Dopo colazione ci congediamo da Stefano augurandogli buona fortuna. A lui e a tutti gli eroi che cercano di riportare la vita in questa distruzione. Ma prima di partire, un’ultima domanda: «Dove si va per la Fontana delle 99 cannelle?». «Oh, è facile: scendete giù per questa via, lungo borgo Rivera e la trovate. È semplicissimo. Buon viaggio». E così facciamo. La strada scende quasi a picco, strettissima, con curve a gomito e un acciottolato a tratti insidioso. I freni durano fatica a fermare la corsa delle biciclette che diverrebbe folle e incontrollata in un attimo. Tanto che si rende necessaria una regolazione volante. Che detta così sembra gran cosa: in realtà si tratta semplicemente di girare un perno per tendere di più il cavo del freno. Si scende ancora, altri tornanti, altro stridore di pattini sul cerchione. E finalmente, in corrispondenza della Chiesa di San Vito, eccoci di fronte al monumento più conosciuto dell’Aquila. Secondo forse solo alla Basilica di Collemaggio. Costruita nel 1272 ad opera dell’architetto Tancredi da Pentima, la fontana è un prodigio della geometria, ancor prima di un’opera d’arte idraulica. La sua pianta trapezoidale, posta su di un’area concava e ribassata, si presenta con tre fronti e colpisce per il suo impatto prospettico. Tanto da provocare quasi uno stordimento visivo. Anche perché dalle 99 cannelle presenti lungo il perimetro e sopra le cinque vasche, si levano senza sosta sonorità di cascata d’alta montagna che creano un caos sensoriale, in cui è “dolce naufragare”. Il perché di quel numero 99 è ancora un mistero. Alcuni sostengono che i mascheroni dai quali scende l’acqua rappresentino i signori dei novantanove castelli che contribuirono alla fondazione dell’Aquila. Altri mettono in dubbio tale teoria. Di certo c’è che tale opera fu realizzata a beneficio di tutta la cittadinanza. E per preservarne l’assoluta indipendenza e dunque la possibilità di utilizzo da parte di tutti, venne tenuta nascosta la sorgente dalla quale attingeva acqua. Ed anzi leggenda vuole che il povero Tancredi da Pentima, ultimati i lavori, sia stato giustiziato affinché non potesse un giorno rivelare tale segreto. Accidenti che bel ringraziamento…!
La fontana, peraltro, dispone di un piano orizzontale per il lavaggio del bucato, e pare che fino al primi decenni del secolo passato, fosse ancora utilizzato dalle massaie della zona.
È giunta l’ora di ripartire. Superato l’Arco San Jacopo della Rivera ci si lascia alle spalle la città e si prende direzione Sulmona. Oggi dovrebbe essere una giornata relativamente tranquilla, con pochi chilometri e ancor meno dislivelli. È stata appositamente disegnata in previsione della tappa successiva, che ci condurrà a sfidare le aspre altezze della Majella. In realtà, come vedremo, la giornata ci riserverà molte sorprese. Ed infatti, percorsi neanche venti chilometri, siamo nei pressi di Fossa: prima divagazione. Una serie di cartelli sovrapposti indicano: “Chiesa di Santa Maria ad Cryptas”, “Convento di Sant’Angelo”, “Monastero di Santo Spirito”. Che la strada punti decisa verso la montagna non ci sconvolge più di tanto: in fondo oggi è una tappa d’alleggerimento…! E così, scalate rapidamente tutte le marce disponibili, entriamo in paese. Fossa è un piccolo borgo medievale, costruito alle pendici del Monte Ocre. Da qui comincia la catena del Sirente Velino. C’è una necropoli risalente all’Età del Ferro qui intorno, ma a noi interessano soprattutto gli eremi. In paese non c’è anima viva, e le tracce lasciate del sisma sono ben visibili. Qui il terremoto ha fatto cinque vittime, e l’intera popolazione è stata evacuata più a valle, oltre la ferrovia, in una delle famigerate “new town”. Proseguendo sulla strada incrociamo due uomini di mezza età, abitanti del posto quando ancora qui c’era vita. Sono qui per una passeggiata, e per non perdere familiarità con questi luoghi. Ci raccontano del cataclisma, e del dopo. Ora abitano giù, con tutti gli altri. Nelle loro parole c’è una profonda amarezza per quello che hanno subito, ma dimostrano anche una grande forza d’animo, un coraggio fiero e indomito. Tipico delle genti di montagna. D’altra parte qui ce l’hanno nel sangue la danza della terra. Chiediamo loro com’è stata la ricostruzione, se hanno sentito la vicinanza dello Stato. E già mi aspetto, e forse mi auguro qualche frase di profondo risentimento. E invece parlano con grande rispetto e stima per ciò che è stato fatto per loro: la popolazione è stata assistita nel migliore dei modi fin da subito e in sei mesi ogni famiglia ha ricevuto un’adeguata sistemazione. «Certo le nuove case sono laggiù…, c’è caldo e sole tutto il giorno…! Qui avevamo il fresco, eravamo all’ombra della montagna…». Ma sono le uniche parole di scontento che udiamo. «E quando è previsto il ritorno a casa» - chiedo in punta di piedi. «Eh chi lo sa…! Prima di sistemare il paese, devono mettere in sicurezza la montagna…». Le parole cadono su di una mano che volteggia in aria: come a dire che ne passerà di tempo. Chiediamo informazioni circa i due eremi. Il primo, quello di Sant’Angelo, si trova in alto, a strapiombo su di una rupe. Ma è inagibile. Il secondo invece è aperto al pubblico. I nostri due interlocutori ci consigliano di continuare a seguire la strada e di superare senza timore le transenne che incontreremo poco più avanti. Sono lì da quattro anni, ma non c’è alcun pericolo. E così facciamo. Il Monastero Fortezza di Santo Spirito risale al XIII secolo ed appartenne all’ordine dei cistercensi. Le sue possenti mura si affacciano su di una terrazza che, dalle pendici del Monte Ocre, guarda la valle modellata dal fiume Aterno. Quando arriviamo c’è uno strano movimento di persone vestite da gran festa. Pensiamo subito ad un matrimonio. In realtà la cerimonia si è svolta ieri, e costoro sono gli invitati che hanno trascorso la notte ospiti del Monastero. Ora riconvertito a struttura ricettiva. Nelle sue enormi sale vi sono affreschi medievali, ed in una di esse vi è allestita la mostra delle Madonne lignee d’Abruzzo. Alcune risalgono al primo medioevo e sono di assai pregevole fattura.
E così, dopo una breve visita si riparte. Scendiamo giù per una strada dissestata, fino a che non incrociamo nuovamente la provinciale. Da qui si prosegue lasciandoci ancora una volta “divagare” da un altro cartello: “Grotte di Stiffe”. Ma sì, non s’è mica detto che questa è una tappa di puro trasferimento? E dunque concediamoci pure qualche chilometro in più fuori programma. Prima di giungere a destinazione, passiamo davanti alla “new town” di Villa Sant’Angelo, un’altra piccola storia nel dramma del terremoto. Un piccolo villaggio fatto di casette basse di legno, ben ordinate e con un piccolo giardino intorno. Qui i morti furono 17, ed il paese è tutto da ricostruire. Quando Dio vorrà, naturalmente.
Proseguendo sento nuovamente la bicicletta affondare troppo sotto le mie pedalate: si tratta della terza foratura. Mi fermo a sostituire la gomma e nel frattempo Alessandra e Alfio vanno ad informarsi circa queste grotte. La visita guidata dura circa due ore. Ed il costo è di dieci euro. Ripartiamo senza indugio. Un leggero saliscendi ci conduce a Fontecchio, altro grazioso borgo medievale. Proseguo da solo mentre gli altri si fermano a visitarlo. Ci ritroviamo poco dopo sulla strada che, abbandonata la provinciale, sale verso Secinaro. Fa un caldo atroce, sono senz’acqua e la salita infierisce senza pietà. Avrei volentieri evitato quest’ultima fatica, ma Alfio ci teneva troppo a visitare il castello di Gagliano Aterno. E questa è l’unica strada che possiamo percorrere. E dunque, dopo un lungo tragitto per lo più in salita ed esposto al sole, eccoci a Gagliano. Abbiamo bisogno di riposarci e recuperare le forze. Tra l’altro non ci siamo ancora fermati per la sosta pranzo. Il castello ovviamente è chiuso a causa dei danni provocati dal sisma e così ci accomodiamo ai tavolini dell’unico bar del paese. Il frigo dei gelati e delle bibite viene letteralmente saccheggiato. Il titolare parla con un cliente del posto, e la nostra presenza non passa inosservata. Anche perché in giro non c’è anima viva a parte noi. Entrambi ci chiedono notizie del nostro viaggio. Racconto il minimo indispensabile e attacco con le mie domande. E così scopro due interlocutori inaspettatamente esperti di storia antica. Mi raccontano che in questi luoghi i romani trovarono pane per i loro denti durante la Guerra Sociale del I secolo a.C. Siamo nella terra dei Peligni e poco distante ci sono i resti di Corfinium, la prima capitale della Lega Italica. Tra questi monti e più giù, verso il Sannio, tra il 91 e l’88 a.C. Piceni, Vestini, Marrucini, Frentani, Peligni, Marsi e Sanniti, combatterono per la loro libertà. E ne pagarono le atroci conseguenze. E dunque, come non visitare Corfinium? In fondo si tratta solo di allungare di qualche chilometro. Dai 650 metri di Gagliano scendiamo velocemente ai 490 di Castelvecchio Subéquo. Qui riprendiamo la Statale n.5, l’antica “Via Tiburtina Valeria” e, seguendo la traccia del fiume Aterno, c’immergiamo nelle spettacolari Gole di San Venanzio. Alle nostre spalle i Monti del Sirente-Velino; di fronte le prime avvisaglie della Majella. Nel mezzo la verde pianura alluvionale su cui si intravede Sulmona. Superata Raiano, raggiungiamo i resti di Corfinium: due monumentali portali in pietra, con apposta una targa: “In questi luoghi sorgeva l’antica Corfinium, cuore della terra Peligna, assurta a capitale dei Confederati nella Guerra Sociale del I secolo a.C. e ribattezzata ITALIA - sacro nome primieramente qui acclamato, auspicio all’unione di tutte le genti della Penisola, nella Patria Comune. Nel bimillenario ovidiano - MCLVIII”.
E si riparte seguendo la Statale n.17 dell’Appennino Abruzzese e Apulo Sannitica. Prima di entrare a Sulmona ci sarebbe da dare un’occhiata ancora all’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, edificata per volere di Celestino V nel 1241, e alla Villa di Ovidio. Ma ormai abbiamo oltre 90 chilometri nelle gambe. Per oggi può bastare. E per fortuna che si trattava di una tappa di alleggerimento.
Seguendo le indicazioni del navigatore di Alfio percorriamo tutto Corso Ovidio, passiamo davanti all’elegante Complesso della Santissima Annunziata, superiamo la Piazza XX Settembre, con la statua bronzea di Ovidio, e ci attestiamo di fronte alle splendide arcate dell’antico acquedotto fatto edificare da Manfredi di Svevia nel 1256. Nell’attesa che il navigatore si raccapezzi, un sorso d’acqua dalla Fontana del Vecchio, altro piccolo gioiello medievale. Da che siamo entrati a Sulmona la nostra attenzione è stata rapita dai moltissimi negozi che espongono e vendono confetti di ogni genere e gusto. D’altra parte è da secoli che qui si produce questa piccola delizia. “Pelino”, ad esempio, sottolinea con orgoglio che la sua attività data fin dal 1783. E così sulle bancarelle e nelle vetrine si vedono i classici confetti alla mandorla, al cioccolato, alla nocciola. Ma oltre a questi ce ne sono anche alla frutta, al pistacchio, alla liquirizia, al rosolio. E anche i colori sono assai vivaci e variegati. Alcuni negozi poi espongono delle composizioni floreali realizzate con intrecci di confetti: i girasoli sono deliziosi. Alessandra è tentata di acquistarne qualche esemplare per la nipote Cecilia, ma di fronte alla prospettiva di dover stipare quel prodigio di fragilità nelle borse da bici, rinuncia. Ci si accontenta di un semplice assaggio opportunamente raccolto in un sacchetto di plastica.
Il navigatore non dà segni di vita e così chiediamo informazioni ai locali. Ci rispondono con molta cortesia e gentilezza. La cadenza degli abitanti di queste terre ha per me un che di familiare: lasciateci alle spalle le parlate sabine dell’aquilano (qualcosa di assai prossimo al dialetto romano), siamo in una zona storicamente legata alla cultura sannita, e dunque campana. Ed infatti il modo di parlare di queste genti ha molto del dialetto napoletano. Questo viaggio, oltre a tutto il resto, ci sta regalando anche un’inaspettata scoperta dei diversi idiomi in uso nei luoghi che visitiamo, e il mutamento repentino degli stessi, ci da la misura delle distanze che le nostre gambe stanno macinando.
Alla fine riusciamo a rintracciare il nostro bed and breakfast. Si trova a due passi dal centro. Per pochi euro a testa disponiamo di un intero appartamento, con tanto di uso cucina. E se non fosse così tardi potremmo approfittarne per prepararci qualcosa da noi. Peraltro Simona sarebbe anche un’ottima cuoca…! Ma come pretendere che le donne si mettano a spadellare dopo un’intera giornata passata in bicicletta? E così, ottimamente consigliati dal titolare del bed and breakfast, ce ne andiamo da “Clemente”: grigliata di carne, con annessi arrosticini, e Montepulciano d’ordinanza. Cosa chiedere di più alla vita? Un Lucano, forse? Ma quale Lucano...! Siamo in Abruzzo? E allora un bel Ratafìa.
Prova
“Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)
Pagine
giovedì 12 settembre 2013
mercoledì 11 settembre 2013
Marche & Abruzzo - Ottava parte
Al mattino mi sento incredibilmente bene, ed ho anche molto appetito. I compagni continuano ad osservarmi, cercando di capire se effettivamente la mia condizione fisica si è ristabilita. Li rassicuro.
