quelli moderni e avveniristici. Oltre tutto sembra che in alcune città europee, tra le quali le civilissime Londra e Amsterdam, i vespasiani godono tutt’ora di ottima salute.
E dunque a questo punto non ci resta che brindare al ritorno del nostro caro vecchio amico, e “chi non piscia in compagnia, peste lo colga”.
lunedì 3 dicembre 2012
"Manda il tuo pane sul volto delle acque, in molti giorni lo ritroverai"
L’America violenta e crudele, quella del consumismo sfrenato e della guerra globale, un paio di settimane fa ha finalmente trovato il suo eroe buono. Sarà forse l’avvicinarsi del Natale, con le sue atmosfere meste e malinconiche, sarà che la stagione fredda e l’accorciarsi delle giornate ci inducono allo scoramento, sarà che la natura matrigna dell’inverno ci fa stringere a coorte - come direbbe Mameli - , fatto sta che il 16 novembre scorso si è verificato un fatto assai singolare, date le premesse e il luogo in cui ci troviamo.
Nella fredda e ventosa Time Square serale, l’agente del NYPD (New York Police Department) Lawrence Deprimo, durante il proprio turno di servizio si imbatte in un clochard seduto per strada e assai malmesso: sporco, la barba incolta, lo sguardo senza luce, tipico di tutti i senzatetto. Con la schiena appoggiata ad una vetrina di un elegante negozio e una borsa logora al fianco, si prepara a trascorrere la notte, senza aspettarsi nulla, senza chiedere nulla. E così ad un tratto, ecco spuntare dal nulla un uomo in divisa. E’ grande e grosso, le spalle larghe, e l’andatura sicura, ma da sotto la visiera del cappello spunta uno sguardo ancora di ragazzo. Ha le gote rosse e gli occhi lucidi di chi ha un gran freddo. Dev’essere dura anche per lui questa notte. Chissà cosa avrà pensato il clochard vedendolo arrivare? Sicuramente niente di buono. Da queste parti non sono gradite le persone come lui. Ed invece accade un mezzo miracolo: l’agente, mosso a compassione per quell’uomo, gli si avvicina, si inginocchia e comincia a fargli qualche domanda. Ci pare quasi di sentirlo: «Ciao amico, come va? Fa un freddo fottuto stasera…». L’uomo seduto lo guarda intimorito, cerca di capire cosa voglia costui, che intenzioni abbia. È spaventato e forse teme che quegli occhi pietosi da un momento all’altro possano trasformarsi in uno sguardo spietato. «Eh già, se almeno il vento calasse un po’…». E poi aggiunge come a scusarsi: «Non si preoccupi, ora vado via…». Ma il poliziotto continua a fissarlo in maniera strana, lo guarda come se fosse un essere umano qualunque. Vorrebbe a questo punto rilassarsi, non aver più paura, ma quando una persona come lui, un figlio della strada, ha visto l’inferno ben in viso, prima di aprire la porta alla speranza le fa una bella perquisizione approfondita. E invece quel tale continua: «Dove hai messo le scarpe…?». Le prospettive cambiano: il clochard a questo punto, più che sentirsi in colpa per essere un homeless che porta disonore alla città, prova vergogna perché si sente come un bimbo indifeso di fronte al padre. Un padre che lo rimprovera bonariamente. «Me le hanno rubate l’altra notte al ricovero…! Quando mi sono svegliato non c’erano più». Il poliziotto fa una smorfia di disappunto, e dopo un attimo di riflessione aggiunge: «Che numero porti?». Il clochard non capisce, lo guarda interrogativo. Ma questi insiste e così trova la forza di rispondere. Il poliziotto si alza e dice: «Aspettami qui, non te ne andare. Torno subito». Il clochard è incredulo guardando la sagoma di quell’uomo allontanarsi a passo svelto. Il tutto gli appare paradossale: la strada d’altra parte gli ha insegnato a non fidarsi di nessuno, a non aspettarsi mai nulla. Ed invece ecco il poliziotto di ritorno, con una scatola sotto braccio: «Ho preso questi stivali numero 43 per te, vanno bene per tutte le stagioni. Mettili e abbi cura di te».
Il New York Times, attentissimo a questi gesti di “buonismo” - come d’altra parte tutti i giornali - si è interessato della vicenda e l’ha raccontata. E così si scopre che una donna dell’Arizona quella sera ha visto un giovane ufficiale di polizia donare un paio di stivali nuovi a un senzatetto scalzo, e senza perdere tempo ha immortalato la scena. Tornata a casa ha inviato la foto al NYPD, che l’ha poi pubblicata sulla pagina ufficiale di Facebook. Lawrence Deprimo, intervistato dal giornalista, ha così risposto: «Si congelava quella notte e si potevano vedere le vesciche ai piedi dell’uomo. Benché io avessi due paia di calzini, continuavo a soffrire il freddo». E così il poliziotto decide di recarsi in un negozio di calzature per acquistarne un paio, insieme a delle calze termiche, da donare all’uomo scalzo. «È stato il signore più educato che abbia mai incontrato. Gli ho offerto un caffè e quando ha indossato gli stivali lui è andato per la sua strada e io ho ripreso a lavorare». Un gesto costato 75 dollari. Oltre ad un briciolo di umanità. Questa storia mi ha colpito, non tanto per il gesto di altruismo in se stesso, quanto perché, in una società ormai totalmente insensibile ai problemi dei più deboli, basta un niente per diventare degli eroi. Termine che purtroppo, mai come in questi tempi, si usa a sproposito. Un magistrato fa il suo dovere conducendo un’inchiesta? Ecco che diventa un eroe. Il Capitano De Falco rampogna selvaggiamente Schettino, urlandogli di tornare a bordo (“… cazzo…”)? Ecco servito un altro bell’eroe. Il pompiere spegne l’incendio? Supereroe. Ed infatti il poliziotto di New York dice di essere molto sorpreso di tutto questo clamore. Non saprei dire se tutta questa vicenda è frutto di una montatura o meno. In ogni caso qualcuno non ha trovato elegante farsi riprendere dalla telecamera di sorveglianza di un negozio, né farsi fotografare da una passante nell’atto di compiere un gesto di altruismo. Ad ogni modo mi piace pensare che il tutto sia accaduto senza secondi fini.
