Prova
“Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)
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lunedì 30 dicembre 2013
domenica 29 dicembre 2013
Pasqua è lontana..., ma neanche tanto...
Sospinto da un primordiale bisogno di conoscere e dare risposte ai grandi interrogativi della vita, il Pellegrino si libera, uno dopo l’altro, come nel lento susseguirsi dei suoi passi, dei pensieri che l’affliggono e, nello spirito del libero vagabondare della mente, ritrova se stesso e coglie l’essenza più vera del Creato. In cammino verso il Santuario di San Pellegrino in Alpe, attraverso antiche vie di pellegrinaggio, alla scoperta di un territorio affascinante dove, in un ambiente naturale di rara bellezza, pievi, ospitali, castelli e borghi raccontano una storia millenaria […].
Anticipo gli auguri di buon anno a tutti, ormai manca poco al 2014. Visto che un po’ di feste sono passate e sicuramente vi sarete riempiti all’inverosimile forse è meglio pensare già a come smaltire tutti i chili di troppo presi in questi giorni ;-) Leggete l’allegato (Il Cammino di San Pellegrino - Sul sentiero dei pellegrini da Reggio Emilia a San Pellegrino in Alpe).
La mia proposta è di riunirci tutti assieme per Pasqua ed estendere il cammino fino a Lucca (dal 19/20 aprile fino al 26 aprile). Forse qualcuno si fregherà le mani pensando al bel ponte che ci aspetta per Pasqua 2014, sognando qualche meta esotica, ma come mi ha insegnato qualcuno l’estate scorsa non conta la meta, ma il cammino (“… il senso del viaggiare è nella strada che si fa e non nella meta…”). Quindi se a qualcuno interessa tra gennaio e febbraio proverò a contattare le persone che hanno organizzato il giro per chiedere tutte le informazioni necessarie (tipo cartine, segnaletica, posti per dormire ecc). Avete tutto il tempo per pensarci.
Lorenzo.
Il Cammino di San Pellegrino: http://www.retecamminifrancigeni.eu/lib/File/pieghevole%20CSP%204%20pag%20definitivo(1).pdf
Anticipo gli auguri di buon anno a tutti, ormai manca poco al 2014. Visto che un po’ di feste sono passate e sicuramente vi sarete riempiti all’inverosimile forse è meglio pensare già a come smaltire tutti i chili di troppo presi in questi giorni ;-) Leggete l’allegato (Il Cammino di San Pellegrino - Sul sentiero dei pellegrini da Reggio Emilia a San Pellegrino in Alpe).
La mia proposta è di riunirci tutti assieme per Pasqua ed estendere il cammino fino a Lucca (dal 19/20 aprile fino al 26 aprile). Forse qualcuno si fregherà le mani pensando al bel ponte che ci aspetta per Pasqua 2014, sognando qualche meta esotica, ma come mi ha insegnato qualcuno l’estate scorsa non conta la meta, ma il cammino (“… il senso del viaggiare è nella strada che si fa e non nella meta…”). Quindi se a qualcuno interessa tra gennaio e febbraio proverò a contattare le persone che hanno organizzato il giro per chiedere tutte le informazioni necessarie (tipo cartine, segnaletica, posti per dormire ecc). Avete tutto il tempo per pensarci.
Lorenzo.
Il Cammino di San Pellegrino: http://www.retecamminifrancigeni.eu/lib/File/pieghevole%20CSP%204%20pag%20definitivo(1).pdf
venerdì 27 dicembre 2013
La tregua di Natale
Il giorno di Natale del 1914, nel primo anno della prima guerra mondiale, i soldati tedeschi, inglesi e francesi disobbedirono ai loro superiori e fraternizzarono con “il nemico” lungo due terzi del fronte occidentale. Le truppe tedesche innalzarono alberi di Natale fuori delle trincee con le scritte “Buon Natale.” “Voi non sparate, noi non spariamo.” A migliaia, le truppe attraversarono la terra di nessuno su cui giacevano sparsi corpi in decomposizione. Cantarono i canti di Natale, si scambiarono le foto dei cari rimasti a casa, condivisero le razioni, giocarono a calcio, arrostirono persino alcuni maiali. I soldati abbracciarono gli uomini che solo poche ore innanzi cercavano di uccidere. Si misero d’accordo per avvertirsi se i superiori li avessero obbligati a imbracciare le loro armi e di mirare in alto.