E dunque, dopo un breve giro di compere, si parte alla volta di Campotosto. Salendo verso le cime, ci s’immerge in un bosco fresco e profumato di essenze resinose. Cerri, castagni e pioppi, man mano che si sale, lasciano spazio a pinete e faggete di montagna. Superato Cornillo Nuovo, si sale ancora, fino a che la vegetazione non comincia a diradarsi, lasciando campo alla prateria d’altura. E la vista comincia a vagare verso spazi infiniti, verso monti e vallate che scolorano all’ultimo orizzonte. Un cartello segnaletico avvisa che in questo punto termina la “Strada Regionale del Lago di Campotosto”: significa che stiamo entrando in Abruzzo. I luoghi che sto attraversando sono talmente belli e mi riempiono di tale euforia che non riesco a condividere con alcuno questo piacere. E così m’involo solitario in questa meraviglia, assaporando con voluttà ogni sensazione che i sensi trasmettono alla mia mente. Poi, dopo un dolce saliscendi, ecco il muro della diga che preannuncia il lago. Continuo, smanioso di avvistarlo. All’improvviso, dopo l’ennesima curva, si materializza davanti a me un ampio specchio d’acqua azzurro, incorniciato da un cielo terso, nel quale ballano candidi batuffoli di cotone. Sullo sfondo il Gran Sasso, in tutta la sua imponenza. È una visuale quasi onirica e non posso che fermarmi a contemplare tale spettacolo. Mi sento bene, in ottima forma. Mi sembra di non essere mai stato meglio in vita mia. Nell’attesa che gli amici mi raggiungano trovo il tempo di scrivere un messaggio a Dominique e Lorenzo: “Lago di Campostosto, 1.300 metri. Davanti a noi il Corno Grande del Gran Sasso. Una bellezza che lascia senza fiato”. E quasi subito arriva la risposta di Lorenzo: “Cavoli, chissà che spettacolo. In questo momento vi invidio, in salita un po’ meno. P.S. News meteo per i prossimi tre giorni: sempre sole”. Dominique invece starà ancora dormendo. D’altra parte con tutti gli arretrati che aveva da smaltire con Bianca, si leverà non prima di mezzogiorno…!
Una volta riunito il gruppo si continua compatti. Lungo le sponde del lago si susseguono lunghe file di auto parcheggiate e campeggi. Giunti nell’abitato di Campotosto ci fermiamo a prendere acqua presso una fontana. C’è una gran folla di vacanzieri ed alcuni capannelli di ciclisti. Alfio ne approfitta per chiedere informazioni sulla strada migliore da seguire per giungere a l’Aquila. Un tale gli consiglia la Strada del Vasto, “una delle più belle strade del Centro Italia”. Simona però a questo punto è ansiosa di fare il bagno: lei è fatta così, quando vede uno specchio d’acqua deve buttarcisi dentro. E così si scende su di una spiaggetta. La segue solo Alfio in questa sua nuova avventura. Io preferisco non sfidare la sorte dopo ciò che mi è accaduto durante la notte. Alessandra invece neanche prende in considerazione la cosa. Proseguiamo per una decina di chilometri, fino a che non raggiungiamo il Valico delle Capannelle, dopo di che si svolta per Assergi. Si sale ancora di quasi centocinquanta metri e così raggiungiamo la quota più alta dell’intero tour (1.400 m s.l.m.). Da queste parti un tempo passava l’Antica Via Cecilia, la strada romana che metteva in comunicazione Amiternum (l’Aquila) con Teramo. Per secoli fu luogo di transito della transumanza diretta verso l’Agro Romano, e nel periodo dell’Unità d’Italia, ricovero di briganti. Oggi invece, a seguito dell’apertura del traforo del Gran Sasso, questa strada ha perso importanza ed è percorsa solo dai residenti e dai turisti. Soprattutto motociclisti.
Proseguendo lungo la dorsale del Parco Nazionale del Gran Sasso, sfiliamo sotto l’imponente Monte Corvo (2.632 metri), e a seguire, dopo una serie di lunghi tornanti in discesa, ecco pararsi davanti a noi il Corno Grande, la cima più alta dell’intera catena (2.912 metri). È la stessa strada che tante e tante volte hanno percorso il ciclisti del Giro d’Italia per salire a Campo Imperatore. Ed infatti, poco prima di entrare ad Assergi, ecco l’indicazione. Con la relativa funivia. L’ipotesi di fare una puntatina lassù ci aveva solleticato nelle prime ore della mattinata, ma la voglia di arrivare in fretta a l’Aquila e il dislivello non indifferente per raggiungere la cima (oltre mille metri da dove ci troviamo) ci fanno desistere senza troppi rimpianti. E dunque dall’altipiano piombiamo a tutta velocità nel capoluogo di regione abruzzese. Siamo scesi di oltre settecento metri di quota e il caldo è diventato insopportabile. Varchiamo Porta Napoli e, seguendo il bel viale alberato che porta in centro, sentiamo crescere, insieme alla stanchezza, anche la curiosità di vedere in che stato si trovi la città a distanza di quattro anni dal terremoto. La zona periferica sembra quasi integra, a parte qualche cantiere, e la cosa ci rincuora. Mano a mano però che ci avviciniamo alla zona centrale, la faccenda cambia. All’incrocio tra via Crispi e via XX Settembre ci si para davanti tutta la gravità della situazione: palazzi diroccati, barriere contenitive, ponteggi, traversine, nastri che delimitano le zone di pericolo. Ci sale in gola un groppo che ci lascia ammutoliti. Solo osservando dal vivo queste scene si può capire la gravità di quel maledetto sisma. Proseguendo lungo Corso Federico II, altre scene analoghe ci parlano della furia che ha imperversato da queste parti. E tutto ciò, unito al caldo insopportabile, al silenzio quasi religioso e alla totale assenza di persone per strada, lascia in bocca una sensazione straziante. Come di una città ferita a morte e abbandonata. Raggiungiamo Piazza Duomo e cerchiamo informazioni per raggiungere la Locanda Aquilana. In realtà, guardando la mappa, sarebbe semplicissimo rintracciarla, dato che si trova alle spalle del Duomo. Nella sostanza però, a causa delle “zone rosse” in cui è assolutamente vietato transitare a causa del pericolo di crollo, siamo costretti a fare un lungo giro. Ed ovviamente ci perdiamo. E perdendoci, casualmente finiamo proprio in una di queste strade chiuse al transito. Non è raro infatti che le transenne vengano spostate da qualcuno e che dunque l’accesso, anche involontario, avvenga senza accorgersi del pericolo. E così ci troviamo a percorrere una di quelle vie rimaste inchiodate a quella tragica notte del 6 aprile del 2009. Il nostro sguardo attonito penetra dentro porte scardinate, si posa su architravi incrinati, su muri fessurati e abbattuti. E dentro quelle case, rimaste esattamente come allora, ancora s’intravedono gli ultimi segni di quella vita che, scampata miracolosamente alla morte, non vi ha fatto più ritorno. Tavoli, sedie, un divano polveroso, un attaccapanni con ancora appeso un giacchino blu. Da una sezione di casa diroccata si vedono delle piastrelle azzurre. Forse era un bagno. Mette i brividi questa scena. E ancor più fa impressione osservare le catene poste dai proprietari sulle porte delle case: sono il simbolo della voglia di preservare, di ricostruire, di tornare a vivere in questi luoghi. Eppure la ruggine che già è comparsa da tempo su tali catene, dà la dimensione del tempo trascorso, e dell’affievolirsi inesorabile della speranza. Dopo lungo girovagare, ed anche grazie alle indicazioni degli Alpini della divisione Aquila presenti sul luogo, finalmente riusciamo a raggiungere il nostro posto tappa. Esso si trova nel cuore della “zona rossa” e solo grazie alla tenacia dei suoi gestori, è stato possibile riaprire. Nella via della locanda, proprio di fronte ad essa, vi è un palazzo completamente ingabbiato da possenti travi di metallo; appena girato l’angolo diverse palazzine gravemente danneggiate; un caseggiato di quattro piani è crollato e solo una porzione di esso è rimasto in piedi. Col tetto pesantemente accartocciato su se stesso. Sembra di essere finiti in una città bombardata.
Ad accoglierci c’è Romina, e la sua allegra famiglia. Da poco hanno finito di servire il pranzo, e sono tutti molto stanchi. Con i loro modi cordiali e cortesi ci fanno sentire subito a casa. Ed in questo immenso disastro, ci appare quasi surreale questo loro modo di ironizzare su quello che ci circonda. Ci vengono assegnate le stanze e dopo breve tempo siamo di nuovo in giro per la città. Quello che più colpisce di queste strade è il silenzio, un silenzio che si placa solo nelle zone dove la tenacia abruzzese sembra aver sconfitto la catastrofe. E poi ci sono i negozi chiusi, le botteghe artigiane con le vetrine polverose e i cartelli che indicano le nuove aperture fuori città. Chissà quanta vita è passata per questi luoghi, e quanto tempo ci vorrà ancora per restituire agli aquilani la loro città?
E così, nel tardo pomeriggio ci troviamo diretti alla Basilica romanica di Collemaggio, prima tappa del nostro itinerario turistico. Per raggiungerla passiamo davanti alla Chiesa di San Bernardino e poi giù dalla scalinata che porta verso via Fortebraccio e lo Stradello dei Poeti. Un angolo molto suggestivo della città. Da quel poco che abbiamo visto, l’Aquila è una città stupenda. Anche qui però i segni della devastazione sono sconvolgenti e lungo la rampa che da Costa Mandatario risale verso il centro, le prime erbacce cominciano ad infestare i gradoni in pietra. Segno inequivocabile dell’abbandono della zona. La Basilica di Collemaggio ci appare in tutto il suo splendore al termine di un ampio prato rettangolare circondato da abeti, sul quale giocano a rugby dei ragazzi. Il rugby è lo sport più amato da queste parti e molti nazionali italiani provengono da questa regione. In questa splendida basilica, Pietro Angelerio da Morrone, santo eremita, il 5 luglio del 1294 divenne Papa Celestino V. Primo e unico papa incoronato al di fuori di Roma. Già ci pregustiamo l’ingresso, quando un uomo anziano ci fa notare che la basilica è stata dichiarata inagibile qualche giorno fa, e dunque chiusa al pubblico. Pare che la facciata si sia scostata di quasi venti centimetri dall’intero edificio e dunque è assolutamente necessario rimettere mano alla ristrutturazione. Ci suggerisce di restare qualche giorno in città perché, in occasione della “Perdonanza”, la festa che ricorda l’indulgenza plenaria istituita da Celestino V lo stesso anno della sua elezione, la basilica verrà aperta al pubblico. È un grave colpo, ma non ci possiamo fare nulla. Torniamo sui nostri passi e con grande sorpresa e piacere, notiamo che la città si è rianimata. Per le vie aperte al transito, soprattutto sul Corso Vittorio Emanuele II, il salotto buono della città, vi è una discreta folla e quel che più stupisce è la presenza di tantissimi giovani e giovanissimi. Il che fa ben sperare per il futuro di questa terra martoriata. Breve visita al Forte Spagnolo, anch’esso inagibile a causa del sisma, e poi un meritato aperitivo sul corso. Cena condita con lo zafferano della zona, breve passeggiata in Piazza Duomo e a letto. Domani è un altro giorno [continua...].
Una volta riunito il gruppo si continua compatti. Lungo le sponde del lago si susseguono lunghe file di auto parcheggiate e campeggi. Giunti nell’abitato di Campotosto ci fermiamo a prendere acqua presso una fontana. C’è una gran folla di vacanzieri ed alcuni capannelli di ciclisti. Alfio ne approfitta per chiedere informazioni sulla strada migliore da seguire per giungere a l’Aquila. Un tale gli consiglia la Strada del Vasto, “una delle più belle strade del Centro Italia”. Simona però a questo punto è ansiosa di fare il bagno: lei è fatta così, quando vede uno specchio d’acqua deve buttarcisi dentro. E così si scende su di una spiaggetta. La segue solo Alfio in questa sua nuova avventura. Io preferisco non sfidare la sorte dopo ciò che mi è accaduto durante la notte. Alessandra invece neanche prende in considerazione la cosa. Proseguiamo per una decina di chilometri, fino a che non raggiungiamo il Valico delle Capannelle, dopo di che si svolta per Assergi. Si sale ancora di quasi centocinquanta metri e così raggiungiamo la quota più alta dell’intero tour (1.400 m s.l.m.). Da queste parti un tempo passava l’Antica Via Cecilia, la strada romana che metteva in comunicazione Amiternum (l’Aquila) con Teramo. Per secoli fu luogo di transito della transumanza diretta verso l’Agro Romano, e nel periodo dell’Unità d’Italia, ricovero di briganti. Oggi invece, a seguito dell’apertura del traforo del Gran Sasso, questa strada ha perso importanza ed è percorsa solo dai residenti e dai turisti. Soprattutto motociclisti.