Qualche tempo fa mio padre mi costrinse quasi con la forza a portare degli indumenti ai clochard della stazione di Milano Centrale. Non ne avevo alcuna voglia, ed ero un po’ intimorito da quelle persone. Vi trovai invece un’umanità meravigliosa, fatta di uomini e donne ironiche, allegre, perfettamente a loro agio in quell’ambiente in cui una persona normale non resisterebbe un’ora sola. C’era qualcuno un tantino picchiatello, qualcun altro aveva alzato un po’ il gomito, questo è pur vero, ma erano persone speciali, con le quali avevo instaurato un bel dialogo. Ero felice di quell’incontro, e quando li lasciai alle mie spalle, provai una forte commozione. Avevo scoperto un nuovo mondo, conosciuto un altro universo: e non ne avevo più timore, né ripulsa. E capii anche che sarebbe bastato pochissimo per rendere la loro vita meno difficile. Un gesto, una tenerezza, un regalo senza costo. E così, caricato da quella esperienza, tornai a casa e dentro uno zaino misi un sacco a pelo, paio di coperte e qualche indumento di lana. Poi il giorno dopo mi recai all’Opera Pia di San Francesco. All’accoglienza trovai un frate seduto dietro una scrivania. «Padre, ho portato qualcosa per i poveri». Questi senza quasi guardarmi in volto rispose: «Si, mettila pure lì nell’angolo». Rimasi interdetto da quella frase. Non che mi aspettassi un grande exploit di riconoscenza, ma almeno un gesto, un sorriso. Qualcosa. E invece quel frate rimase lì imperturbabile, immerso nei suoi incartamenti. Dopo un attimo però, visto che io ero rimasto impalato senza dire nulla, costui sollevò lo sguardo e con un sorriso mi disse: «Grazie». Ne fui felice. Lasciai il mio fardello e me ne andai. Ma mentre passeggiavo per strada cominciai a riflettere sulla faccenda. E si fece largo dentro di me una considerazione: “E perché mai quel frate doveva essermi grato? Grato di cosa, di aver fatto del bene all’Umanità? Di aver portato là della roba di cui non avrei sentito la mancanza?”. No, il frate aveva fatto bene: quello era il giusto atteggiamento. Se ero andato in quel luogo per sentirmi con la coscienza a posto, per sentirmi dire “bravo”, avevo sbagliato indirizzo. E quel “grazie” finale, che tanto mi aveva fatto sentire bene, non era che un di più, un gesto vano e utile solo a me stesso. Come quando una madre dice al figlioletto “bravo”, per incoraggiarlo. Ma io ero un adulto, ormai. “Manda il tuo pane sul volto delle acque - dice Qohèlet - , in molti giorni lo ritroverai”. Quell’offerta spontanea, nascosta, silenziosa e a fondo perduto - senza nemmeno sapere a chi giungerà - ti tornerà infinite volte, e moltiplicata per cento, mille rispetto alla tua piccola quantità. Perché la generosità è contagiosa e produce effetti. "Non sappia la destra ciò che fa la sinistra": ora mi era tutto chiaro.
Nella fredda e ventosa Time Square serale, l’agente del NYPD (New York Police Department) Lawrence Deprimo, durante il proprio turno di servizio si imbatte in un clochard seduto per strada e assai malmesso: sporco, la barba incolta, lo sguardo senza luce, tipico di tutti i senzatetto. Con la schiena appoggiata ad una vetrina di un elegante negozio e una borsa logora al fianco, si prepara a trascorrere la notte, senza aspettarsi nulla, senza chiedere nulla. E così ad un tratto, ecco spuntare dal nulla un uomo in divisa. E’ grande e grosso, le spalle larghe, e l’andatura sicura, ma da sotto la visiera del cappello spunta uno sguardo ancora di ragazzo. Ha le gote rosse e gli occhi lucidi di chi ha un gran freddo. Dev’essere dura anche per lui questa notte. Chissà cosa avrà pensato il clochard vedendolo arrivare? Sicuramente niente di buono. Da queste parti non sono gradite le persone come lui. Ed invece accade un mezzo miracolo: l’agente, mosso a compassione per quell’uomo, gli si avvicina, si inginocchia e comincia a fargli qualche domanda. Ci pare quasi di sentirlo: «Ciao amico, come va? Fa un freddo fottuto stasera…». L’uomo seduto lo guarda intimorito, cerca di capire cosa voglia costui, che intenzioni abbia. È spaventato e forse teme che quegli occhi pietosi da un momento all’altro possano trasformarsi in uno sguardo spietato. «Eh già, se almeno il vento calasse un po’…». E poi aggiunge come a scusarsi: «Non si preoccupi, ora vado via…». Ma il poliziotto continua a fissarlo in maniera strana, lo guarda come se fosse un essere umano qualunque. Vorrebbe a questo punto rilassarsi, non aver più paura, ma quando una persona come lui, un figlio della strada, ha visto l’inferno ben in viso, prima di aprire la porta alla speranza le fa una bella perquisizione approfondita. E invece quel tale continua: «Dove hai messo le scarpe…?». Le prospettive cambiano: il clochard a questo punto, più che sentirsi in colpa per essere un homeless che porta disonore alla città, prova vergogna perché si sente come un bimbo indifeso di fronte al padre. Un padre che lo rimprovera bonariamente. «Me le hanno rubate l’altra notte al ricovero…! Quando mi sono svegliato non c’erano più». Il poliziotto fa una smorfia di disappunto, e dopo un attimo di riflessione aggiunge: «Che numero porti?». Il clochard non capisce, lo guarda interrogativo. Ma questi insiste e così trova la forza di rispondere. Il poliziotto si alza e dice: «Aspettami qui, non te ne andare. Torno subito». Il clochard è incredulo guardando la sagoma di quell’uomo allontanarsi a passo svelto. Il tutto gli appare paradossale: la strada d’altra parte gli ha insegnato a non fidarsi di nessuno, a non aspettarsi mai nulla. Ed invece ecco il poliziotto di ritorno, con una scatola sotto braccio: «Ho preso questi stivali numero 43 per te, vanno bene per tutte le stagioni. Mettili e abbi cura di te».
Il New York Times, attentissimo a questi gesti di “buonismo” - come d’altra parte tutti i giornali - si è interessato della vicenda e l’ha raccontata. E così si scopre che una donna dell’Arizona quella sera ha visto un giovane ufficiale di polizia donare un paio di stivali nuovi a un senzatetto scalzo, e senza perdere tempo ha immortalato la scena. Tornata a casa ha inviato la foto al NYPD, che l’ha poi pubblicata sulla pagina ufficiale di Facebook. Lawrence Deprimo, intervistato dal giornalista, ha così risposto: «Si congelava quella notte e si potevano vedere le vesciche ai piedi dell’uomo. Benché io avessi due paia di calzini, continuavo a soffrire il freddo». E così il poliziotto decide di recarsi in un negozio di calzature per acquistarne un paio, insieme a delle calze termiche, da donare all’uomo scalzo. «È stato il signore più educato che abbia mai incontrato. Gli ho offerto un caffè e quando ha indossato gli stivali lui è andato per la sua strada e io ho ripreso a lavorare». Un gesto costato 75 dollari. Oltre ad un briciolo di umanità. Questa storia mi ha colpito, non tanto per il gesto di altruismo in se stesso, quanto perché, in una società ormai totalmente insensibile ai problemi dei più deboli, basta un niente per diventare degli eroi. Termine che purtroppo, mai come in questi tempi, si usa a sproposito. Un magistrato fa il suo dovere conducendo un’inchiesta? Ecco che diventa un eroe. Il Capitano De Falco rampogna selvaggiamente Schettino, urlandogli di tornare a bordo (“… cazzo…”)? Ecco servito un altro bell’eroe. Il pompiere spegne l’incendio? Supereroe. Ed infatti il poliziotto di New York dice di essere molto sorpreso di tutto questo clamore. Non saprei dire se tutta questa vicenda è frutto di una montatura o meno. In ogni caso qualcuno non ha trovato elegante farsi riprendere dalla telecamera di sorveglianza di un negozio, né farsi fotografare da una passante nell’atto di compiere un gesto di altruismo. Ad ogni modo mi piace pensare che il tutto sia accaduto senza secondi fini.