Agli alti comandi, di entrambe le parti, vennero i brividi. Stava succedendo il disastro: soldati che dichiarano la loro fratellanza e che rifiutano di combattere. I generali, da tutte e due le parti, dichiararono questo pacificarsi spontaneo come tradimento e pertanto conforme alla corte marziale. Entro marzo 1915 il movimento di fraternizzazione era stato sradicato e la macchina di morte rimessa completamente all’opera. Al momento dell’armistizio nel 1918, quindici milioni di persone erano state massacrate.
Poche persone sanno la storia della tregua di Natale. I capi militari non hanno infranto le loro regole per renderla pubblica. Il giorno di Natale del 1988, una cronaca nel Boston Globe accennava che una radio FM locale aveva mandato in onda “Natale nelle trincee,” (Christmas in the trenches) una ballata sulla tregua di Natale, parecchie volte e c’era stato un effetto stupefacente. A Boston, la canzone era diventata il pezzo più richiesto durante le feste su parecchie stazioni FM. “Ancor più stupefacente del numero di richieste avute è la reazione seguente alla ballata degli ascoltatori che non l’avevano mai sentita prima,” ha detto il conduttore. “Mi telefonavano profondamente commossi, a volte in lacrime, chiedendo, ‘Cosa diavolo ho appena ascoltato?’”
Penso di sapere perché gli ascoltatori si erano commossi. La storia della tregua di Natale va contro la maggior parte delle cose che ci hanno insegnato circa la gente. Ci fa dare un’occhiata di un mondo come vorremmo che fosse e dice, “Questo, una volta, è veramente accaduto.” Ci ricorda di quei pensieri che manteniamo celati, fuori della portata della TV e degli articoli di giornale che ci dicono come la vita umana sia insignificante e meschina. È come sentire che i nostri desideri più profondi in verità sono giusti: realmente il mondo potrebbe essere differente.
Estratto da “We CAN Change the World: The Real Meaning of Everyday Life” di David G. Stratman (New Democracy Books, 1991).
Per approfondire: http://www.ibs.it/code/9788856502343/j-rgs-michael/piccola-pace-nella-grande.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Tregua_di_Natale
Estratto da “We CAN Change the World: The Real Meaning of Everyday Life” di David G. Stratman (New Democracy Books, 1991).
Per approfondire: http://www.ibs.it/code/9788856502343/j-rgs-michael/piccola-pace-nella-grande.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Tregua_di_Natale
lunedì 23 dicembre 2013
Natale, come sopravvivere alle perigliose conversazioni a tavola…
E veniamo al delicatissimo tema del Cenone, ovvero a quell’appunta-mento imperdibile per tutte le famiglie riunite intorno alla tavolata imbandita a festa. Per le genti del meridione d’Italia, non è un mistero, il momento più importante di tutto il periodo natalizio è la cena della vigilia, ovvero il 24 dicembre (al nord invece, quello che conta veramente è il pranzo del 25). È un rito che si ripete identico a se stesso da generazioni e che viene preceduto da una sorta di digiuno alla Pannella: niente cibo, salvo pizzefritte condite con pomodoro, broccoli sbollentati e un po’ di pesce in bianco. Alla faccia dello sciopero della fame…! Si arriva a sera dunque con un bel languorino nello stomaco: si comincia con l’antipasto a base di tartine di salmone e caviale (o meglio - data la crisi - di lompo), associate agli immancabili grissini avvolti nel prosciutto crudo e circondati da olivette e carciofini; si continua con un primo di pesce (tipo spaghettini all’astice - o meglio, sempre data la crisi, di canocchie); a cui segue una serie di portate sempre a base di pesce. Sulla tradizionale tavola meridionale, per esempio, non deve mai mancare il capitone (giustiziato poche ore prima, e a mani nude, dalla sagace padrona di casa). A seguire formaggi e frutta (fresca e secca) in abbondanza; e per finire i dolci tipici della cultura locale: cartellate, taralli neri, mostaccioli, pastarelle etc…! Non mancano poi panettoni e pandori, anche se, per dirla tutta, si sente forte nei loro confronti una sorta di snobismo partigiano. Come a dire: “Quella roba va bene per i polentoni…”. Sulla tavola poi, in luogo dell’ammazzacaffè classico, si rincorrono le bottiglie di rosolio preparate artigianalmente dalle massaie: limoncelli, liquori al caffè, creme al cioccolato, mandarinetti isolabella…! Di tutto di più: e immancabilmente si tratta della vera, unica ricetta originale…!