Proseguendo lungo la dorsale del Parco Nazionale del Gran Sasso, sfiliamo sotto l’imponente Monte Corvo (2.632 metri), e a seguire, dopo una serie di lunghi tornanti in discesa, ecco pararsi davanti a noi il Corno Grande, la cima più alta dell’intera catena (2.912 metri). È la stessa strada che tante e tante volte hanno percorso il ciclisti del Giro d’Italia per salire a Campo Imperatore. Ed infatti, poco prima di entrare ad Assergi, ecco l’indicazione. Con la relativa funivia. L’ipotesi di fare una puntatina lassù ci aveva solleticato nelle prime ore della mattinata, ma la voglia di arrivare in fretta a l’Aquila e il dislivello non indifferente per raggiungere la cima (oltre mille metri da dove ci troviamo) ci fanno desistere senza troppi rimpianti. E dunque dall’altipiano piombiamo a tutta velocità nel capoluogo di regione abruzzese. Siamo scesi di oltre settecento metri di quota e il caldo è diventato insopportabile. Varchiamo Porta Napoli e, seguendo il bel viale alberato che porta in centro, sentiamo crescere, insieme alla stanchezza, anche la curiosità di vedere in che stato si trovi la città a distanza di quattro anni dal terremoto. La zona periferica sembra quasi integra, a parte qualche cantiere, e la cosa ci rincuora. Mano a mano però che ci avviciniamo alla zona centrale, la faccenda cambia. All’incrocio tra via Crispi e via XX Settembre ci si para davanti tutta la gravità della situazione: palazzi diroccati, barriere contenitive, ponteggi, traversine, nastri che delimitano le zone di pericolo. Ci sale in gola un groppo che ci lascia ammutoliti. Solo osservando dal vivo queste scene si può capire la gravità di quel maledetto sisma. Proseguendo lungo Corso Federico II, altre scene analoghe ci parlano della furia che ha imperversato da queste parti. E tutto ciò, unito al caldo insopportabile, al silenzio quasi religioso e alla totale assenza di persone per strada, lascia in bocca una sensazione straziante. Come di una città ferita a morte e abbandonata. Raggiungiamo Piazza Duomo e cerchiamo informazioni per raggiungere la Locanda Aquilana. In realtà, guardando la mappa, sarebbe semplicissimo rintracciarla, dato che si trova alle spalle del Duomo. Nella sostanza però, a causa delle “zone rosse” in cui è assolutamente vietato transitare a causa del pericolo di crollo, siamo costretti a fare un lungo giro. Ed ovviamente ci perdiamo. E perdendoci, casualmente finiamo proprio in una di queste strade chiuse al transito. Non è raro infatti che le transenne vengano spostate da qualcuno e che dunque l’accesso, anche involontario, avvenga senza accorgersi del pericolo. E così ci troviamo a percorrere una di quelle vie rimaste inchiodate a quella tragica notte del 6 aprile del 2009. Il nostro sguardo attonito penetra dentro porte scardinate, si posa su architravi incrinati, su muri fessurati e abbattuti. E dentro quelle case, rimaste esattamente come allora, ancora s’intravedono gli ultimi segni di quella vita che, scampata miracolosamente alla morte, non vi ha fatto più ritorno. Tavoli, sedie, un divano polveroso, un attaccapanni con ancora appeso un giacchino blu. Da una sezione di casa diroccata si vedono delle piastrelle azzurre. Forse era un bagno. Mette i brividi questa scena. E ancor più fa impressione osservare le catene poste dai proprietari sulle porte delle case: sono il simbolo della voglia di preservare, di ricostruire, di tornare a vivere in questi luoghi. Eppure la ruggine che già è comparsa da tempo su tali catene, dà la dimensione del tempo trascorso, e dell’affievolirsi inesorabile della speranza. Dopo lungo girovagare, ed anche grazie alle indicazioni degli Alpini della divisione Aquila presenti sul luogo, finalmente riusciamo a raggiungere il nostro posto tappa. Esso si trova nel cuore della “zona rossa” e solo grazie alla tenacia dei suoi gestori, è stato possibile riaprire. Nella via della locanda, proprio di fronte ad essa, vi è un palazzo completamente ingabbiato da possenti travi di metallo; appena girato l’angolo diverse palazzine gravemente danneggiate; un caseggiato di quattro piani è crollato e solo una porzione di esso è rimasto in piedi. Col tetto pesantemente accartocciato su se stesso. Sembra di essere finiti in una città bombardata.
Ad accoglierci c’è Romina, e la sua allegra famiglia. Da poco hanno finito di servire il pranzo, e sono tutti molto stanchi. Con i loro modi cordiali e cortesi ci fanno sentire subito a casa. Ed in questo immenso disastro, ci appare quasi surreale questo loro modo di ironizzare su quello che ci circonda. Ci vengono assegnate le stanze e dopo breve tempo siamo di nuovo in giro per la città. Quello che più colpisce di queste strade è il silenzio, un silenzio che si placa solo nelle zone dove la tenacia abruzzese sembra aver sconfitto la catastrofe. E poi ci sono i negozi chiusi, le botteghe artigiane con le vetrine polverose e i cartelli che indicano le nuove aperture fuori città. Chissà quanta vita è passata per questi luoghi, e quanto tempo ci vorrà ancora per restituire agli aquilani la loro città?
E così, nel tardo pomeriggio ci troviamo diretti alla Basilica romanica di Collemaggio, prima tappa del nostro itinerario turistico. Per raggiungerla passiamo davanti alla Chiesa di San Bernardino e poi giù dalla scalinata che porta verso via Fortebraccio e lo Stradello dei Poeti. Un angolo molto suggestivo della città. Da quel poco che abbiamo visto, l’Aquila è una città stupenda. Anche qui però i segni della devastazione sono sconvolgenti e lungo la rampa che da Costa Mandatario risale verso il centro, le prime erbacce cominciano ad infestare i gradoni in pietra. Segno inequivocabile dell’abbandono della zona. La Basilica di Collemaggio ci appare in tutto il suo splendore al termine di un ampio prato rettangolare circondato da abeti, sul quale giocano a rugby dei ragazzi. Il rugby è lo sport più amato da queste parti e molti nazionali italiani provengono da questa regione. In questa splendida basilica, Pietro Angelerio da Morrone, santo eremita, il 5 luglio del 1294 divenne Papa Celestino V. Primo e unico papa incoronato al di fuori di Roma. Già ci pregustiamo l’ingresso, quando un uomo anziano ci fa notare che la basilica è stata dichiarata inagibile qualche giorno fa, e dunque chiusa al pubblico. Pare che la facciata si sia scostata di quasi venti centimetri dall’intero edificio e dunque è assolutamente necessario rimettere mano alla ristrutturazione. Ci suggerisce di restare qualche giorno in città perché, in occasione della “Perdonanza”, la festa che ricorda l’indulgenza plenaria istituita da Celestino V lo stesso anno della sua elezione, la basilica verrà aperta al pubblico. È un grave colpo, ma non ci possiamo fare nulla. Torniamo sui nostri passi e con grande sorpresa e piacere, notiamo che la città si è rianimata. Per le vie aperte al transito, soprattutto sul Corso Vittorio Emanuele II, il salotto buono della città, vi è una discreta folla e quel che più stupisce è la presenza di tantissimi giovani e giovanissimi. Il che fa ben sperare per il futuro di questa terra martoriata. Breve visita al Forte Spagnolo, anch’esso inagibile a causa del sisma, e poi un meritato aperitivo sul corso. Cena condita con lo zafferano della zona, breve passeggiata in Piazza Duomo e a letto. Domani è un altro giorno [continua...].
martedì 10 settembre 2013
Marche & Abruzzo - Settima parte
Il mattino seguente nel gruppo c’è un po’ di mestizia. Lorenzo e Dominique ci lasciano. Per il primo la cosa era già ampiamente programmata dato che aveva assunto già altri impegni. Il secondo invece, nonostante stia apprezzando oltre ogni misura l’esperienza, deve fare i conti con il budget compromesso all’ultimo dall’acquisto della bicicletta nuova. E così, di primo mattino, mentre noialtri siamo ancora seduti al tavolino della colazione, Lorenzo e Dominique prendono la via della stazione: il primo treno li condurrà sulla costa; un secondo verso Ancona; e per finire l’ultimo, su a nord. A casa. In eredità riceviamo dai nostri amici tutto ciò che a loro non servirà più, vale a dire integratori alimentari, sali minerali, barrette energetiche, creme solari, frutta secca e altro ancora. Un gran bel lascito. E in più, dato che la mia mantellina per la pioggia è rimasta a Loro Piceno, Lorenzo mi lascia la sua.
Prima di partire, noi superstiti, ci concediamo ancora qualche attimo di riposo. Al sole che scalda l’aria frizzante di quest’inizio giornata. E si riparte. Abbandonando Ascoli da Porta Romana, imbocchiamo la Statale n.4, “Salaria”. Una strada molto trafficata che ad ogni incrocio ci spingerà a cercare strade alternative. Ma non c’è molto da fare: la direzione è obbligata. Dopo una ventina di chilometri siamo ad Acquasanta Terme. Se non fosse per tutte le vetture che ci sfrecciano a poca distanza, ci sarebbe da incantarsi a guardare il paesaggio: a nord i Sibillini, a sud i Monti della Laga, e tutto intorno boschi di castagni plurisecolari, querce, faggi e abeti bianchi.
Entrati in città ci aggredisce subito il tipico odore delle sorgenti sulfuree e, come era facilmente immaginabile, ci si para dinnanzi una gran quantità di turisti termali accalcati intorno agli stabilimenti. Si fugge via il più rapidamente possibile. Usciti dall’agglomerato intravediamo un cartello che indica l’Abbazia di San Benedetto. Ovviamente non c’è il chilometraggio. Decidiamo comunque di visitarlo. Salendo lungo il crinale ancora dei cartelli che indicano le frazioni nei paraggi: “Pito”, “Umito”, “Pomaro”. Chissà che vita passa in questi luoghi? Immerso nel paesaggio collinare, il Monastero ci appare all’improvviso nella sua armoniosa e luminosa costruzione in travertino. Tra queste mura vi risiede la Comunità femminile della Congregazione Benedettina Camaldolese. È un luogo di pace e silenzio, e se avessimo tempo sarebbe il posto ideale per riposare e meditare. Ma la strada ci chiama e così, si riparte. Una dozzina di chilometri seguendo le gole scavate dal fiume Tronto ci conducono fino ad Arquata. In questo luogo geografico s’incontrano tre regioni: Marche, Umbria e Lazio. E a pochi chilometri di distanza c’è l’Abruzzo. Dalla nazionale c’è un bel “tiro” fin su in paese, e dopo un breve momento di confronto, si decide di salire. Il centro s’inerpica su di un cucuzzolo dalle pareti lisce e scoscese e dalla sommità di esso, dove vi è una rocca medievale, lo sguardo spazia su monti dai nomi roboanti: Vettore, Guaidone, Ceresa, Comunitore, Ventosola, Serra. Sono le sentinelle dei Sibillini e dei Monti della Laga. I turisti del posto, che poi sono persone che abitano le terre basse di questa zona, ci riferiscono che il paese ormai è abbandonato e che non vi sono più né servizi né esercizi commerciali. Per trovare qualcosa occorre scendere sulla statale e proseguire in direzione Roma. Un uomo di mezza età, che ha l’aria di chi la sa lunga, ci consiglia di restare alti in quota, e di percorrere il tracciato della “Vecchia Salaria”. È la strada che stiamo cercando. E così, lasciataci alle spalle Arquata, c’inoltriamo lungo questa strada deserta e bellissima, a tratti invasa da sterpaglie e pietrame caduto dall’alto. La lingua d’asfalto consunta e sbrecciata segue la vallata rimanendo sul fianco alto della costa. E lo sguardo si perde laggiù, verso l’infinito. Niente da dire, i romani ci sapevano fare con la viabilità. Superiamo Tufo, Grisciano, Tino, paesini ai confini del mondo, e giungiamo ad Accumoli (855 metri). Siamo ormai nel Lazio, o meglio nella Sabinia per essere precisi. Abbiamo una fame spaventevole. Fortunatamente troviamo un piccolo alimentare un attimo prima che chiuda. Frutta e altri generi di conforto, come al solito. Tra i vicoli del paesino, subito dopo un arco di pietra, scorgiamo anche un bar incredibilmente aperto sebbene non vi sia anima viva nel raggio di venti chilometri. Gelato meritato.
Si ridiscende fino a lambire il Lago di Scandarella e da qui inizia l’ultima salita, quella che ci porterà ad Amatrice (950 m s.l.m). L’ingresso in città è quanto di più caotico si possa immaginare. Per la strada maestra che attraversa l’abitato c’è un traffico paragonabile solo al centro di Milano nel tardo pomeriggio di un giorno lavorativo. E noi che immaginavamo un tranquillo paesello di montagna, silenzioso e immerso nella quiete dei monti e dei ruscelli. In cui ovviamente si mangia un’ottima “amatriciana”. In realtà Amatrice, come ci dirà un locale, ha circa duemila abitanti, e nel corso dell’anno è un luogo decisamente bucolico. In agosto viceversa si trasforma e facilmente si arriva alle ventimila presenze. Con tutto ciò che ne consegue. Ed infatti muoversi per queste strette viuzze è quasi impossibile, oltreché sommamente rischioso per l’incolumità fisica. Anche qui, infatti, imperversano automobili di ogni genere, guidate da persone nervose e arroganti. E non c’è pertugio che esse non sondino con i loro musi roventi in cerca di transito o parcheggio. E la cosa che più stupisce è l’indifferenza dei pedoni, ormai assuefatti a quest’orrore. Appena il tempo di una bibita fresca, e si riparte alla volta del nostro albergo che dista circa un chilometro dal centro.
Nel tardo pomeriggio, tanto per non lasciarci dietro inopportuni rimpianti, scendiamo di nuovo in paese per una visita turistica. Ci si ferma su di un belvedere e, cartina alla mano, cerchiamo di individuare le varie cime che fanno da corona all’altipiano sul quale sorge Amatrice: Monte Gorzano (2.400 metri, la vetta più alta del Lazio), Pizzo Moscio, Cima Lepri, Pizzo di Sevo. I rilievi dei Monti della Laga sono incredibilmente verdi e il motivo risiede nella composizione delle rocce delle montagne: non calcari, ma arenarie e marne che, impedendo all’acqua di filtrare nel terreno, consentono alla stessa di alimentare costantemente fiumi, torrenti e ruscelli. In centro, per quel poco che ci concede il traffico selvaggio, riusciamo a dare un’occhiata alla Chiesa quattrocentesca di Sant’Agostino, con il suo bel rosone e l’austera torre campanaria; poco più oltre vi è la Torre Civica in mattoni grezzi; e ancora le Chiese di Sant’Emidio e San Francesco, con il suo bel portale tardo-gotico. Quest’ultima tristemente chiusa. Cerco, come ho già fatto nei giorni precedenti, qualche cartolina da conservare o spedire all’amico Salvo. Uno degli ultimi esseri viventi della Terra, a parte me, a gradire il genere. Ne trovo qualche esemplare in una tabaccheria. E sono di una bruttezza rara. Scelgo le meno peggio e mi dileguo al volo senza salutare. È quasi ora di cena e dunque si ritorna a baita.