Qualche tempo fa mio padre mi costrinse quasi con la forza a portare degli indumenti ai clochard della stazione di Milano Centrale. Non ne avevo alcuna voglia, ed ero un po’ intimorito da quelle persone. Vi trovai invece un’umanità meravigliosa, fatta di uomini e donne ironiche, allegre, perfettamente a loro agio in quell’ambiente in cui una persona normale non resisterebbe un’ora sola. C’era qualcuno un tantino picchiatello, qualcun altro aveva alzato un po’ il gomito, questo è pur vero, ma erano persone speciali, con le quali avevo instaurato un bel dialogo. Ero felice di quell’incontro, e quando li lasciai alle mie spalle, provai una forte commozione. Avevo scoperto un nuovo mondo, conosciuto un altro universo: e non ne avevo più timore, né ripulsa. E capii anche che sarebbe bastato pochissimo per rendere la loro vita meno difficile. Un gesto, una tenerezza, un regalo senza costo. E così, caricato da quella esperienza, tornai a casa e dentro uno zaino misi un sacco a pelo, paio di coperte e qualche indumento di lana. Poi il giorno dopo mi recai all’Opera Pia di San Francesco. All’accoglienza trovai un frate seduto dietro una scrivania. «Padre, ho portato qualcosa per i poveri». Questi senza quasi guardarmi in volto rispose: «Si, mettila pure lì nell’angolo». Rimasi interdetto da quella frase. Non che mi aspettassi un grande exploit di riconoscenza, ma almeno un gesto, un sorriso. Qualcosa. E invece quel frate rimase lì imperturbabile, immerso nei suoi incartamenti. Dopo un attimo però, visto che io ero rimasto impalato senza dire nulla, costui sollevò lo sguardo e con un sorriso mi disse: «Grazie». Ne fui felice. Lasciai il mio fardello e me ne andai. Ma mentre passeggiavo per strada cominciai a riflettere sulla faccenda. E si fece largo dentro di me una considerazione: “E perché mai quel frate doveva essermi grato? Grato di cosa, di aver fatto del bene all’Umanità? Di aver portato là della roba di cui non avrei sentito la mancanza?”. No, il frate aveva fatto bene: quello era il giusto atteggiamento. Se ero andato in quel luogo per sentirmi con la coscienza a posto, per sentirmi dire “bravo”, avevo sbagliato indirizzo. E quel “grazie” finale, che tanto mi aveva fatto sentire bene, non era che un di più, un gesto vano e utile solo a me stesso. Come quando una madre dice al figlioletto “bravo”, per incoraggiarlo. Ma io ero un adulto, ormai. “Manda il tuo pane sul volto delle acque - dice Qohèlet - , in molti giorni lo ritroverai”. Quell’offerta spontanea, nascosta, silenziosa e a fondo perduto - senza nemmeno sapere a chi giungerà - ti tornerà infinite volte, e moltiplicata per cento, mille rispetto alla tua piccola quantità. Perché la generosità è contagiosa e produce effetti. "Non sappia la destra ciò che fa la sinistra": ora mi era tutto chiaro.
venerdì 30 novembre 2012
Problemi a letto? Ecco finalmente la soluzione
Prima o poi dovevamo arrivarci: dopo il life-coach, il personal shopper e lo human trainer, ecco finalmente anche il sex coach. E chi sarebbe sto sex coach, vi chiederete? E soprattutto cosa fa? Il lavoro del coach è quello di sedersi in un angolo della stanza di un albergo, fornire ai “pazienti” dei sexy toys e guidarli nell’atto sessuale, indicando loro spunti per nuove esperienze. Perbacco…, questa sì che è una grande trovata.
Ed anche se a noi retrogradi mediterranei questa nuova professione può sembrare una bischerata, nel Regno Unito sono ormai a migliaia le coppie sposate che si rivolgono a questo maestro d’amore, questo guru del sesso. Clienti in crescita sarebbero anche le coppie in crisi e i single. Certo con i single dev’essere anche più imbarazzante…! Ma tant’è. Le tariffe? 200 euro all’ora per il coach presente in carne ed ossa accanto al vostro letto. O in alternativa, se volete spendere meno - pur senza rinunciare all’efficacia della terapia - , c’è anche la possibilità di utilizzare la videoconferenza per la modica cifra di 130 euro. Sempre all’ora, s’intende. Alla perversione non c’è mai limite: roba da matti…! Leggendo questa notizia balenga - come direbbe la Litizzetto - mi è tornato alla mente un episodio raccontato da Paolo Villaggio in un suo libro. All’inizio della sua tragica carriera, l’attore genovese s’accompagnava con Fabrizio De Andrè in cerca di qualche editore che pubblicasse i suoi scritti. Un giorno finirono a Milano e dovettero pernottare in una bettolaccia di periferia. Non ci volle molto per capire che si trattava di un albergo ad ore. Nella stanza accanto alla loro c’era una prostituta tedesca che riceveva clienti a rotazione. Tempo cinque minuti dall’accesso in quella stanza del piacere e si sentiva un feroce barrito risuonare in tutto l’albergo. Verso le tre di notte però arrivò un cliente portoricano che, nonostante le notevoli attitudini e impegno della professionista, non riusciva a provare il piacere finale. E così, dai e dai, ad un certo punto Villaggio e De Andrè cominciarono a seccarsi di quella faccenda rumorosa. A quel punto - stando a quello che dice Villaggio - , De Andrè ebbe un colpo di genio: “Signorina, provi con la carota…”. La tedesca colse al balzo il suggerimento e procedette a “carotare” il cliente. Quindici secondi netti e l’intero quartiere venne svegliato da un urlo di piacere definitivo.
Cari inglesi, altro che sex coach. Qui siamo avanti anni luce…!