E così, tra una portata e l’altra, si arriva a mezzanotte. Chi ne ha la forza si arma di coraggio e va in chiesa per seguire la messa; gli altri, mezzi avvelenati dall’alcol forte della serata, ciondolano per la casa in attesa di ritirarsi nelle proprie stanze. Ma prima di ciò, c’è bisogno di dar vita al momento più sacro della serata: la nascita di Gesù Bambino. In casa di mio nonno materno, per esempio, questo rito si svolgeva in un’atmosfera a metà tra il serio e il faceto: il capofamiglia prendeva delicatamente il Bambinello avvolto nella bambagia e cominciava una sorta di processione in giro per la casa. Dietro di lui tutti gli altri componenti della famiglia. E intonando “Tu scendi dalle stelle”, si giungeva davanti al presepio. Il Bambinello veniva deposto, e dopo una preghiera, liberi tutti.
Già, ma durante tutto questo evento, che tipo di conversazioni si susseguono a tavola? In genere i commensali sono parenti, più di rado ci si riunisce con gli amici. Si parla della vita che è trascorsa fino ad allora, delle novità più recenti, degli amori, del lavoro, dei successi personali. La tavolata di Natale è spesso uno dei luoghi più idonei per dar sfogo al libero vanto. Quando poi, vuoi per la mancanza di confidenza tra i commensali, vuoi per la carenza di argomenti, la conversazione langue, si finisce a parlare dell’attualità: politica, tasse, deriva etica e morale dei costumi. Ed è questo il segnale che bisogna ricorrere immediatamente ai superalcolici tenuti saggiamente di riserva.
Il sito del Corriere della Sera ha pubblicato oggi un bell’articolo di Beppe Severgnini sul tema: “Ma di cosa parleremo al cenone? - Piccolo manuale di sopravvivenza socio-natalizia a tavola”. E questo ne è l’incipit: “Pranzo di Natale. Indovina chi viene a Natale? La rivincita di Natale! Una famiglia perfetta (a Natale). Vi siete mai chiesti perché cenoni e pranzi natalizi accendono la fantasia cinematografica e popolare? Non accade solo in Italia. In questi giorni Sky trasmette «Scusa, mi piace tuo padre». La protagonista, dispiaciuta per l’entusiasmo del consorte verso una graziosa amica della figlia, irrompe in giardino con l’auto e abbatte le decorazioni natalizie. Non sempre, bisogna dire, gli esiti sono altrettanto spettacolari. Ma al cenone della vigilia e al pranzo di Natale qualcosa, inevitabilmente, succede. Questo 2013 italiano - denso di scosse politiche, traumi economici, scontri di piazza, incendi e alluvioni - appare particolarmente insidioso. Per evitare ulteriori cataclismi, ecco un manuale di sopravvivenza socio-natalizia [...]”.
Continua a leggere: http://www.corriere.it/cronache/13_dicembre_23/natale-guida-cenone-no-liti-512e1246-6baa-11e3-82ae-77df18859bd6.shtml
E così, tra una portata e l’altra, si arriva a mezzanotte. Chi ne ha la forza si arma di coraggio e va in chiesa per seguire la messa; gli altri, mezzi avvelenati dall’alcol forte della serata, ciondolano per la casa in attesa di ritirarsi nelle proprie stanze. Ma prima di ciò, c’è bisogno di dar vita al momento più sacro della serata: la nascita di Gesù Bambino. In casa di mio nonno materno, per esempio, questo rito si svolgeva in un’atmosfera a metà tra il serio e il faceto: il capofamiglia prendeva delicatamente il Bambinello avvolto nella bambagia e cominciava una sorta di processione in giro per la casa. Dietro di lui tutti gli altri componenti della famiglia. E intonando “Tu scendi dalle stelle”, si giungeva davanti al presepio. Il Bambinello veniva deposto, e dopo una preghiera, liberi tutti.
Già, ma durante tutto questo evento, che tipo di conversazioni si susseguono a tavola? In genere i commensali sono parenti, più di rado ci si riunisce con gli amici. Si parla della vita che è trascorsa fino ad allora, delle novità più recenti, degli amori, del lavoro, dei successi personali. La tavolata di Natale è spesso uno dei luoghi più idonei per dar sfogo al libero vanto. Quando poi, vuoi per la mancanza di confidenza tra i commensali, vuoi per la carenza di argomenti, la conversazione langue, si finisce a parlare dell’attualità: politica, tasse, deriva etica e morale dei costumi. Ed è questo il segnale che bisogna ricorrere immediatamente ai superalcolici tenuti saggiamente di riserva.