Questa sera a tavola siamo in quattro: è la prima volta che ci si ritrova senza Dominique e Lorenzo. Provo una sensazione strana, come di inadeguatezza e forse estraneità alla situazione. L’atmosfera del gruppo, venendo meno due suoi importanti componenti, si è inevitabilmente alterata. D’altra parte Dominique era garanzia di allegria e di spasso, e le sue uscite comiche e a volte fanciullesche (soprattutto quando parlava di donne) avevano un effetto rilassante e davano leggerezza; Lorenzo viceversa, con la sua calma flemmatica, la sua tranquillità quasi atarassica, unita alla bontà d’animo e all’altruismo, rappresentava la pietra angolare del gruppo, una certezza, un punto d’equilibrio su cui tutti sapevano di poter contare. E tutto ciò, all’improvviso, è svanito. E così, per un paio di giorni, mi troverò a inseguire un nuovo assetto, un nuovo ritmo esistenziale con i miei ultimi compagni di viaggio. E in alcuni momenti, non trovando di meglio, preferirò cercare nella solitudine delle pedalate in fuga e nella bellezza dei luoghi che attraverserò, le risposte alle mie domande.
La bella cameriera ci suggerisce, ovviamente, di provare la loro “amatriciana”. Le diamo retta, ma al momento del dunque qualcosa non ci torna. Per un equivoco innescato da una richiesta particolare di Alfio, i piatti che ci vengono deposti sul tavolo sono privi di sugo di pomodoro. L’amatriciana senza pomodoro??? Possibile??? Chiediamo spiegazioni e la cameriera, rammaricandosi, ci risponde che aveva inteso che volessimo provare la “gricia”, ovvero l’amatriciana tradizionale, quella originale. Ad ogni modo, al palato, il gusto è straordinario: guanciale a cubetti (incredibilmente croccante), pecorino, olio d’oliva, peperoncino. Niente di più, eppure straordinario. E fosse finita…! Il nostro feroce appetito ci spinge a ordinare anche una porzione gigante di pappardelle ai funghi porcini e carne alla brace. Il tutto innaffiato da un ottimo Montepulciano d’Abruzzo. E per concludere Ratafià e Genzianella, due amari (piuttosto dolci…) tipici di queste terre, ottenuti rispettivamente dalla lavorazione dell’amarena e della genziana. Il tutto per 52 euro in quattro: 13 euro a testa.
Prima di andare a letto, ci concediamo una passeggiata nell’antico borgo di San Cipriano, fatto di case basse di pietra, viuzze e piazzette su cui un tempo la vita pulsava. In queste zone fino ai primi del ‘900 abitavano migliaia di persone, impiegate soprattutto nella pastorizia. Oggi di veri residenti ne sono rimasti pochissimi, e come spesso capita, solo nei fine settimana si assiste ad un ritorno di vita. L’aria a queste quote è frizzante e il cielo è incredibilmente terso: se non fosse per la luna quasi piena, si potrebbero contare una ad una tutte le costellazioni.
Durante la notte, avverto un senso di pesantezza allo stomaco: d’altra parte con tutto quello che mi sono scofanato…! Provo a resistere, ma l’unico modo per uscirne è buttare tutto fuori. Tornando a letto rinfrancato, odo la voce d’oltretomba di Alfio: «Sei vivo…?».
Risposta: «Se domani mi trovate rigido, fate scrivere sull’efitaffio “Caduto nell’adempimento del proprio dovere”. Mi sembra più bello…» [continua...].
Prima di partire, noi superstiti, ci concediamo ancora qualche attimo di riposo. Al sole che scalda l’aria frizzante di quest’inizio giornata. E si riparte. Abbandonando Ascoli da Porta Romana, imbocchiamo la Statale n.4, “Salaria”. Una strada molto trafficata che ad ogni incrocio ci spingerà a cercare strade alternative. Ma non c’è molto da fare: la direzione è obbligata. Dopo una ventina di chilometri siamo ad Acquasanta Terme. Se non fosse per tutte le vetture che ci sfrecciano a poca distanza, ci sarebbe da incantarsi a guardare il paesaggio: a nord i Sibillini, a sud i Monti della Laga, e tutto intorno boschi di castagni plurisecolari, querce, faggi e abeti bianchi.
Entrati in città ci aggredisce subito il tipico odore delle sorgenti sulfuree e, come era facilmente immaginabile, ci si para dinnanzi una gran quantità di turisti termali accalcati intorno agli stabilimenti. Si fugge via il più rapidamente possibile. Usciti dall’agglomerato intravediamo un cartello che indica l’Abbazia di San Benedetto. Ovviamente non c’è il chilometraggio. Decidiamo comunque di visitarlo. Salendo lungo il crinale ancora dei cartelli che indicano le frazioni nei paraggi: “Pito”, “Umito”, “Pomaro”. Chissà che vita passa in questi luoghi? Immerso nel paesaggio collinare, il Monastero ci appare all’improvviso nella sua armoniosa e luminosa costruzione in travertino. Tra queste mura vi risiede la Comunità femminile della Congregazione Benedettina Camaldolese. È un luogo di pace e silenzio, e se avessimo tempo sarebbe il posto ideale per riposare e meditare. Ma la strada ci chiama e così, si riparte. Una dozzina di chilometri seguendo le gole scavate dal fiume Tronto ci conducono fino ad Arquata. In questo luogo geografico s’incontrano tre regioni: Marche, Umbria e Lazio. E a pochi chilometri di distanza c’è l’Abruzzo. Dalla nazionale c’è un bel “tiro” fin su in paese, e dopo un breve momento di confronto, si decide di salire. Il centro s’inerpica su di un cucuzzolo dalle pareti lisce e scoscese e dalla sommità di esso, dove vi è una rocca medievale, lo sguardo spazia su monti dai nomi roboanti: Vettore, Guaidone, Ceresa, Comunitore, Ventosola, Serra. Sono le sentinelle dei Sibillini e dei Monti della Laga. I turisti del posto, che poi sono persone che abitano le terre basse di questa zona, ci riferiscono che il paese ormai è abbandonato e che non vi sono più né servizi né esercizi commerciali. Per trovare qualcosa occorre scendere sulla statale e proseguire in direzione Roma. Un uomo di mezza età, che ha l’aria di chi la sa lunga, ci consiglia di restare alti in quota, e di percorrere il tracciato della “Vecchia Salaria”. È la strada che stiamo cercando. E così, lasciataci alle spalle Arquata, c’inoltriamo lungo questa strada deserta e bellissima, a tratti invasa da sterpaglie e pietrame caduto dall’alto. La lingua d’asfalto consunta e sbrecciata segue la vallata rimanendo sul fianco alto della costa. E lo sguardo si perde laggiù, verso l’infinito. Niente da dire, i romani ci sapevano fare con la viabilità. Superiamo Tufo, Grisciano, Tino, paesini ai confini del mondo, e giungiamo ad Accumoli (855 metri). Siamo ormai nel Lazio, o meglio nella Sabinia per essere precisi. Abbiamo una fame spaventevole. Fortunatamente troviamo un piccolo alimentare un attimo prima che chiuda. Frutta e altri generi di conforto, come al solito. Tra i vicoli del paesino, subito dopo un arco di pietra, scorgiamo anche un bar incredibilmente aperto sebbene non vi sia anima viva nel raggio di venti chilometri. Gelato meritato.
Si ridiscende fino a lambire il Lago di Scandarella e da qui inizia l’ultima salita, quella che ci porterà ad Amatrice (950 m s.l.m). L’ingresso in città è quanto di più caotico si possa immaginare. Per la strada maestra che attraversa l’abitato c’è un traffico paragonabile solo al centro di Milano nel tardo pomeriggio di un giorno lavorativo. E noi che immaginavamo un tranquillo paesello di montagna, silenzioso e immerso nella quiete dei monti e dei ruscelli. In cui ovviamente si mangia un’ottima “amatriciana”. In realtà Amatrice, come ci dirà un locale, ha circa duemila abitanti, e nel corso dell’anno è un luogo decisamente bucolico. In agosto viceversa si trasforma e facilmente si arriva alle ventimila presenze. Con tutto ciò che ne consegue. Ed infatti muoversi per queste strette viuzze è quasi impossibile, oltreché sommamente rischioso per l’incolumità fisica. Anche qui, infatti, imperversano automobili di ogni genere, guidate da persone nervose e arroganti. E non c’è pertugio che esse non sondino con i loro musi roventi in cerca di transito o parcheggio. E la cosa che più stupisce è l’indifferenza dei pedoni, ormai assuefatti a quest’orrore. Appena il tempo di una bibita fresca, e si riparte alla volta del nostro albergo che dista circa un chilometro dal centro.
Nel tardo pomeriggio, tanto per non lasciarci dietro inopportuni rimpianti, scendiamo di nuovo in paese per una visita turistica. Ci si ferma su di un belvedere e, cartina alla mano, cerchiamo di individuare le varie cime che fanno da corona all’altipiano sul quale sorge Amatrice: Monte Gorzano (2.400 metri, la vetta più alta del Lazio), Pizzo Moscio, Cima Lepri, Pizzo di Sevo. I rilievi dei Monti della Laga sono incredibilmente verdi e il motivo risiede nella composizione delle rocce delle montagne: non calcari, ma arenarie e marne che, impedendo all’acqua di filtrare nel terreno, consentono alla stessa di alimentare costantemente fiumi, torrenti e ruscelli. In centro, per quel poco che ci concede il traffico selvaggio, riusciamo a dare un’occhiata alla Chiesa quattrocentesca di Sant’Agostino, con il suo bel rosone e l’austera torre campanaria; poco più oltre vi è la Torre Civica in mattoni grezzi; e ancora le Chiese di Sant’Emidio e San Francesco, con il suo bel portale tardo-gotico. Quest’ultima tristemente chiusa. Cerco, come ho già fatto nei giorni precedenti, qualche cartolina da conservare o spedire all’amico Salvo. Uno degli ultimi esseri viventi della Terra, a parte me, a gradire il genere. Ne trovo qualche esemplare in una tabaccheria. E sono di una bruttezza rara. Scelgo le meno peggio e mi dileguo al volo senza salutare. È quasi ora di cena e dunque si ritorna a baita.
Questa sera a tavola siamo in quattro: è la prima volta che ci si ritrova senza Dominique e Lorenzo. Provo una sensazione strana, come di inadeguatezza e forse estraneità alla situazione. L’atmosfera del gruppo, venendo meno due suoi importanti componenti, si è inevitabilmente alterata. D’altra parte Dominique era garanzia di allegria e di spasso, e le sue uscite comiche e a volte fanciullesche (soprattutto quando parlava di donne) avevano un effetto rilassante e davano leggerezza; Lorenzo viceversa, con la sua calma flemmatica, la sua tranquillità quasi atarassica, unita alla bontà d’animo e all’altruismo, rappresentava la pietra angolare del gruppo, una certezza, un punto d’equilibrio su cui tutti sapevano di poter contare. E tutto ciò, all’improvviso, è svanito. E così, per un paio di giorni, mi troverò a inseguire un nuovo assetto, un nuovo ritmo esistenziale con i miei ultimi compagni di viaggio. E in alcuni momenti, non trovando di meglio, preferirò cercare nella solitudine delle pedalate in fuga e nella bellezza dei luoghi che attraverserò, le risposte alle mie domande.
La bella cameriera ci suggerisce, ovviamente, di provare la loro “amatriciana”. Le diamo retta, ma al momento del dunque qualcosa non ci torna. Per un equivoco innescato da una richiesta particolare di Alfio, i piatti che ci vengono deposti sul tavolo sono privi di sugo di pomodoro. L’amatriciana senza pomodoro??? Possibile??? Chiediamo spiegazioni e la cameriera, rammaricandosi, ci risponde che aveva inteso che volessimo provare la “gricia”, ovvero l’amatriciana tradizionale, quella originale. Ad ogni modo, al palato, il gusto è straordinario: guanciale a cubetti (incredibilmente croccante), pecorino, olio d’oliva, peperoncino. Niente di più, eppure straordinario. E fosse finita…! Il nostro feroce appetito ci spinge a ordinare anche una porzione gigante di pappardelle ai funghi porcini e carne alla brace. Il tutto innaffiato da un ottimo Montepulciano d’Abruzzo. E per concludere Ratafià e Genzianella, due amari (piuttosto dolci…) tipici di queste terre, ottenuti rispettivamente dalla lavorazione dell’amarena e della genziana. Il tutto per 52 euro in quattro: 13 euro a testa.
Prima di andare a letto, ci concediamo una passeggiata nell’antico borgo di San Cipriano, fatto di case basse di pietra, viuzze e piazzette su cui un tempo la vita pulsava. In queste zone fino ai primi del ‘900 abitavano migliaia di persone, impiegate soprattutto nella pastorizia. Oggi di veri residenti ne sono rimasti pochissimi, e come spesso capita, solo nei fine settimana si assiste ad un ritorno di vita. L’aria a queste quote è frizzante e il cielo è incredibilmente terso: se non fosse per la luna quasi piena, si potrebbero contare una ad una tutte le costellazioni.
Durante la notte, avverto un senso di pesantezza allo stomaco: d’altra parte con tutto quello che mi sono scofanato…! Provo a resistere, ma l’unico modo per uscirne è buttare tutto fuori. Tornando a letto rinfrancato, odo la voce d’oltretomba di Alfio: «Sei vivo…?».