Ed anche se a noi retrogradi mediterranei questa nuova professione può sembrare una bischerata, nel Regno Unito sono ormai a migliaia le coppie sposate che si rivolgono a questo maestro d’amore, questo guru del sesso. Clienti in crescita sarebbero anche le coppie in crisi e i single. Certo con i single dev’essere anche più imbarazzante…! Ma tant’è. Le tariffe? 200 euro all’ora per il coach presente in carne ed ossa accanto al vostro letto. O in alternativa, se volete spendere meno - pur senza rinunciare all’efficacia della terapia - , c’è anche la possibilità di utilizzare la videoconferenza per la modica cifra di 130 euro. Sempre all’ora, s’intende. Alla perversione non c’è mai limite: roba da matti…! Leggendo questa notizia balenga - come direbbe la Litizzetto - mi è tornato alla mente un episodio raccontato da Paolo Villaggio in un suo libro. All’inizio della sua tragica carriera, l’attore genovese s’accompagnava con Fabrizio De Andrè in cerca di qualche editore che pubblicasse i suoi scritti. Un giorno finirono a Milano e dovettero pernottare in una bettolaccia di periferia. Non ci volle molto per capire che si trattava di un albergo ad ore. Nella stanza accanto alla loro c’era una prostituta tedesca che riceveva clienti a rotazione. Tempo cinque minuti dall’accesso in quella stanza del piacere e si sentiva un feroce barrito risuonare in tutto l’albergo. Verso le tre di notte però arrivò un cliente portoricano che, nonostante le notevoli attitudini e impegno della professionista, non riusciva a provare il piacere finale. E così, dai e dai, ad un certo punto Villaggio e De Andrè cominciarono a seccarsi di quella faccenda rumorosa. A quel punto - stando a quello che dice Villaggio - , De Andrè ebbe un colpo di genio: “Signorina, provi con la carota…”. La tedesca colse al balzo il suggerimento e procedette a “carotare” il cliente. Quindici secondi netti e l’intero quartiere venne svegliato da un urlo di piacere definitivo.
Cari inglesi, altro che sex coach. Qui siamo avanti anni luce…!
Del come e del perché conviene sposarsi. Forse.
Po’ quand’i’ fu’ cresciuto, mi fu dato - per mia ristorazion moglie che garre - da anzi dì ’nfin al ciel stellato; - e ’l su’ garrir paion mille chitarre: - a cu’ la moglie muor, ben è lavato - se la ripiglia, più che non è ’l Farre.
Con queste due terzine Cecco Angiolieri conclude il sonetto “La stremità mi richer per figliuolo”. Sonetto nel quale ripercorre con tonalità cupe e tetre la sua vita, dalla nascita al matrimonio.
Matrimonio che gli regala una moglie che si lamentava da mattina a sera più di mille chitarre, sempre pronta a imprecare, inveire contro il povero, disgraziatissimo marito. E come chiosa una considerazione di carattere universale verso agli uomini vedovi, reputati assai più sciocchi del farro se riprendono moglie. Chissà cosa ne direbbe il grande poeta toscano se sapesse che studi recenti hanno dimostrato che la vita coniugale fa decisamente bene alla salute. Certo essendo egli un ribelle e bastiancontrario di natura, contesterebbe in radice queste asserzioni, così come contestò fino allo stremo ogni carattere proprio dello Stilnovo. In primis naturalmente il concetto di donna angelicata. E Socrate invece? Se leggesse le conclusioni di tali studi, si ricrederebbe o meno sulla nefasta opinione che si era fatto della moglie, dopo una vita intera passata al suo fianco? Probabilmente no, anche perché fonti non confermate sostengono che il disgraziato, in luogo dell’ergastolo ai domiciliari - ovvero fine pena mai, chiuso in casa con quella rompicoglioni della moglie - abbia preferito un biberone di cicuta. Hendrik Schmitz, docente della Germany’s Ruhr Graduate School in Economics, commentando la ricerca (condotta da un’équipe neozelandese in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Università americana di Harvard), sostiene che gli uomini sposati fanno più controlli medici ed esercizio fisico, rispetto ai single. E il motivo risiederebbe nel fatto che questi ultimi non hanno una moglie che ricorda loro insistentemente di fare check-up medici, di seguire uno stile di vita più sano e di praticare attività per tenersi in forma. Certo qualcuno potrebbe chiedersi cosa significa esattamente quell’"insistentemente": anche Santippe rompeva insistentemente i coglioni al povero Socrate. Ma Schmitz va oltre e aggiunge: “…il matrimonio allontana le forme depressive, l’ansia e la possibile dipendenza da alcool, psicofarmaci e stupefacenti”. E per converso una separazione o un divorzio costituiscono un grave danno per la salute mentale dei coniugi. Altre ricerche poi affermano che il matrimonio abbassa la pressione arteriosa e protegge il cuore, allontana il pericolo del tumore e dell’Alzheimer, ha un’azione antidepressiva, preserva dall’influenza e rimargina le ferite. E già qui, non so voi, ma io comincio ad avvertire un intenso puzzo di zolfo e magia. Ma proseguiamo: le persone sposate inoltre sarebbero più gentili, socievoli rispetto a chi è single; e i tratti negativi della personalità, come aggressività, tendenza a mentire e anche a commettere delitti, risulterebbero meno marcati. Che ci siano poi coniugi come Olindo e Rosa, aggiungerei io, è appunto l’eccezione che conferma la regola. E per concludere le persone sposate hanno un tasso di mortalità del 10-15 per cento più basso rispetto alla media (studio dell’Università di Cardiff pubblicato sul British Medical Journal a firma di David e John Gallacher). L’unico neo del matrimonio, rilevano i ricercatori, non senza una punta d’ironia, sta nel fatto che una volta sposati si tende ad ingrassare di circa due chili e mezzo. Nel Mezzogiorno si direbbe “tendenza a inquartarsi”. E quindi che dire? Sposiamoci tutti, che aspettiamo: finalmente abbiamo trovato la panacea di tutti i mali. A questo punto però, stante che la vita matrimoniale è così benefica e portatrice di serenità, perché le separazione e i divorzi in Italia sono in crescita continua. Nell’arco di quindici anni - rileva infatti l’Istat - sono quasi raddoppiati sia il numero delle separazioni, che dei divorzi: nel 1995 ogni 1.000 matrimoni si registravano 158 separazioni e 80 i divorzi; nel 2010 si arriva a 307 separazioni e 182 divorzi. Anche volendo considerare le più svariate ragioni che stanno alla base di un fallimento coniugale, c’è qualcosa che non mi torna. Ad ogni modo, e indubbiamente, l’amore è una forza vitale, fa ribollire il sangue nelle vene, dà intensità e sostanza all’esistenza. "Move il sole e l'altre stelle" dice Dante. E certamente sentirsi amati ci fa amare. Nel film Qualcosa è cambiato, Jack Nicolson è una specie di matto da manicomio senza speranza, ma l’incontro con la bella cameriera Helen Hunt, instilla in lui la voglia di vivere. “Mi hai ferito - dice lei durante una cena turbolenta - , voglio un complimento da te, lo voglio ora. Ma che sia sincero, che sia sentito”. E il vecchio Jack cosa s’inventa? “Allora, stammi bene a sentire, il mio complimento per te è che da quando ti ho conosciuta ho ricominciato a prendere le medicine”. Helen non capisce e quasi si irrita. E lui continua: “Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore”. Ma questo è un film, finzione per definizione. De Filippo in Natale in casa Cupiello fa dire al protagonista, seduto accanto alla moglie svenuta: “Qua siamo rimasti solo io e te: Concetta, se tu muori, muoio pure io”. Ma questo è teatro, finzione pure questa. Almeno così pensavo, fino all’alba di stamattina, allorché non sono stato chiamato con altri colleghi a soccorrere una donna anziana, colpita da un malore. Accanto a lei c’era il marito, disperato e gravemente malato anch’egli. L’immagine di due persone che hanno vissuto tutta l’esistenza insieme, e che il destino potrebbe da un momento all’altro separare. “Angela…, Angela rispondi…! Ha le mani fredde…, le mani fredde!”. Così grida ancora nelle mie orecchie quell’uomo. Quanta forza c’è in quell’urlo, quanta passione, quanto amore.