Il sito del Corriere della Sera ha pubblicato oggi un bell’articolo di Beppe Severgnini sul tema: “Ma di cosa parleremo al cenone? - Piccolo manuale di sopravvivenza socio-natalizia a tavola”. E questo ne è l’incipit: “Pranzo di Natale. Indovina chi viene a Natale? La rivincita di Natale! Una famiglia perfetta (a Natale). Vi siete mai chiesti perché cenoni e pranzi natalizi accendono la fantasia cinematografica e popolare? Non accade solo in Italia. In questi giorni Sky trasmette «Scusa, mi piace tuo padre». La protagonista, dispiaciuta per l’entusiasmo del consorte verso una graziosa amica della figlia, irrompe in giardino con l’auto e abbatte le decorazioni natalizie. Non sempre, bisogna dire, gli esiti sono altrettanto spettacolari. Ma al cenone della vigilia e al pranzo di Natale qualcosa, inevitabilmente, succede. Questo 2013 italiano - denso di scosse politiche, traumi economici, scontri di piazza, incendi e alluvioni - appare particolarmente insidioso. Per evitare ulteriori cataclismi, ecco un manuale di sopravvivenza socio-natalizia [...]”.
Continua a leggere: http://www.corriere.it/cronache/13_dicembre_23/natale-guida-cenone-no-liti-512e1246-6baa-11e3-82ae-77df18859bd6.shtml
venerdì 20 dicembre 2013
“È il pensiero che conta”. Sì, ma fino a un certo punto…!
Meno cinque a Natale…, eccoci al rush finale. Sul sito di Panorama c’è un bel video che illustra una serie di personaggi alle prese con il momento più delicato della festività: la consegna del dono. Sono situazioni piuttosto ricorrenti, molto spesso imbarazzanti o addirittura comiche. A chi non è mai capitato di sbagliare clamorosamente un regalo, oppure di incorrere involontariamente in una gaffe agghiacciante. Certo poi sta al ricevente atteggiare la dovuta nonchalance, dimostrarsi tetragono ai colpi di ventura, ma non sempre si ha questa fortuna. Ed è proprio in questi momenti che si desidererebbe sprofondare all’istante al centro della Terra e far perdere le proprie tracce per sempre.
Ma andiamo a scoprire qualcuna di queste figure mitiche e anche un po’ mitologiche. Al primo posto troviamo “lo smemorato”: questi è un figuro molto particolare, costantemente con la testa fra le nuvole, mai a giorno di nulla; non sa mai la data, l’ora, dimentica sempre tutte le ricorrenze, si scorda degli appuntamenti. E naturalmente arriva ogni volta a mani vuote allo scambio dei regali. E passi per la prima volta, al massimo per la seconda, alla terza parenti e amici cominciano a malignare forsennatamente: “Farabutto che non è altro: a chi vuole darla a bere? Lo fa a posta: giù la maschera…”. La verità purtroppo è che costui sul serio non si ricorda di nulla, e in queste circostanze l’unica soluzione è nominare un tutore particolare che provveda alle sue mancanze: fattura a 30 giorni.
A seguire troviamo “quello con un pessimo gusto”. Qui invece le malignità sorgono immediate: “Possibile che un essere umano dotato di normale raziocinio possa pensare di regalare una porcheria del genere?”. In effetti di fronte alle scelte compiute da questo soggetto, ci si chiede davvero fin dove arrivi la sua incapacità di discernere il “bello” dal “brutto”, e dove cominci forse un briciolo di perfidia. La linea di demarcazione in questi casi è davvero sottilissima. Un periodo in compagnia si gareggiava a chi faceva il regalo più inguardabile: ma qui c’era una gara di vanto, ed era plateale, alla luce del sole. Quello con un pessimo gusto invece fa tutto in buona fede, sperando (anzi essendo convinto) di fare bene.
C’è poi il cosiddetto “grossista”, ovvero colui che, trovando la buona occasione, compra oggetti in stock. E poi ha anche il coraggio di dire a tutti i destinatari: “Pensa, l’ho visto sul bancone…, e ho pensato subito a te…”. Mentitore da competizione…!