Risposta: «Se domani mi trovate rigido, fate scrivere sull’efitaffio “Caduto nell’adempimento del proprio dovere”. Mi sembra più bello…» [continua...].
lunedì 9 settembre 2013
Marche & Abruzzo Bike Tour - 930 km a spasso per il Centro Italia - Sesta parte
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| Ascoli Piceno, Porta Solestà |
Come Dio vuole, seguendo una serie di vie concentriche, scalette e vicoli molto stretti, riusciamo a guadagnare Piazza Alta, ovvero la parte sommitale del borgo, là dove si trovano la Chiesa di Santa Maria di Piazza, il Palazzo del Popolo, il Palazzo del Podestà e il Palazzo dei Priori. Tutti edifici di epoca medievale. Pare che anche San Francesco, durante i suoi tanti pellegrinaggi, sia stato da queste parti. Ed infatti c’è anche una chiesa dedicata al lui. Dal belvedere il Parco dei Sibillini in tutta la sua selvaggia bellezza. Prima di ripartire una foto ricordo, assai “originale”. Sul lato lungo della piazza qualcuno ha installato una gogna per il piacere dei turisti. In un attimo facciamo accomodare Alessandra in posizione (d’altra parte è il minimo che si potesse farle data la “spietatezza” dimostrata con i suoi dipendenti comunali in questi giorni di ferie…) e ci posizioniamo tutti intorno per lo scatto. Gentilmente offerto da un passante. Dopo di che si mette in scena la solita becera finzione di andar via lasciando la nostra amica prigioniera. I presenti ridono, ma senza troppo entusiasmo. D’altra parte era tutto già così scontato…! Si riparte, ancora una quindicina di chilometri lungo la Provinciale 237, “Picena”. Il paesaggio è mutato, siamo a ridosso dei Sibillini e all’improvviso ci ritroviamo immersi in un ambiente boscoso, dove a tratti non filtra la luce solare. L’umidità è altissima, a causa delle piogge di ieri, e il respiro si fa affannoso. In salita però tutti spingono con forza, ansimando. Simona è l’unica che sembra non soffrire: le sue gambe mulinano un rapporto lungo e le spalle robuste accompagnano lo sforzo con cadenze ritmate. Alle volte parte e se ne va senza aspettare nessuno. Altre volte, inopinatamente, rallenta di botto, come se la sua mente venisse rapita da un pensiero improvviso. E chi le sta dietro, soprattutto in salita, è costretto ad urlarle: “Non fermarti…, non fermarti…”. Alessandra invece, non appena la strada s’impenna, resta attardata. E non perché non regga il ritmo, ma perché preferisce salire col suo passo, senza forzare troppo sulle ginocchia. Anche Dominique si stacca: forse comincia a sentire la fatica dei giorni e dei chilometri. O forse è solo perché si perde dietro alle melodie che la sua testolina da musicista sempre in movimento partorisce. Lo si capisce ascoltando i motivetti che fischietta di tanto in tanto. Alfio invece è una macchina, un vero e proprio crono-man: mettersi sulla sua ruota è garanzia di andatura costante e sostenuta, senza cedimenti o accelerazioni improvvise. Ed io, come affronto la strada che sale? Per me la salita, a differenza di Alessandra ad esempio, è fatica e basta. E non riesco a godermi il paesaggio se non dal momento che scollino. Ed è per questo che cerco di andare forte, il più forte possibile: perché finisca il prima possibile. E così spesso mi trovo a pedalare in solitaria, a scolare fatica giù dal viso come una fontana aperta. E solo al termine dello sforzo mi fermo ad attendere i compagni. Come su al Valico Rustici (630 m s.l.m).
Ad Amandola, poco più giù ci fermiamo per la sosta pranzo. Il paesino non ci sembra granché, anche perché, visto dalla strada maestra, ci perdiamo la piazza principale che sta ad una trentina di metri. Ed infatti, una volta ripartiti, ce la troveremo improvvisamente davanti in tutta la sua bellezza. Si prosegue sempre lungo la Provinciale “Picena” e si supera di slancio Comunanza, “Il Paese della Longevità”, come recita il cartello stradale. Pare infatti che da queste parti vivano tre supercentenarie ben in salute. Da qui abbandoniamo la provinciale e puntiamo verso Force. C’è da superare oltre 250 metri di dislivello, ma a questo punto le gambe vanno da sole. Ad una svolta salta fuori da una recinzione un enorme pastore maremmano incazzato come una jena. Mi punta e si scaglia contro di me abbaiando e mostrando i canini. Alfio, che sta ad una decina di metri dalla mia ruota posteriore, mi da subito per spacciato. Ma io ho un asso nella manica: come fece mio nonno in una situazione simile - ricordo ben conservato tra le gesta eroiche di famiglia - , caccio un urlo da tenore scaligero. Improvviso e inaspettato per la povera bestiola. E questa retrocede, atterrita a morte, e ci lascia passare. Se solo avesse saputo che avevo il cuore in gola…! Ad ogni modo, svolta dopo svolta, s’arriva in cima: siamo a quota 689 metri. Il paesino è abbarbicato su di un colle, ultimo antico riparo dalle invasioni barbariche, e le sue stradine acciottolate s’inerpicano con strappi drammatici. Ci vuole tutta l’energia di cui ancora disponiamo per non mettere il piede a terra. Sennò poi, si sa, c’è la squalifica. Nella piazzetta sommitale c’è il bel Palazzo del Municipio, la Collegiata di San Paolo, un’imponente torre campanaria. Ma quello che più ci attrae, oltre al balcone col bel panorama, è l’insegna dell’unico esercizio commerciale aperto: “Bar-Collo”. Stupenda.
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| Ascoli Piceno, Piazza del Popolo |
Prima di rientrare due passi di danza in piazza sulle note musicali di un’orchestrina di paese. Oggi è pur sempre Ferragosto [continua…].
venerdì 6 settembre 2013
Marche & Abruzzo Bike Tour - 930 km a spasso per il Centro Italia - Quinta parte
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| Colle dell'Infinito |
Dopo una decina di chilometri siamo sulle pendici del colle che porta al Santuario. Dietro di me, attaccato come Tonkov a Pantani sulla salita per Montecampione, c’è solo Lorenzo. E la cosa è sorprendente dato quello che ha passato il nostro amico. Gli altri sono indietro. A dire il vero prima di iniziare la salita Lorenzo si è concesso anche una caduta dalla bicicletta a causa dei lacci delle scarpe finiti negli ingranaggi del cambio. Nulla di che, fortunatamente, solo un grande spavento, soprattutto per gli altri che gli stavano dietro. L’ingresso nella piazza del Santuario è trionfale. La facciata della Basilica, illuminata dal sole del mattino, rifulge in tutta la sua candida bellezza. Sul sagrato della chiesa e ovunque ci sono moltissime persone, e agli ingressi sono presenti dei vigilantes che scrutano attentamente coloro che si accingono ad entrare. E se l’abbigliamento non è consono alla sacralità del luogo, bloccano l’accesso. Parcheggiamo le bici ai piedi della scalinata e ci prepariamo ad entrare. Dalle mie borse, in un eccesso di zelo puritano, tiro fuori un paio di pantaloncini e una maglietta, e li indosso. Gli altri non ritengono necessaria tale premura. All’interno, sotto la cupola, vi è la Santa Casa di Nazaret, ovvero il luogo dove, secondo la tradizione, la Vergine Maria ricevette l’Annunciazione. Si narra che nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294, la Casa venne trasportata in volo dagli angeli fin qui, dove allora c’era solo una strada di transito che collegava Recanati al mare. Un luogo in cui sorgeva un bosco di lauri. Da cui Loreto. Nella realtà, invece pare che l’abitazione fu traslata ad opera dei Crociati alla fine del ‘200, sotto Papa Celestino V. Grazie tra l’altro, all’aiuto della potente famiglia bizantina degli Angeli. La Casa della Madonna si trova all’interno di uno splendido rivestimento marmoreo, ed è composta da una struttura formata da tre pareti, prive di soffitto e fondamenta, realizzate interamente in mattoni di terracotta. In un silenzio assordante e a tratti mistico, i fedeli pregano dinanzi all’icona della Madonna Nera. Ed io come al solito mi faccio travolgere dalla commozione. Per tornare con in piedi per terra appoggio la mano sinistra su quei muri che hanno visto crescere il Figlio di Dio, e che ora mi danno il senso della realtà e della consistenza. E della verità. All’uscita siamo tutti colpiti da tanta sacralità. Dominique scrive alla madre, e questa le risponde di recitare una preghiera a nome di tutta la famiglia.
È tempo di ripartenza. Salutiamo Lorenzo dandoci appuntamento ad Ascoli e via alla volta di Recanati. Imbocchiamo la strada provinciale della Val di Chienti ed è subito salita. Salita vera. Uno strappo di sei, settecento metri con pendenza molto sostenuta. Accelero e mi lascio indietro tutti. Un tizio di mezza età mi urla: «Addietro so’ cotti…, vai non ti fermare…». Per la verità sono in iperaffanno anch’io, ma atteggio un’espressione da “uomo solo al comando” e vado. Dopo aver svalicato, si discende a tutta velocità lungo un bel viale alberato. Un cartello ci avvisa che Recanati è lì, a sette chilometri. Si risale e si ridiscende in un lungo alternarsi di colli ora riarsi, ora ricoperti da enormi girasoli. E poi, all’improvviso, ecco delinearsi in cima ad un’altura la sagoma della città. Acceleriamo l’andatura. Sulla strada incrociamo un cartello “Recanati - Città della Poesia”. La foto è d’obbligo. Seguiamo la strada seguendo le indicazioni “Luoghi leopardiani” ed in breve siamo ai piedi del Monte Tabor, il Colle dell’Infinito. Sento addosso come una smania incontrollabile di affacciarmi a quel belvedere, di mettere gli occhi là dove Leopardi aveva messo i suoi, componendo la poesia delle poesie. E così, al termine di una stradina in terra battuta, ombreggiata da alberi d’alto fusto, ecco spalancarsi dinnanzi a noi il panorama dell’Infinito. Ed è come un tuffo al cuore. Lo sguardo spazia senza ingombro né interruzioni verso meridione, fin giù sulla piana, lontano e ancora oltre i colli che annunciano Macerata. Campi verdi e ben ordinati, si alternano a leggeri declivi riarsi e piccoli poggi contornati da alberi frondosi. E il tutto scolora in lontananza nell’azzurro dei primi rilievi che s’intravedono all’ultimo orizzonte. Si resta incantati, oggi come allora. E un brivido corre sulla schiena sentendo che qui, al nostro cospetto, si parano gli stessi “interminati spazi”, “i sovrumani silenzi” e “la profondissima quiete” che fecero scrivere al poeta “E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare”. Vorrei recitarne i versi, ma non me ne sento all’altezza. E così, dal mio telefono cellulare faccio saltar fuori ben altro oratore: Gassman. E gli amici ascoltano attoniti, come se per la prima volta udissero quelle sonorità, “vaghe, sonore e peregrine”. E sembra davvero di fluttuare tra le onde.
È ora di ripartire. Giusto il tempo di una breve sosta nella piazzetta del “Sabato del villaggio”, con acquisto di gadget d’ordinanza (ehi Fiò, ho trovato la maglietta con su L’Infinito…) e si ritorna sui pedali. Si scende a rotta di collo verso la piana, giù verso il fiume Potenza, fino ad incrociare l’Abbazia di San Firmano. Breve sosta, con scherzo a Dominique (chiuso dentro l’abbazia) e si riparte. La salita verso Montelupone è piuttosto impegnativa e ad un tratto ci si para davanti un vero e proprio “muro”. Per fortuna un locale in auto ci affianca e ci consiglia di seguire la strada evitando quel bel cimento: si allunga il tragitto di due, tre chilometri, ma si evita di schiantare. E dunque si sale, si sale dolcemente fino a raggiungere un parco pubblico fuori dalle mura dell’abitato. Sosta pranzo e si riparte per la visita del grazioso borgo medievale. Semidisabitato ovviamente. Come del resto tutte queste piccole meraviglie che incrociamo nel nostro incedere randagio. Dalla sommità delle mura si osservano le tipiche dolci colline marchigiane, il mare dista non più di una dozzina di chilometri e tutto intorno si intravedono Macerata, Recanati, Potenza Picena, Montecosaro e Morrovalle. Nomi che restano in bocca come una sorsata di Rosso Piceno Superiore. E si riparte senza indugio, anche perché il tempo sta peggiorando velocemente. Si scende di nuovo fino a superare il tracciato ferroviario che unisce Macerata a Civitanova Marche, e poi si prosegue lungo una stradina chiusa al traffico. Ci lasciamo alle spalle Corridònia, Colbuccaro, Petriolo, e senza perdere un solo istante, attraversiamo la Riserva Naturale di Fiastra. Con tutto ciò che ne consegue, ovviamente: Abbadia di Fiastra, Urb Salvia, gli scavi romani e tutto il resto. D’altra parte ormai piove, e neanche troppo leggermente. Sì, abbiamo le nostre mantelline, i copricapo, i teli per le borse, ma quando dal cielo viene giù acqua non si desidera altro che trovare un riparo. Il prima possibile. E così, dopo ancora un’ora abbondante di andatura sostenuta, ed un’ultima salitella francamente inopportuna, eccoci a Loro Piceno. O meglio presso la tenuta Casa Azzurra gestita dalla cordiale Rosaria.