A conti fatti dunque, forse davvero il matrimonio ha la sua convenienza. Anche nel caso non si chiami propriamente matrimonio. Perché vivere insieme ad un’altra persona significa, tra le altre cose, anche avere un testimone della propria esistenza.
Nell'immagine "Socrate e Santippe" - Reyer Van Blommendal 1655
Con queste due terzine Cecco Angiolieri conclude il sonetto “La stremità mi richer per figliuolo”. Sonetto nel quale ripercorre con tonalità cupe e tetre la sua vita, dalla nascita al matrimonio.
Matrimonio che gli regala una moglie che si lamentava da mattina a sera più di mille chitarre, sempre pronta a imprecare, inveire contro il povero, disgraziatissimo marito. E come chiosa una considerazione di carattere universale verso agli uomini vedovi, reputati assai più sciocchi del farro se riprendono moglie. Chissà cosa ne direbbe il grande poeta toscano se sapesse che studi recenti hanno dimostrato che la vita coniugale fa decisamente bene alla salute. Certo essendo egli un ribelle e bastiancontrario di natura, contesterebbe in radice queste asserzioni, così come contestò fino allo stremo ogni carattere proprio dello Stilnovo. In primis naturalmente il concetto di donna angelicata. E Socrate invece? Se leggesse le conclusioni di tali studi, si ricrederebbe o meno sulla nefasta opinione che si era fatto della moglie, dopo una vita intera passata al suo fianco? Probabilmente no, anche perché fonti non confermate sostengono che il disgraziato, in luogo dell’ergastolo ai domiciliari - ovvero fine pena mai, chiuso in casa con quella rompicoglioni della moglie - abbia preferito un biberone di cicuta. Hendrik Schmitz, docente della Germany’s Ruhr Graduate School in Economics, commentando la ricerca (condotta da un’équipe neozelandese in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Università americana di Harvard), sostiene che gli uomini sposati fanno più controlli medici ed esercizio fisico, rispetto ai single. E il motivo risiederebbe nel fatto che questi ultimi non hanno una moglie che ricorda loro insistentemente di fare check-up medici, di seguire uno stile di vita più sano e di praticare attività per tenersi in forma. Certo qualcuno potrebbe chiedersi cosa significa esattamente quell’"insistentemente": anche Santippe rompeva insistentemente i coglioni al povero Socrate. Ma Schmitz va oltre e aggiunge: “…il matrimonio allontana le forme depressive, l’ansia e la possibile dipendenza da alcool, psicofarmaci e stupefacenti”. E per converso una separazione o un divorzio costituiscono un grave danno per la salute mentale dei coniugi. Altre ricerche poi affermano che il matrimonio abbassa la pressione arteriosa e protegge il cuore, allontana il pericolo del tumore e dell’Alzheimer, ha un’azione antidepressiva, preserva dall’influenza e rimargina le ferite. E già qui, non so voi, ma io comincio ad avvertire un intenso puzzo di zolfo e magia. Ma proseguiamo: le persone sposate inoltre sarebbero più gentili, socievoli rispetto a chi è single; e i tratti negativi della personalità, come aggressività, tendenza a mentire e anche a commettere delitti, risulterebbero meno marcati. Che ci siano poi coniugi come Olindo e Rosa, aggiungerei io, è appunto l’eccezione che conferma la regola. E per concludere le persone sposate hanno un tasso di mortalità del 10-15 per cento più basso rispetto alla media (studio dell’Università di Cardiff pubblicato sul British Medical Journal a firma di David e John Gallacher). L’unico neo del matrimonio, rilevano i ricercatori, non senza una punta d’ironia, sta nel fatto che una volta sposati si tende ad ingrassare di circa due chili e mezzo. Nel Mezzogiorno si direbbe “tendenza a inquartarsi”. E quindi che dire? Sposiamoci tutti, che aspettiamo: finalmente abbiamo trovato la panacea di tutti i mali. A questo punto però, stante che la vita matrimoniale è così benefica e portatrice di serenità, perché le separazione e i divorzi in Italia sono in crescita continua. Nell’arco di quindici anni - rileva infatti l’Istat - sono quasi raddoppiati sia il numero delle separazioni, che dei divorzi: nel 1995 ogni 1.000 matrimoni si registravano 158 separazioni e 80 i divorzi; nel 2010 si arriva a 307 separazioni e 182 divorzi. Anche volendo considerare le più svariate ragioni che stanno alla base di un fallimento coniugale, c’è qualcosa che non mi torna. Ad ogni modo, e indubbiamente, l’amore è una forza vitale, fa ribollire il sangue nelle vene, dà intensità e sostanza all’esistenza. "Move il sole e l'altre stelle" dice Dante. E certamente sentirsi amati ci fa amare. Nel film Qualcosa è cambiato, Jack Nicolson è una specie di matto da manicomio senza speranza, ma l’incontro con la bella cameriera Helen Hunt, instilla in lui la voglia di vivere. “Mi hai ferito - dice lei durante una cena turbolenta - , voglio un complimento da te, lo voglio ora. Ma che sia sincero, che sia sentito”. E il vecchio Jack cosa s’inventa? “Allora, stammi bene a sentire, il mio complimento per te è che da quando ti ho conosciuta ho ricominciato a prendere le medicine”. Helen non capisce e quasi si irrita. E lui continua: “Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore”. Ma questo è un film, finzione per definizione. De Filippo in Natale in casa Cupiello fa dire al protagonista, seduto accanto alla moglie svenuta: “Qua siamo rimasti solo io e te: Concetta, se tu muori, muoio pure io”. Ma questo è teatro, finzione pure questa. Almeno così pensavo, fino all’alba di stamattina, allorché non sono stato chiamato con altri colleghi a soccorrere una donna anziana, colpita da un malore. Accanto a lei c’era il marito, disperato e gravemente malato anch’egli. L’immagine di due persone che hanno vissuto tutta l’esistenza insieme, e che il destino potrebbe da un momento all’altro separare. “Angela…, Angela rispondi…! Ha le mani fredde…, le mani fredde!”. Così grida ancora nelle mie orecchie quell’uomo. Quanta forza c’è in quell’urlo, quanta passione, quanto amore.
A conti fatti dunque, forse davvero il matrimonio ha la sua convenienza. Anche nel caso non si chiami propriamente matrimonio. Perché vivere insieme ad un’altra persona significa, tra le altre cose, anche avere un testimone della propria esistenza.
Nell'immagine "Socrate e Santippe" - Reyer Van Blommendal 1655
giovedì 29 novembre 2012
Si stava meglio quando si stava peggio?
La settimana scorsa si è tenuto a Milano il 57° Congresso Nazionale di Geriatria e Gerontologia. Mi interessano - anzi m’intrigano - sempre moltissimo queste notizie. E non perché sia malato di gerontofilia, ma perché ci trovo sempre qualcosa di tragicomico in queste faccende. E in generale, come ad esorcizzare un momento della nostra vita che arriverà prima o poi - sempre che il buon Dio lo voglia, s’intende - , si è assai propensi a ridersela degli acciacchi dei vecchi. Soprattutto quando si tratta di incontinenze violente o sordità feroci.
Una volta capitai con amici in un albergo di Riccione, era la fine di agosto. Gli ospiti della struttura erano quasi tutti ottuagenari e nella sala da pranzo c’era un caos assordante, dovuto al tenore di voce molto alto dei presenti. I camerieri erano esasperati anche perché, oltre a dover parlare quasi urlando per farsi capire, avevano a che fare con persone che pretendevano il trattamento. E che trattamento. E se ciò a loro avviso non era adeguato, erano pronti ad arrivare alle estreme conseguenze. Una sera ci raggiunse un nostro conoscente e quando si sedette a tavola con noi cominciò a guardarsi attorno preoccupato: in ogni direzione solo teste bianche, vociare assordante e rumore di nacchere masticanti. Se ne uscì con una frase che mi rimase scolpita nella mente: “Aho, ma che siamo finiti in un reparto geriatrico?”.
Con il mio amico Davide invece negli ultimi anni abbiamo cominciato una sorta di gioco a chi la spara più grosso, a chi si vanta di più in fatto di malattie ed età avanzante:
«Oggi ho la stessa energia di Asfidanken, il cane di Drive-In. Stavolta sono proprio malato. Tra l’altro ho la gola in frantumi: sembra che ho mangiato un riccio».
«Passa una vecchia e mi strimpella il campanellaccio della bicicletta nell’orecchio: “Sveglia giovane, un po’ di contegno”. Ecco, ora posso anche morire contento».
«Se mi secca invecchiare? Beh, considerando le alternative, no».
«Come sto io? Sempre peggio: la notte dormo poco, ho le extra-sistole e la pancia di un malato di fegato…! E così prendo dei lassativi. Non dormo lo stesso, però ho qualcosa da fare».
«Lascia stare, è una via crucis: ora è tre giorni che ho una specie d’infarto che non vuole esplodere. Resterò offeso e non se ne parla più. Intanto però, per un triste omino con gastrite ulcerosa acuta, brodino, pigiamino e nanna…, cazzo!».
«Allora fai così, lascia stare per una sera il Biancosarti e scolati la fiasca di Bisolvol: male non fa».
«Ma ti pare che non lo faccia già? Mi butto giù tante di quelle medicine che se mi fanno gli esami del sangue isolano la zona per pericolo di contaminazione batteriologica».
Tra gli altri argomenti di cui si è discusso al congresso milanese c’è stato quello sulle cause della longevità. Nel mondo pare che ci siano cinque località dove si vive più a lungo: Sardegna, Ikaria, Loma Linda, Okinawa e Costa Rica. In queste aree geografiche, chiamate dagli esperti “blu zones”, vi sarebbero alcuni elementi comuni che, combinati assieme, darebbero il giusto mix della longevità. Non si fuma, la famiglia ha assoluta priorità, si è attivi forzatamente poiché sono zone scoscese che costringono a camminate dispendiose, si fa una vita sociale importante, e si mangiano prevalentemente frutta, verdura e cereali. A spiegarlo è Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva. E da tale analisi ne derivano alcune regolette, che salvo eventi inaspettati, dovrebbero condurci a diventare tutti centenari. Per prima cosa ci vuole una corretta alimentazione. E fin qui ci siamo, anche se rinunciare al fritto misto, alle cotiche, agli insaccati e a tutti i cibi che fanno malissimo, ma sono ottimi, è una vera tragedia, oltreché un’ingiustizia. A seguire c’è il divieto tassativo di fumare, bere alcolici e drogarsi. Facile a dirsi, diranno molti di voi. Io per primo. So di persone che hanno intavolato trattative estenuanti e conteggi furiosi con i loro medici curanti per giungere ad un compromesso accettabile: «Allora dottore, mi stia bene a sentire: se rinuncio alla fiasca, ma continuo a fumare cinque sigarette al giorno, campo di più o di meno rispetto al fatto di farmi una pera di Settimo cielo al mese e un goccio di Fernet dopo cena?». Ma la risposta è sempre la stessa, ed è spietata: “La cura funziona solo se ci si attiene scrupolosamente alle disposizioni mediche…”. Ma andiamo avanti: una camminata a passo svelto non deve mai mancare nell’arco delle ventiquattro ore. Giustissimo, anche nel caso vi troviate in Louisiana, e dalla finestra vi sembra che si avvicini una specie di uragano: l’importante è camminare. Altra regola base è quella di assicurarsi un futuro economico stabile e sicuro: il consiglio è sottoscrivere polizze e pensioni integrative. Se poi siete lavoratori precari, cassintegrati, o peggio ancora disoccupati, che vi frega del futuro: anche tirando la cinghia fino a strozzarvi, non ci arrivate a cento anni. È già tanto se arrivate a fine mese. E ancora, dato che la vecchiaia porterà, tra le altre conseguenze, stanchezza, riduzione della memoria e disagi motori, meglio attrezzarsi per tempo con servizi domotici e controlli automatici per elettrodomestici. Già ai giovani capita di dimenticare la caffettiera sul fuoco, figuriamoci agli anziani. Ultimo consiglio? Affidarsi alla tecnologia per essere sempre in contatto con qualcuno che ci possa aiutare in caso di necessità, senza perdere al contempo l’autonomia domestica. Tipo il "Salva-la-vita Beghelli". Ottima invenzione, per carità. Anche se alle volte capita che l’anziano si addormenta con la cicalina al collo, si rigira nel letto e inavvertitamente suona l’allarme. Il figlio chiama al telefono per sapere se il papà sta male, ma questi purtroppo si è tolto l’apparecchio acustico andando a dormire, e dunque non sente. Al che parte l’allarme, i pompieri abbattono la porta d’ingresso con l’ascia e di fronte ad una selva di soccorritori preoccupatissimi si palesa l’anziano, visibilmente scocciato: “E voi che cazzo volete?”. E per finire, in tema di consigli, indossare maglie che effettuano check-up costanti: cuore, pressione, glicemia, sempre tutto sotto controllo. Che se poi un valore si discosta anche lievemente dalla norma, parte un avviso acustico violentissimo che, nella migliore delle ipotesi, causa un infarto miocardico al povero vecchio.