Abbiamo tutti l’aspetto di reduci di guerra, e i pochi ospiti presenti oltre a noi ci guardano con un senso di malcelata pietà per il nostro triste stato. Per non lasciare troppo spazio alla compassione, decidiamo subito di fare un bel bagno in piscina. D’altra parte ha smesso di piovere e infondo bagnati lo siamo già. Alessandra rinuncia, come era facilmente immaginabile. Dominique corre a fare una doccia calda: aver affrontato il tragitto sotto l’acqua quasi sempre senza maglietta non è stata una buona idea (“Ma scusa, perché non ti copri un po?” - “E perché mai? Sto da Dio…”). Restiamo io, Simona ed Alfio. Certo constatare che l’acqua non è affatto a 30° come sosteneva Alessandra, ma decisamente più fredda, è pur sempre una sorpresa. Ma non è che si può chiedere sempre tutto alla vita. O no?
Nel tardo pomeriggio ci ritroviamo tutti sotto i gazebo a gozzovigliare con vino e stuzzichini vari. La cena poi, a base di pizza fatta con farine biologiche, è strepitosa. Prima di congedarci due parole con Lorenzo, curioso delle nostre peripezie. Egli è giunto ad Ascoli sano e salvo, in treno, e nell’attesa del nostro arrivo, sta sondando i ristoranti più rinomati e i piatti più prelibati. Tutti a nanna [continua...].
giovedì 5 settembre 2013
Marche & Abruzzo Bike Tour - 930 km a spasso per il Centro Italia - Quarta parte
Dopo esserci rimessi in ghingheri raggiungiamo il ristorante consigliatoci dal responsabile dell’ostello, e qui diamo sfogo a tutta la fame chimica accumulata durante la giornata. Dominique si fa servire ben due piatti di pasta: un’amatriciana e una carbonara. E ancora non gli basta. Gli altri non sono da meno. L’unico a limitarsi, ovviamente, è Lorenzo: per lui solo un tristissimo piatto di riso in bianco.
Per digerire il tutto si fanno due passi in centro. Jesi, come gran parte delle cittadine che abbiamo incontrato finora, si erge su di un colle circondato da mura, e per raggiungere il centro occorre salire una serie di scalinate. Da Porta Garibaldi raggiungiamo Piazza Federico II, il luogo dove il 26 dicembre del 1194 Costanza d’Altavilla, in viaggio per raggiungere il marito Enrico IV in Sicilia, partorì Federico Hohenstaufen, detto “Stupor Mundi”. Un obelisco eretto al centro di una fontana circondata da leoni, e delle iscrizioni in più lingue, accompagnate da un disegno raffigurante una tenda imperiale, segnano il luogo esatto dell’evento. In questa piazza si ergeva l’antico foro romano e ogni 4 di maggio qui si celebra il Palio di San Floriano, con grandi festeggiamenti, giochi e gare tra cavalieri e arcieri. Ancora due passi per le strade del centro e poi tutti a nanna.
Sveglia al mattino, preparativi e ricerca di un bar in centro, dato che l’ostello non ci fa la colazione. Ne troviamo uno sotto i portici di via Matteotti, fornito di ottimi croissant appena sfornati. Ne facciamo incetta. Certo la nostra colazione base prevede anche pane e marmellata, yogurt, cereali, frutta, succo d’arancia. A buona ragione si può infatti sostenere che la colazione così acconciata è il pasto più importante della giornata in bicicletta. In mancanza di tutto ciò abbiamo pur sempre i nostri beneamati amminoacidi ramificati in comode compresse. A dire il vero, fino ad ora solo io ne ho fatto uso. Mi sono costicchiati un po’ (26 euro un barattolo da 120 pezzi), ma l’effetto è portentoso. Nessun affaticamento muscolare, nessuna stanchezza, nessun dolorino. Nulla di nulla. E non si tratta che di integratori alimentari…! Il che ha davvero del prodigioso, considerato quel che s’è fatto. La cosa che mi infastidisce però, in questi momenti, è sentire che anche i miei compagni di viaggio stanno benone. E non fraintendetemi, vi prego. Non è che desideri che stiamo male o che si sentano stanchi, ma una piccola confessione in tal senso avvalorerebbe la mia idea che le pastiglie che prendo siano effettivamente miracolose. In mancanza di un riscontro pieno e completo mi sorge il sospetto che la spesa sia stata totalmente inutile. Non so se mi seguite… Ad ogni modo, pur nel dubbio, continuerò ad assumere “l’aiutino”, fiducioso che prima o poi, gli altri dichiarino: “Sono finito…! Non ne ho più…”, mentre io, fresco come una rosa di maggio, potrò affermare: “Ve l’avevo pur detto che qui c’è il rimedio a tutto…”. E tanta e tale è la fiducia nel sopradetto aiutino che più di una notte, nel corso del tour, mi alzerò angosciato e furtivo come Arsenio Lupin, avendo dimenticato di calarmi i due postiglioni bed-time.
Ad ogni modo la colazione di Jesi si svolge assai velocemente, anche perché Dominique ha una fretta del diavolo di partire. In effetti il nostro amico, che pure fino ad oggi si è dimostrato all’altezza del compito, forse ha un certo qual timore di non riuscire ad arrivare fino in fondo. La bicicletta e lo sforzo prolungato per diversi giorni non appartengono al suo modo di fare sport. Egli è più mezzofondista e solo recentemente si è fatto travolgere dalla passione per le due ruote. E questo suo essere neofita si vede anche da come pedala: busto troppo eretto, ginocchia larghe e sempre senza maglietta…! Ma si può…? Che poi anche Alfio gli va dietro e tutti insieme si fa la figura dei cioccolatai. Con tutto il rispetto che si deve alla categoria, naturalmente.
Lorenzo questa mattina sembra essersi rimesso completamente. Mangia con voluttà e appare di buon umore. Buon segno. Scesi dal centro di Jesi raggiungiamo la piana. Ma è solo un breve tratto. La salita comincia dopo qualche chilometro e si fa subito dura. Con lo spegnersi delle voci, divenute mute per via dello sforzo, si fanno largo il frullio delle catene delle biciclette, e gli scatti dei cambi che scalano in sequenza i rapporti, a seconda dell’intensità dello sforzo. Ed il sonoro parte all’unisono, regalando un po’ di conforto ad ognuno: perché se tutti “smanettano”, significa che tutti faticano. E si sa, mal comune è pur sempre mezzo gaudio. A Santa Maria Nuova siamo già a quota 250 metri e la città di Federico è ormai lontanissima nella piana. Breve sosta per l’acquisto di frutta e biscotti (oltreché per l’espletazione di elementari bisogni fisiologici) e si riparte. Si segue la provinciale: l’imperativo è evitare il traffico delle auto. Anche se, a dire la verità, da queste parti ce n’è veramente poco. Giunti a Osimo, ecco la notizia che non ci saremmo mai aspettati. Lorenzo non ce la fa. Sembrava che si fosse ripreso dalla “cotta” di ieri, ma purtroppo ci siamo ingannati. Ha le gambe pesanti e si sente sfinito. Non c’è verso di convincerlo a proseguire. Neanche prospettandogli la via più diretta per arrivare al Conero, la destinazione di oggi. Ci stringiamo tutti intorno a lui, ognuno sente di dovergli dire qualcosa, un suggerimento, una parola di conforto. Ma egli è già lontano, proiettato verso il ritorno: il più rapido e indolore possibile. È talmente sfinito che non trova di meglio che sedersi nel gabbiotto d’attesa della corriera. Con le pareti in plexiglass. E dato che c’è un caldo infernale, l’ambiente è pressoché una serra. Lo portiamo via d’urgenza e raggiungiamo un bar-pasticceria all’ombra. Nel frattempo riusciamo a informarci sugli orari delle corriere. A mezzogiorno ne partirà una con destinazione Marcelli di Numana. Proprio dove siamo diretti noi. Una fortuna incredibile. Nell’attesa dell’autobus, ci concediamo una lunga pausa ristoratrice. Lorenzo lentamente si riprende, riacquista colore. Ed anche un pizzico di buon umore. Si sente così bene che c’invita a ripartire subito. Ma a noi non pare affatto opportuno lasciarlo lì da solo. Ed infatti, solo dopo averlo visto salire sulla corriera ed avergli caricato la bici e le borse a bordo, riprendiamo la nostra pedalata. Non c’è più tempo da perdere. E neanche Osimo, che pure meriterebbe uno sguardo, può più rallentarci. Si risale verso nord, Camerano, Aspio Terme, Varano, località bellissime e sconosciute, eppure ad un passo dai luoghi presi d’assalto durante le ferie d’agosto. Siamo a corto d’acqua e così, mentre gli altri s’inerpicano lungo una stradina che si lascia alle spalle la statale, Alfio ed io andiamo in cerca di una fontana. C’imbattiamo in una stazione di servizio in allestimento. Con i cessi vista strada. Alfio pretende una foto seduto sulla tazza. E ne ride sgangheratamente. Sic transit gloria mundi. Ricongiuntici con gli altri riprendiamo la salita verso il promontorio del Conero. Ad un tratto, tra le fronde degli alberi di un boschetto, ecco apparire il mare. Improvviso e azzurrissimo. Quella visione arriva dritta al cuore, come il bacio di una bella donna. Spuntiamo sulla statale, all’altezza del Monte dei Corvi. Ora non ci resta che seguire il mare e giungeremo al termine della tappa. Le nostre bici filano via veloci lasciandosi alle spalle Portonovo, aggirano il Monte Conero, oltrepassano Massignano, San Lorenzo. In località La Madonnina ci fermiamo su uno spiazzo, all’ombra di un camper. Da qui lo sguardo spazia dalla punta di Sirolo fino a Porto Recanati. A bordo del camper c’è un tizio che sta aspettando l’ora giusta per andare a prendere la moglie che lavora giù al mare. Il mezzo non può sostare in centro e dunque è costretto ad attendere fuori. Di sicuro ha scelto il posto migliore per passare una mezzoretta. Ed è in questi momenti che penso a quanto sia bello andare in bicicletta: niente restrizioni, nessun divieto, possibilità di arrivare dove si vuole e quando si vuole.
Il gusto della libertà più totale. Una lunga discesa ci porta alle porte di Sirolo ed in breve siamo in Piazza Vittorio Veneto, il belvedere del Conero. Tutto intorno la montagna che precipita a mare, scogliere che ad un tratto diventano spoglie e candide e si immergono in acque azzurre e cristalline. Uno spettacolo che lascia senza fiato. Lungo le ringhiere e all’ombra degli alberi, i turisti ci osservano con un misto di stupore e ammirazione. E forse di invidia. Anche perché il nostro umore denota un’euforia quasi incontrollabile. A questo punto però la voglia di togliere il culo dalla sella e concedersi un bel bagno rinfrescante è incontenibile, e così si riparte alla svelta in direzione Numana. Che sembra tutta in discesa all’apparenza, ma così non è. Ed infatti, ciliegina sulla torta, ci si para davanti un’altra bella salitella prima del gran finale. Poca cosa, s’intende, ma comunque fastidiosa a fine giornata.
A Marcelli di Numana troviamo facilmente il nostro posto tappa. Lorenzo è giunto qui da un paio d’ore e sta riposando. Lo tiriamo giù dal letto telefonandogli ed egli ci viene incontro con la padrona del “Mariolino”, un bellissimo albergo-ristorante sul mare. Senza perder tempo ci togliamo gli abiti da ciclisti, indossiamo il costume da bagno e in un attimo siamo in spiaggia per uno dei bagni più rilassanti e rigeneranti che io ricordi. A seguire doccia e aperitivo sul corso. Ovviamente a base di spritz-aperol. Col bere ci arriva una quantità industriale di “cosette” sfiziose: dai sandwich ai wusterini, dalle olivette ascolane ai tramezzini. Incredibilmente apprezzate a causa della fame chimica provata in questi momenti (tant’è che familiarmente ci autodefiniamo “le locuste”), ma tremendamente pericolose in ottica cena. È un attimo infatti a rovinarsi l’appetito. Lorenzo, tra il rusco e il brusco, caccia fuori l’asso dalla manica: «Ho trovato un ristorantino a base di pesce poco lontano da qui…». In coro le locuste chiedono maggiori informazioni. Ed egli: «Bisogna addentrarsi all’interno per un chilometro circa. Si trova alle spalle di un parcheggio per le automobili». Detta così non è che la proposta appaia oltremodo accattivante, è ovvio. Peraltro per Alessandra ed altri il massimo che si possa auspicare è un ristorante dove sì si mangi bene, ma che abbia altresì vista mare. E così si fanno due passi sul corso e si trova ciò che fa per noi. Alfio si fa sotto, come al solito, a chiedere se hanno un tavolo per sei. Niente da fare: tutto prenotato. E così, a malincuore, ci mettiamo sulle tracce di Lorenzo e ci dirigiamo verso la sua prima scelta. Che a dispetto di tutto si rivelerà il posto in cui mangeremo meglio in assoluto.
A tavola, tra una portata e l’altra si comincia a discutere della tappa del giorno dopo. Lorenzo pare intenzionato a mollare il colpo e a raggiungere Ascoli in treno. Qui poi attenderà il nostro arrivo tra due giorni. Gli altri accendono le micce sui possibili itinerari. È da settimane che se ne discute. Per me è più che scontato il fatto che, trovandoci nelle Marche, si debba passare da Recanati e dunque dai luoghi leopardiani. E già che ci siamo, dato che è sulla strada, anche da Loreto, con il Santuario in cui è conservata la Santa Casa di Maria, in cui visse Gesù fino ai trent’anni. Per Alfio e Alessandra, al contrario, tale tragitto comporta troppo dislivello e dunque meglio sarebbe, anche in previsione delle difficili tappe a venire, passare oltre. La discussione s’accende ed anche Dominique sente il bisogno di dare il suo contributo, a favore di Alessandra. Facendomi letteralmente incazzare (e di questo me ne scuso). Ad ogni modo non si arriva ad una conclusione e così si rimanda il tutto al mattino successivo. Levatici da tavola torniamo sul lungo mare, dove una folla spaventevole invade il corso costellato di bancarelle di venditori ambulanti: ci sono dolciumi di ogni genere, liquirizie, salumi, formaggi, oggetti di piccolo artigianato. Di tutto un po’, per la gioia dei vacanzieri da mare. Fuggiamo subito lontano, ovvero in spiaggia. C’è una stellata magnifica, e di tanto in tanto qualcuno avvista una stella cadente. Io ovviamente non vedo nulla. Ci si allunga sulle sdraio per un ultimo momento di pace prima di ritirarci. L’aria è fresca e carica di fragranze marine e se in noi ci fosse ancora un pizzico di sana follia adolescenziale, ci sarebbe non solo da dormire in spiaggia, ma anche da fare il bagno di mezzanotte. Ma ormai abbiamo tutti l’età del raziocinio, purtroppo, e dunque tutti a nanna nei nostri bei lettucci [continua...].
Sveglia al mattino, preparativi e ricerca di un bar in centro, dato che l’ostello non ci fa la colazione. Ne troviamo uno sotto i portici di via Matteotti, fornito di ottimi croissant appena sfornati. Ne facciamo incetta. Certo la nostra colazione base prevede anche pane e marmellata, yogurt, cereali, frutta, succo d’arancia. A buona ragione si può infatti sostenere che la colazione così acconciata è il pasto più importante della giornata in bicicletta. In mancanza di tutto ciò abbiamo pur sempre i nostri beneamati amminoacidi ramificati in comode compresse. A dire il vero, fino ad ora solo io ne ho fatto uso. Mi sono costicchiati un po’ (26 euro un barattolo da 120 pezzi), ma l’effetto è portentoso. Nessun affaticamento muscolare, nessuna stanchezza, nessun dolorino. Nulla di nulla. E non si tratta che di integratori alimentari…! Il che ha davvero del prodigioso, considerato quel che s’è fatto. La cosa che mi infastidisce però, in questi momenti, è sentire che anche i miei compagni di viaggio stanno benone. E non fraintendetemi, vi prego. Non è che desideri che stiamo male o che si sentano stanchi, ma una piccola confessione in tal senso avvalorerebbe la mia idea che le pastiglie che prendo siano effettivamente miracolose. In mancanza di un riscontro pieno e completo mi sorge il sospetto che la spesa sia stata totalmente inutile. Non so se mi seguite… Ad ogni modo, pur nel dubbio, continuerò ad assumere “l’aiutino”, fiducioso che prima o poi, gli altri dichiarino: “Sono finito…! Non ne ho più…”, mentre io, fresco come una rosa di maggio, potrò affermare: “Ve l’avevo pur detto che qui c’è il rimedio a tutto…”. E tanta e tale è la fiducia nel sopradetto aiutino che più di una notte, nel corso del tour, mi alzerò angosciato e furtivo come Arsenio Lupin, avendo dimenticato di calarmi i due postiglioni bed-time.
Ad ogni modo la colazione di Jesi si svolge assai velocemente, anche perché Dominique ha una fretta del diavolo di partire. In effetti il nostro amico, che pure fino ad oggi si è dimostrato all’altezza del compito, forse ha un certo qual timore di non riuscire ad arrivare fino in fondo. La bicicletta e lo sforzo prolungato per diversi giorni non appartengono al suo modo di fare sport. Egli è più mezzofondista e solo recentemente si è fatto travolgere dalla passione per le due ruote. E questo suo essere neofita si vede anche da come pedala: busto troppo eretto, ginocchia larghe e sempre senza maglietta…! Ma si può…? Che poi anche Alfio gli va dietro e tutti insieme si fa la figura dei cioccolatai. Con tutto il rispetto che si deve alla categoria, naturalmente.
Lorenzo questa mattina sembra essersi rimesso completamente. Mangia con voluttà e appare di buon umore. Buon segno. Scesi dal centro di Jesi raggiungiamo la piana. Ma è solo un breve tratto. La salita comincia dopo qualche chilometro e si fa subito dura. Con lo spegnersi delle voci, divenute mute per via dello sforzo, si fanno largo il frullio delle catene delle biciclette, e gli scatti dei cambi che scalano in sequenza i rapporti, a seconda dell’intensità dello sforzo. Ed il sonoro parte all’unisono, regalando un po’ di conforto ad ognuno: perché se tutti “smanettano”, significa che tutti faticano. E si sa, mal comune è pur sempre mezzo gaudio. A Santa Maria Nuova siamo già a quota 250 metri e la città di Federico è ormai lontanissima nella piana. Breve sosta per l’acquisto di frutta e biscotti (oltreché per l’espletazione di elementari bisogni fisiologici) e si riparte. Si segue la provinciale: l’imperativo è evitare il traffico delle auto. Anche se, a dire la verità, da queste parti ce n’è veramente poco. Giunti a Osimo, ecco la notizia che non ci saremmo mai aspettati. Lorenzo non ce la fa. Sembrava che si fosse ripreso dalla “cotta” di ieri, ma purtroppo ci siamo ingannati. Ha le gambe pesanti e si sente sfinito. Non c’è verso di convincerlo a proseguire. Neanche prospettandogli la via più diretta per arrivare al Conero, la destinazione di oggi. Ci stringiamo tutti intorno a lui, ognuno sente di dovergli dire qualcosa, un suggerimento, una parola di conforto. Ma egli è già lontano, proiettato verso il ritorno: il più rapido e indolore possibile. È talmente sfinito che non trova di meglio che sedersi nel gabbiotto d’attesa della corriera. Con le pareti in plexiglass. E dato che c’è un caldo infernale, l’ambiente è pressoché una serra. Lo portiamo via d’urgenza e raggiungiamo un bar-pasticceria all’ombra. Nel frattempo riusciamo a informarci sugli orari delle corriere. A mezzogiorno ne partirà una con destinazione Marcelli di Numana. Proprio dove siamo diretti noi. Una fortuna incredibile. Nell’attesa dell’autobus, ci concediamo una lunga pausa ristoratrice. Lorenzo lentamente si riprende, riacquista colore. Ed anche un pizzico di buon umore. Si sente così bene che c’invita a ripartire subito. Ma a noi non pare affatto opportuno lasciarlo lì da solo. Ed infatti, solo dopo averlo visto salire sulla corriera ed avergli caricato la bici e le borse a bordo, riprendiamo la nostra pedalata. Non c’è più tempo da perdere. E neanche Osimo, che pure meriterebbe uno sguardo, può più rallentarci. Si risale verso nord, Camerano, Aspio Terme, Varano, località bellissime e sconosciute, eppure ad un passo dai luoghi presi d’assalto durante le ferie d’agosto. Siamo a corto d’acqua e così, mentre gli altri s’inerpicano lungo una stradina che si lascia alle spalle la statale, Alfio ed io andiamo in cerca di una fontana. C’imbattiamo in una stazione di servizio in allestimento. Con i cessi vista strada. Alfio pretende una foto seduto sulla tazza. E ne ride sgangheratamente. Sic transit gloria mundi. Ricongiuntici con gli altri riprendiamo la salita verso il promontorio del Conero. Ad un tratto, tra le fronde degli alberi di un boschetto, ecco apparire il mare. Improvviso e azzurrissimo. Quella visione arriva dritta al cuore, come il bacio di una bella donna. Spuntiamo sulla statale, all’altezza del Monte dei Corvi. Ora non ci resta che seguire il mare e giungeremo al termine della tappa. Le nostre bici filano via veloci lasciandosi alle spalle Portonovo, aggirano il Monte Conero, oltrepassano Massignano, San Lorenzo. In località La Madonnina ci fermiamo su uno spiazzo, all’ombra di un camper. Da qui lo sguardo spazia dalla punta di Sirolo fino a Porto Recanati. A bordo del camper c’è un tizio che sta aspettando l’ora giusta per andare a prendere la moglie che lavora giù al mare. Il mezzo non può sostare in centro e dunque è costretto ad attendere fuori. Di sicuro ha scelto il posto migliore per passare una mezzoretta. Ed è in questi momenti che penso a quanto sia bello andare in bicicletta: niente restrizioni, nessun divieto, possibilità di arrivare dove si vuole e quando si vuole.
Il gusto della libertà più totale. Una lunga discesa ci porta alle porte di Sirolo ed in breve siamo in Piazza Vittorio Veneto, il belvedere del Conero. Tutto intorno la montagna che precipita a mare, scogliere che ad un tratto diventano spoglie e candide e si immergono in acque azzurre e cristalline. Uno spettacolo che lascia senza fiato. Lungo le ringhiere e all’ombra degli alberi, i turisti ci osservano con un misto di stupore e ammirazione. E forse di invidia. Anche perché il nostro umore denota un’euforia quasi incontrollabile. A questo punto però la voglia di togliere il culo dalla sella e concedersi un bel bagno rinfrescante è incontenibile, e così si riparte alla svelta in direzione Numana. Che sembra tutta in discesa all’apparenza, ma così non è. Ed infatti, ciliegina sulla torta, ci si para davanti un’altra bella salitella prima del gran finale. Poca cosa, s’intende, ma comunque fastidiosa a fine giornata.
A Marcelli di Numana troviamo facilmente il nostro posto tappa. Lorenzo è giunto qui da un paio d’ore e sta riposando. Lo tiriamo giù dal letto telefonandogli ed egli ci viene incontro con la padrona del “Mariolino”, un bellissimo albergo-ristorante sul mare. Senza perder tempo ci togliamo gli abiti da ciclisti, indossiamo il costume da bagno e in un attimo siamo in spiaggia per uno dei bagni più rilassanti e rigeneranti che io ricordi. A seguire doccia e aperitivo sul corso. Ovviamente a base di spritz-aperol. Col bere ci arriva una quantità industriale di “cosette” sfiziose: dai sandwich ai wusterini, dalle olivette ascolane ai tramezzini. Incredibilmente apprezzate a causa della fame chimica provata in questi momenti (tant’è che familiarmente ci autodefiniamo “le locuste”), ma tremendamente pericolose in ottica cena. È un attimo infatti a rovinarsi l’appetito. Lorenzo, tra il rusco e il brusco, caccia fuori l’asso dalla manica: «Ho trovato un ristorantino a base di pesce poco lontano da qui…». In coro le locuste chiedono maggiori informazioni. Ed egli: «Bisogna addentrarsi all’interno per un chilometro circa. Si trova alle spalle di un parcheggio per le automobili». Detta così non è che la proposta appaia oltremodo accattivante, è ovvio. Peraltro per Alessandra ed altri il massimo che si possa auspicare è un ristorante dove sì si mangi bene, ma che abbia altresì vista mare. E così si fanno due passi sul corso e si trova ciò che fa per noi. Alfio si fa sotto, come al solito, a chiedere se hanno un tavolo per sei. Niente da fare: tutto prenotato. E così, a malincuore, ci mettiamo sulle tracce di Lorenzo e ci dirigiamo verso la sua prima scelta. Che a dispetto di tutto si rivelerà il posto in cui mangeremo meglio in assoluto.
A tavola, tra una portata e l’altra si comincia a discutere della tappa del giorno dopo. Lorenzo pare intenzionato a mollare il colpo e a raggiungere Ascoli in treno. Qui poi attenderà il nostro arrivo tra due giorni. Gli altri accendono le micce sui possibili itinerari. È da settimane che se ne discute. Per me è più che scontato il fatto che, trovandoci nelle Marche, si debba passare da Recanati e dunque dai luoghi leopardiani. E già che ci siamo, dato che è sulla strada, anche da Loreto, con il Santuario in cui è conservata la Santa Casa di Maria, in cui visse Gesù fino ai trent’anni. Per Alfio e Alessandra, al contrario, tale tragitto comporta troppo dislivello e dunque meglio sarebbe, anche in previsione delle difficili tappe a venire, passare oltre. La discussione s’accende ed anche Dominique sente il bisogno di dare il suo contributo, a favore di Alessandra. Facendomi letteralmente incazzare (e di questo me ne scuso). Ad ogni modo non si arriva ad una conclusione e così si rimanda il tutto al mattino successivo. Levatici da tavola torniamo sul lungo mare, dove una folla spaventevole invade il corso costellato di bancarelle di venditori ambulanti: ci sono dolciumi di ogni genere, liquirizie, salumi, formaggi, oggetti di piccolo artigianato. Di tutto un po’, per la gioia dei vacanzieri da mare. Fuggiamo subito lontano, ovvero in spiaggia. C’è una stellata magnifica, e di tanto in tanto qualcuno avvista una stella cadente. Io ovviamente non vedo nulla. Ci si allunga sulle sdraio per un ultimo momento di pace prima di ritirarci. L’aria è fresca e carica di fragranze marine e se in noi ci fosse ancora un pizzico di sana follia adolescenziale, ci sarebbe non solo da dormire in spiaggia, ma anche da fare il bagno di mezzanotte. Ma ormai abbiamo tutti l’età del raziocinio, purtroppo, e dunque tutti a nanna nei nostri bei lettucci [continua...].
mercoledì 4 settembre 2013
Marche & Abruzzo Bike Tour - 930 km a spasso per il Centro Italia - Terza parte
Visita alla città (semideserta): Palazzo Ducale, Duomo, Chiesa di San Domenico con la sua mostra missionaria. Ci sarebbero da vedere altre cose, i luoghi di Raffaello in primis, ma siamo stanchi e desiderosi di terminare questa prima cavalcata. Si scende lungo una ripidissima stradina che ci porta sulla nazionale. Da qui ancora qualche chilometro di discesa ripida e tortuosa, con vista impareggiabile sulla facciata del Palazzo Ducale, ed eccoci da Nené, il nostro posto tappa. L’accoglienza è di prim’ordine e il pensiero corre subito alla piscina che appare improvvisa dietro la siepe, come un miraggio nel deserto. Appena il tempo di mollare i bagagli e indossare il costume e siamo già in acqua. Con tanto di tuffo a bomba e urlo “Banzai…”. Nessuno legge le regole per accedere in vasca ovviamente (cuffia; niente tuffi; doccia; discrezione), ma per fortuna non ci sono altri clienti al momento del nostro ingresso. L’unico a restare fuori è Lorenzo: egli, essendo un montanaro d’indole ed elezione, non è per nulla avvezzo all’elemento acquatico. Per di più è molto stanco e preferisce riposare. Alfio invece è un gaudente e ama i giochi acquatici. E così, giocando con Simona, lancia così forte una palla che la fa finire lontana nel bosco. Le ricerche successive della stessa non daranno buoni frutti.