Se dietro a tutto ciò non ci fosse un’immane tragedia sociale, ci sarebbe da ridere. Ogni volta che ascolto questi consigli, queste ricerche che pretendono, in buona fede, di migliorare la nostra vita e quella dei nostri cari, mi sorgono sempre mille obiezioni. Obiezioni che si scontrano inevitabilmente con il nostro maledetto modo di vivere. Un tempo l’anziano era il perno della famiglia, era il saggio, il capostipite a cui si doveva rispetto. Esisteva un patto generazionale per il quale il vecchio, che a suo tempo era stato l’asse portante della famiglia, veniva accolto ed accudito dai figli. In quelle premure vi era l’amore e il riconoscimento per tutto ciò che egli aveva fatto nel tempo in cui era stato produttivo, per tutti i sacrifici fatti per tirar su la prole. Non c’era bisogno di previdenza, né di assicurazioni: la famiglia, con la catena solidale padre-figlio-padre, era tutto ciò che serviva. Per millenni questa è stata l’unica, forte garanzia di tutela per la vecchiaia. Il nostro attuale sistema previdenziale invece ha poco più di cento anni (il D.M. 18/7/1898 n. 350 istituisce la Cassa Nazionale di Previdenza come organo di tutela previdenziale per la vecchiaia e per l’invalidità) ed è già sulla via dell’estinzione. Oggi l’anziano è generalmente abbandonato a se stesso, vive giorni tristi e vuoti ed è isolato dalla famiglia, in quanto inutile portatore di problemi di cui nessuno vuole occuparsi. Ciò che conta è solo il successo, la dinamicità, il denaro, la gioventù: sono gli unici fattori sui quali basiamo il valore delle persone. E così il vecchio, per una semplice questione anagrafica, è tagliato fuori dal mondo. A meno che non provi a trasformarsi in un vecchio-giovane, tipo quelli che si tingono i capelli, oppure fanno le lampade, vale a dire coloro per i quali solitamente si usa l’espressione: “Però, lei ha proprio un aspetto giovanile”. Con il risultato però di diventare persone eccentriche e ridicole. Per coloro che non ce la fanno invece, nascono strumenti di controllo a distanza sempre più sofisticati, apparecchi dei quali gli anziani non ci capiscono quasi nulla, ma che fanno sentire la coscienza a posto. Ho visto in diverse occasioni uomini e donne dare in escandescenza con padri e madri anziani perché non riuscivano a intendere l’utilità e la modalità d’impiego di questi aggeggi. Erano scene di una tristezza infinita: si avvertiva in quell’aggressività tutto il distacco e l’insofferenza per quell’umanità ferita e bisognosa d’aiuto. Invece di accogliere e accudire l’indifeso, il malato stanco, colui che si avvia verso l’ultimo tratto di strada - e che per questo si sente ancor più perso e smarrito - gli regaliamo scatoline magiche, con pulsanti e lucine colorate, pretendendo che se ne serva. Si fa di tutto purché il vecchio non dia troppo fastidio. Quando invece neanche la tecnologia è sufficiente a consentire l’esistenza tra le mura domestiche, c’è sempre pronto un ottimo istituto, di quelli in cui gli anziani sono curati, lavati, pettinati. Tutto a regola d’arte, ci mancherebbe, ma pur sempre luoghi che assomigliano inevitabilmente ad anticamere della morte.
E tutto questo pare che si chiami progresso.
Una volta capitai con amici in un albergo di Riccione, era la fine di agosto. Gli ospiti della struttura erano quasi tutti ottuagenari e nella sala da pranzo c’era un caos assordante, dovuto al tenore di voce molto alto dei presenti. I camerieri erano esasperati anche perché, oltre a dover parlare quasi urlando per farsi capire, avevano a che fare con persone che pretendevano il trattamento. E che trattamento. E se ciò a loro avviso non era adeguato, erano pronti ad arrivare alle estreme conseguenze. Una sera ci raggiunse un nostro conoscente e quando si sedette a tavola con noi cominciò a guardarsi attorno preoccupato: in ogni direzione solo teste bianche, vociare assordante e rumore di nacchere masticanti. Se ne uscì con una frase che mi rimase scolpita nella mente: “Aho, ma che siamo finiti in un reparto geriatrico?”.
Con il mio amico Davide invece negli ultimi anni abbiamo cominciato una sorta di gioco a chi la spara più grosso, a chi si vanta di più in fatto di malattie ed età avanzante:
«Oggi ho la stessa energia di Asfidanken, il cane di Drive-In. Stavolta sono proprio malato. Tra l’altro ho la gola in frantumi: sembra che ho mangiato un riccio».
«Passa una vecchia e mi strimpella il campanellaccio della bicicletta nell’orecchio: “Sveglia giovane, un po’ di contegno”. Ecco, ora posso anche morire contento».
«Se mi secca invecchiare? Beh, considerando le alternative, no».
«Come sto io? Sempre peggio: la notte dormo poco, ho le extra-sistole e la pancia di un malato di fegato…! E così prendo dei lassativi. Non dormo lo stesso, però ho qualcosa da fare».
«Lascia stare, è una via crucis: ora è tre giorni che ho una specie d’infarto che non vuole esplodere. Resterò offeso e non se ne parla più. Intanto però, per un triste omino con gastrite ulcerosa acuta, brodino, pigiamino e nanna…, cazzo!».
«Allora fai così, lascia stare per una sera il Biancosarti e scolati la fiasca di Bisolvol: male non fa».
«Ma ti pare che non lo faccia già? Mi butto giù tante di quelle medicine che se mi fanno gli esami del sangue isolano la zona per pericolo di contaminazione batteriologica».