Aperitivo a bordo piscina, doccia e cena. Una cena assai gradita.
Nella notte, intorno alle 02.00, nella stanza di Alessandra, Simona e Alfio, parte improvvisamente il condizionatore dell’aria. Forse si tratta di un malfunzionamento, o forse di una programmazione rimasta in memoria. Fatto sta che, nonostante tutti i tentativi possibili e immaginabili, compresi pugni, sputi e calci con rincorsa sull’interruttore, non c’è verso di disattivare l’infernale congegno. Unica soluzione, dormire con due coperte: è l’11 agosto…!
Al mattino, dopo un’abbondante colazione (marmellate e torte fatte in casa tra le altre cose…), si parte per la tappa più lunga dell’intero tour (che tra l’altro è stata argomento di discussione per giorni e giorni prima della partenza; quasi al pari della quarta tappa, di cui, a tempo debito, forniremo adeguati ragguagli). Oggi in programma c’è l’arrivo a Jesi. Neanche il tempo di scaldare i muscoli ed ecco la prima foratura. Ovviamente si tratta di una delle gomme della mia bicicletta. E siamo in un ripidissimo tratto in salita. Per fortuna si è bucata quella anteriore (quella posteriore avrebbe comportato ben altro impegno…). Si riparte e in breve siamo a Fermignano, piccolo borgo dalle radici storiche antichissime. Il ponte che supera il Metauro fu edificato dai romani e da queste parti le legioni repubblicane nel 207 a.C. sconfissero l’esercito cartaginese di Asdrubale, giunto in soccorso del fratello Annibale. Più prosegue il nostro viaggio e più ci rendiamo conto che qui, in questi posti che oggi ci dicono poco o nulla, è passata la storia. Foto di rito sul parapetto del ponte e ripartenza. Si sale, le colline marchigiane si accendono di colori intensissimi: il verde dei boschi e dei prati, il giallo-oro dei campi di grano e di girasoli, l’azzurro che scolora all’ultimo orizzonte. E sui poggi che si ergono solitari in quest’immensità silenziosa, di tanto in tanto si avvistano casolari isolati, raggiungibili solo da sottili stradine bianche e polverose.
Si scende verso sud, giù per Aqualagna, e poi si piega verso est, direzione le Gole del Furlo. Breve visita alla Chiesa di San Vincenzo, che è ciò che resta oggi di un’antica abbazia del VIII secolo, e ripartenza. Transitiamo lungo un altro di quei luoghi magici, che hanno visto le gesta di uomini e popoli del passato: l’antica via Flaminia. Il fiume Candigliano, che corre parallelo alla strada, nel corso dei millenni ha scavato una forra profonda tra il Monte Pietralata e il Monte Paganuccio, e se non fosse per la diga eretta nel 1922, si potrebbe assistere ad uno spettacolo strepitoso. Non che questo che abbiamo sotto i nostri occhi sia cosa da poco, s’intende, ma il livello dell’acqua ha coperto gran parte delle profondità che pure esistono. L’imperatore Vespasiano, per agevolare il transito nel punto più stretto del tracciato, fece scavare nel 76 d.C. una galleria detta “forulum”, da cui Furlo. E per i più attenti c’è anche un’iscrizione che ne ricorda l’evento: “IMP(erator) CAESAR AUG(ustus) – VESPASIANUS PONT(ifex) MAX(imus) – TRIB(unicia) POT(estate) VII IMP(erator) XVII P(ater) P(atriae) CO(n)S(ul) VIII – CENSOR FACIUND(um) CURAVIT”. Una delle tante opere impossibili realizzate dai romani: 38 metri scavati a colpi di scalpello nella roccia calcarea. Da allora, lungo questa strada, sono passate le legioni romane di Odoacre, gli Ostrogoti di Vitige e Totila, i Bizantini di Belisario e Narsete, i Longobardi di Alboino e Autari. Persino il Duce amava transitare da qui quando si spostava tra Roma e il Nord Italia.
Da qui si prosegue per Fossombrone e poi su per Sant’Ippolito: altra bella salitella (246 m.sl.m). Sosta e foto ricordo. Un gruppo di ciclisti panciuti e attempati c’invitano a pranzare con loro presso il vicino ristorante di Reforzate. Ma noi abbiamo la nostra bella frutta: e questa ci basta…!
Si scende e si risale lungo strette vallate, fino a raggiungere Mondavio. Si fa sosta all’ombra degli alberi che guardano le mura possenti della rocca. Lorenzo non sta bene, accusa mal di stomaco e senso di nausea. Forse è la stanchezza, forse ha preso freddo. La lunga sosta sembra rimetterlo in sesto, ma da qui a breve si capirà che il problema non è affatto superato. Si scende a San Michele e da qui si può già osservare Corinaldo, il paesino che si trova sul nostro percorso. I locali tuttavia ci avvisano che il ponte sul fiume Cesano è interrotto causa lavori e dunque ci consigliano di raggiungere Castelleone di Susa e poi rientrare. Così facendo però allunghiamo il tragitto di almeno una decina di chilometri. Decidiamo di tentare la sorte: alla peggio troveremo un guado. Imbocchiamo la strada che conduce al ponte infischiandocene dei cartelli che bloccano il transito. Ci sono degli operai a lavoro. Uno di questi è alquanto scorbutico e ci fa segno di tornare indietro. L’altro, dopo un leggero tentennamento, ci dice di passare: velocemente. Il ponte è crollato nella parte centrale, ma noi si passa lateralmente, là dove l’acqua del fiume non c’è più da primavera almeno. E così superiamo Corinaldo, e poi Ostra Vetere. Oltre a Lorenzo, anche Alessandra è in difficoltà: il ciclo è giunto nel momento meno opportuno. La salita per raggiungere Ostra Vetere è drammatica e, sebbene breve, in alcuni tratti supera abbondantemente il dieci per cento. Per Lorenzo è notte fonda: da qui in poi sarà un lungo e tormentoso calvario. La sua andatura rallenta, spesso deve fermarsi. Sulla strada che guarda verso Belvedere Ostrense e San Marcello, il gruppo, che si era sparpagliato a seconda delle diverse andature, si riunisce. Lorenzo sta male. Siamo tutti intorno a lui per aiutarlo e confortarlo. Mancano una dozzina di chilometri a Jesi e comincia a farsi tardi. Dopo alcuni minuti suggerisco agli altri di avviarsi: resterò io con lui fino ad attendere che si riprenda. E così Alessandra e gli altri si avviano. Lorenzo ha un paio di conati di vomito ed è ormai privo di forze. Ha attinto tutto ciò che poteva dalla sua resistenza di maratoneta, ed ora è sul punto di crollare. Poi, come un Cristo sotto la croce, si fa animo e risale in bicicletta. E così, lentamente, raggiungiamo gli altri all’Ostello Villa Borgognoni. Al termine della pedalata il contachilometri segna 92.
[continua...].
Aperitivo a bordo piscina, doccia e cena. Una cena assai gradita.
Nella notte, intorno alle 02.00, nella stanza di Alessandra, Simona e Alfio, parte improvvisamente il condizionatore dell’aria. Forse si tratta di un malfunzionamento, o forse di una programmazione rimasta in memoria. Fatto sta che, nonostante tutti i tentativi possibili e immaginabili, compresi pugni, sputi e calci con rincorsa sull’interruttore, non c’è verso di disattivare l’infernale congegno. Unica soluzione, dormire con due coperte: è l’11 agosto…!
Al mattino, dopo un’abbondante colazione (marmellate e torte fatte in casa tra le altre cose…), si parte per la tappa più lunga dell’intero tour (che tra l’altro è stata argomento di discussione per giorni e giorni prima della partenza; quasi al pari della quarta tappa, di cui, a tempo debito, forniremo adeguati ragguagli). Oggi in programma c’è l’arrivo a Jesi. Neanche il tempo di scaldare i muscoli ed ecco la prima foratura. Ovviamente si tratta di una delle gomme della mia bicicletta. E siamo in un ripidissimo tratto in salita. Per fortuna si è bucata quella anteriore (quella posteriore avrebbe comportato ben altro impegno…). Si riparte e in breve siamo a Fermignano, piccolo borgo dalle radici storiche antichissime. Il ponte che supera il Metauro fu edificato dai romani e da queste parti le legioni repubblicane nel 207 a.C. sconfissero l’esercito cartaginese di Asdrubale, giunto in soccorso del fratello Annibale. Più prosegue il nostro viaggio e più ci rendiamo conto che qui, in questi posti che oggi ci dicono poco o nulla, è passata la storia. Foto di rito sul parapetto del ponte e ripartenza. Si sale, le colline marchigiane si accendono di colori intensissimi: il verde dei boschi e dei prati, il giallo-oro dei campi di grano e di girasoli, l’azzurro che scolora all’ultimo orizzonte. E sui poggi che si ergono solitari in quest’immensità silenziosa, di tanto in tanto si avvistano casolari isolati, raggiungibili solo da sottili stradine bianche e polverose.
Si scende verso sud, giù per Aqualagna, e poi si piega verso est, direzione le Gole del Furlo. Breve visita alla Chiesa di San Vincenzo, che è ciò che resta oggi di un’antica abbazia del VIII secolo, e ripartenza. Transitiamo lungo un altro di quei luoghi magici, che hanno visto le gesta di uomini e popoli del passato: l’antica via Flaminia. Il fiume Candigliano, che corre parallelo alla strada, nel corso dei millenni ha scavato una forra profonda tra il Monte Pietralata e il Monte Paganuccio, e se non fosse per la diga eretta nel 1922, si potrebbe assistere ad uno spettacolo strepitoso. Non che questo che abbiamo sotto i nostri occhi sia cosa da poco, s’intende, ma il livello dell’acqua ha coperto gran parte delle profondità che pure esistono. L’imperatore Vespasiano, per agevolare il transito nel punto più stretto del tracciato, fece scavare nel 76 d.C. una galleria detta “forulum”, da cui Furlo. E per i più attenti c’è anche un’iscrizione che ne ricorda l’evento: “IMP(erator) CAESAR AUG(ustus) – VESPASIANUS PONT(ifex) MAX(imus) – TRIB(unicia) POT(estate) VII IMP(erator) XVII P(ater) P(atriae) CO(n)S(ul) VIII – CENSOR FACIUND(um) CURAVIT”. Una delle tante opere impossibili realizzate dai romani: 38 metri scavati a colpi di scalpello nella roccia calcarea. Da allora, lungo questa strada, sono passate le legioni romane di Odoacre, gli Ostrogoti di Vitige e Totila, i Bizantini di Belisario e Narsete, i Longobardi di Alboino e Autari. Persino il Duce amava transitare da qui quando si spostava tra Roma e il Nord Italia.
Da qui si prosegue per Fossombrone e poi su per Sant’Ippolito: altra bella salitella (246 m.sl.m). Sosta e foto ricordo. Un gruppo di ciclisti panciuti e attempati c’invitano a pranzare con loro presso il vicino ristorante di Reforzate. Ma noi abbiamo la nostra bella frutta: e questa ci basta…!
Si scende e si risale lungo strette vallate, fino a raggiungere Mondavio. Si fa sosta all’ombra degli alberi che guardano le mura possenti della rocca. Lorenzo non sta bene, accusa mal di stomaco e senso di nausea. Forse è la stanchezza, forse ha preso freddo. La lunga sosta sembra rimetterlo in sesto, ma da qui a breve si capirà che il problema non è affatto superato. Si scende a San Michele e da qui si può già osservare Corinaldo, il paesino che si trova sul nostro percorso. I locali tuttavia ci avvisano che il ponte sul fiume Cesano è interrotto causa lavori e dunque ci consigliano di raggiungere Castelleone di Susa e poi rientrare. Così facendo però allunghiamo il tragitto di almeno una decina di chilometri. Decidiamo di tentare la sorte: alla peggio troveremo un guado. Imbocchiamo la strada che conduce al ponte infischiandocene dei cartelli che bloccano il transito. Ci sono degli operai a lavoro. Uno di questi è alquanto scorbutico e ci fa segno di tornare indietro. L’altro, dopo un leggero tentennamento, ci dice di passare: velocemente. Il ponte è crollato nella parte centrale, ma noi si passa lateralmente, là dove l’acqua del fiume non c’è più da primavera almeno. E così superiamo Corinaldo, e poi Ostra Vetere. Oltre a Lorenzo, anche Alessandra è in difficoltà: il ciclo è giunto nel momento meno opportuno. La salita per raggiungere Ostra Vetere è drammatica e, sebbene breve, in alcuni tratti supera abbondantemente il dieci per cento. Per Lorenzo è notte fonda: da qui in poi sarà un lungo e tormentoso calvario. La sua andatura rallenta, spesso deve fermarsi. Sulla strada che guarda verso Belvedere Ostrense e San Marcello, il gruppo, che si era sparpagliato a seconda delle diverse andature, si riunisce. Lorenzo sta male. Siamo tutti intorno a lui per aiutarlo e confortarlo. Mancano una dozzina di chilometri a Jesi e comincia a farsi tardi. Dopo alcuni minuti suggerisco agli altri di avviarsi: resterò io con lui fino ad attendere che si riprenda. E così Alessandra e gli altri si avviano. Lorenzo ha un paio di conati di vomito ed è ormai privo di forze. Ha attinto tutto ciò che poteva dalla sua resistenza di maratoneta, ed ora è sul punto di crollare. Poi, come un Cristo sotto la croce, si fa animo e risale in bicicletta. E così, lentamente, raggiungiamo gli altri all’Ostello Villa Borgognoni. Al termine della pedalata il contachilometri segna 92.
[continua...].
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