Tra gli altri argomenti di cui si è discusso al congresso milanese c’è stato quello sulle cause della longevità. Nel mondo pare che ci siano cinque località dove si vive più a lungo: Sardegna, Ikaria, Loma Linda, Okinawa e Costa Rica. In queste aree geografiche, chiamate dagli esperti “blu zones”, vi sarebbero alcuni elementi comuni che, combinati assieme, darebbero il giusto mix della longevità. Non si fuma, la famiglia ha assoluta priorità, si è attivi forzatamente poiché sono zone scoscese che costringono a camminate dispendiose, si fa una vita sociale importante, e si mangiano prevalentemente frutta, verdura e cereali. A spiegarlo è Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva. E da tale analisi ne derivano alcune regolette, che salvo eventi inaspettati, dovrebbero condurci a diventare tutti centenari. Per prima cosa ci vuole una corretta alimentazione. E fin qui ci siamo, anche se rinunciare al fritto misto, alle cotiche, agli insaccati e a tutti i cibi che fanno malissimo, ma sono ottimi, è una vera tragedia, oltreché un’ingiustizia. A seguire c’è il divieto tassativo di fumare, bere alcolici e drogarsi. Facile a dirsi, diranno molti di voi. Io per primo. So di persone che hanno intavolato trattative estenuanti e conteggi furiosi con i loro medici curanti per giungere ad un compromesso accettabile: «Allora dottore, mi stia bene a sentire: se rinuncio alla fiasca, ma continuo a fumare cinque sigarette al giorno, campo di più o di meno rispetto al fatto di farmi una pera di Settimo cielo al mese e un goccio di Fernet dopo cena?». Ma la risposta è sempre la stessa, ed è spietata: “La cura funziona solo se ci si attiene scrupolosamente alle disposizioni mediche…”. Ma andiamo avanti: una camminata a passo svelto non deve mai mancare nell’arco delle ventiquattro ore. Giustissimo, anche nel caso vi troviate in Louisiana, e dalla finestra vi sembra che si avvicini una specie di uragano: l’importante è camminare. Altra regola base è quella di assicurarsi un futuro economico stabile e sicuro: il consiglio è sottoscrivere polizze e pensioni integrative. Se poi siete lavoratori precari, cassintegrati, o peggio ancora disoccupati, che vi frega del futuro: anche tirando la cinghia fino a strozzarvi, non ci arrivate a cento anni. È già tanto se arrivate a fine mese. E ancora, dato che la vecchiaia porterà, tra le altre conseguenze, stanchezza, riduzione della memoria e disagi motori, meglio attrezzarsi per tempo con servizi domotici e controlli automatici per elettrodomestici. Già ai giovani capita di dimenticare la caffettiera sul fuoco, figuriamoci agli anziani. Ultimo consiglio? Affidarsi alla tecnologia per essere sempre in contatto con qualcuno che ci possa aiutare in caso di necessità, senza perdere al contempo l’autonomia domestica. Tipo il "Salva-la-vita Beghelli". Ottima invenzione, per carità. Anche se alle volte capita che l’anziano si addormenta con la cicalina al collo, si rigira nel letto e inavvertitamente suona l’allarme. Il figlio chiama al telefono per sapere se il papà sta male, ma questi purtroppo si è tolto l’apparecchio acustico andando a dormire, e dunque non sente. Al che parte l’allarme, i pompieri abbattono la porta d’ingresso con l’ascia e di fronte ad una selva di soccorritori preoccupatissimi si palesa l’anziano, visibilmente scocciato: “E voi che cazzo volete?”. E per finire, in tema di consigli, indossare maglie che effettuano check-up costanti: cuore, pressione, glicemia, sempre tutto sotto controllo. Che se poi un valore si discosta anche lievemente dalla norma, parte un avviso acustico violentissimo che, nella migliore delle ipotesi, causa un infarto miocardico al povero vecchio.
Se dietro a tutto ciò non ci fosse un’immane tragedia sociale, ci sarebbe da ridere. Ogni volta che ascolto questi consigli, queste ricerche che pretendono, in buona fede, di migliorare la nostra vita e quella dei nostri cari, mi sorgono sempre mille obiezioni. Obiezioni che si scontrano inevitabilmente con il nostro maledetto modo di vivere. Un tempo l’anziano era il perno della famiglia, era il saggio, il capostipite a cui si doveva rispetto. Esisteva un patto generazionale per il quale il vecchio, che a suo tempo era stato l’asse portante della famiglia, veniva accolto ed accudito dai figli. In quelle premure vi era l’amore e il riconoscimento per tutto ciò che egli aveva fatto nel tempo in cui era stato produttivo, per tutti i sacrifici fatti per tirar su la prole. Non c’era bisogno di previdenza, né di assicurazioni: la famiglia, con la catena solidale padre-figlio-padre, era tutto ciò che serviva. Per millenni questa è stata l’unica, forte garanzia di tutela per la vecchiaia. Il nostro attuale sistema previdenziale invece ha poco più di cento anni (il D.M. 18/7/1898 n. 350 istituisce la Cassa Nazionale di Previdenza come organo di tutela previdenziale per la vecchiaia e per l’invalidità) ed è già sulla via dell’estinzione. Oggi l’anziano è generalmente abbandonato a se stesso, vive giorni tristi e vuoti ed è isolato dalla famiglia, in quanto inutile portatore di problemi di cui nessuno vuole occuparsi. Ciò che conta è solo il successo, la dinamicità, il denaro, la gioventù: sono gli unici fattori sui quali basiamo il valore delle persone. E così il vecchio, per una semplice questione anagrafica, è tagliato fuori dal mondo. A meno che non provi a trasformarsi in un vecchio-giovane, tipo quelli che si tingono i capelli, oppure fanno le lampade, vale a dire coloro per i quali solitamente si usa l’espressione: “Però, lei ha proprio un aspetto giovanile”. Con il risultato però di diventare persone eccentriche e ridicole. Per coloro che non ce la fanno invece, nascono strumenti di controllo a distanza sempre più sofisticati, apparecchi dei quali gli anziani non ci capiscono quasi nulla, ma che fanno sentire la coscienza a posto. Ho visto in diverse occasioni uomini e donne dare in escandescenza con padri e madri anziani perché non riuscivano a intendere l’utilità e la modalità d’impiego di questi aggeggi. Erano scene di una tristezza infinita: si avvertiva in quell’aggressività tutto il distacco e l’insofferenza per quell’umanità ferita e bisognosa d’aiuto. Invece di accogliere e accudire l’indifeso, il malato stanco, colui che si avvia verso l’ultimo tratto di strada - e che per questo si sente ancor più perso e smarrito - gli regaliamo scatoline magiche, con pulsanti e lucine colorate, pretendendo che se ne serva. Si fa di tutto purché il vecchio non dia troppo fastidio. Quando invece neanche la tecnologia è sufficiente a consentire l’esistenza tra le mura domestiche, c’è sempre pronto un ottimo istituto, di quelli in cui gli anziani sono curati, lavati, pettinati. Tutto a regola d’arte, ci mancherebbe, ma pur sempre luoghi che assomigliano inevitabilmente ad anticamere della morte.
E tutto questo pare che si chiami progresso.
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