Scendendo ancora nella lista troviamo “il deluso”. Qui non si tratta più del donante, ma del ricevente. Il deluso è una delle categorie più diffuse e presenti nelle case addobbate a festa: egli, al colmo dell’entusiasmo, prende il pacco, lo scarta con una frenesia incontrollabile, e tempo due secondi netti, lascia cadere sul suo volto un’espressione che neanche Luigi XVI davanti alla ghigliottina. E poi non c’è verso alcuno di risollevare tale stato d’animo: l’unico rimedio che ad oggi pare portare qualche beneficio è la fiasca del vino.
A scendere c’è “l’opportunista”, ovvero colui che sfrutta ogni situazione per ottenere un vantaggio per se stesso (tipo regalare del vino che poi anche lui berrà…!); “il riciclatore”, cioè colui che per elezione tende a regalare oggetti ricevuti a sua volta in regalo (ed immancabilmente, e a sua insaputa, spunta fuori una data, una dedica o un augurio indirizzato al primo ricevente…!); “lo spiegone”, vale a dire colui che regala cose talmente fuori dall’ordinario, che sente forte la necessità di fornire adeguate spiegazioni. Il che equivale al tipo che racconta una barzelletta, e poi, visto che nessuno ride, comincia a spiegarla. Da suicidio immediato e senza bigliettino d’addio.
Nella speciale classifica poi non poteva mancare “il trova-tutto”, ossia quel particolare figuro che, all’atto dello ‘scartocciamento’, inizia a raccontare le strabilianti peripezie che hanno portato al rinvenimento di quel rarissimo oggetto ora tra le mani del fortunato ricevente. Si favoleggia di mercatini di periferia introvabili, bottegucce clandestine, fantomatici mercanti giunti dall’oriente in groppa a cammelli e dromedari. La triste realtà, nella quasi totalità dei casi, è che si tratta di reperti scovati nei meandri di cantine e scantinati, abbandonati da epoche immemori.
A seguire troviamo “il pragmatico”, ovvero colui che per non star lì a impazzire tra negozi e bancarelle, prende una bella busta da lettera e ci schiaffa dentro una banconota da venti euro. Quando va bene…!
E poi c’è “l’indeciso”, vale a dire quello che non sa mai districarsi tra le mille scelte che gli si parano davanti. Per non parlare poi delle taglie dei capi d’abbigliamento: sempre immancabilmente sbagliate. Ecco perché questo personaggio - orrore a dirsi - non fa mai mancare lo scontrino al pacco dono.
E per finire le ultime due tipologie: “l’ecologista”, ovvero colui che non si fa scrupolo di regalare oggetti orripilanti purché rispettosi della natura; e “il pasticcione”, cioè lo sbadato che fa confusione con pacchetti e pacchettini e magari consegna all’amica di baldorie un paio di pantofole di lana merino e alla suocera un vibratore a percussione.
Ecco amici, se proprio quest’anno sentite l’irresistibile desiderio di regalare qualcosa a qualcuno, cercate di non incorrere in una di queste antipatiche categorie. E se proprio non vi riesce, consolatevi con il vecchio e sempre attuale adagio: “È il pensiero che conta”. Sarà ipocrita, ma funziona a meraviglia.
Fonte: http://societa.panorama.it/video-divertenti/Stereotipi-Regalo-Natale-Picsel
Ma andiamo a scoprire qualcuna di queste figure mitiche e anche un po’ mitologiche. Al primo posto troviamo “lo smemorato”: questi è un figuro molto particolare, costantemente con la testa fra le nuvole, mai a giorno di nulla; non sa mai la data, l’ora, dimentica sempre tutte le ricorrenze, si scorda degli appuntamenti. E naturalmente arriva ogni volta a mani vuote allo scambio dei regali. E passi per la prima volta, al massimo per la seconda, alla terza parenti e amici cominciano a malignare forsennatamente: “Farabutto che non è altro: a chi vuole darla a bere? Lo fa a posta: giù la maschera…”. La verità purtroppo è che costui sul serio non si ricorda di nulla, e in queste circostanze l’unica soluzione è nominare un tutore particolare che provveda alle sue mancanze: fattura a 30 giorni.
A seguire troviamo “quello con un pessimo gusto”. Qui invece le malignità sorgono immediate: “Possibile che un essere umano dotato di normale raziocinio possa pensare di regalare una porcheria del genere?”. In effetti di fronte alle scelte compiute da questo soggetto, ci si chiede davvero fin dove arrivi la sua incapacità di discernere il “bello” dal “brutto”, e dove cominci forse un briciolo di perfidia. La linea di demarcazione in questi casi è davvero sottilissima. Un periodo in compagnia si gareggiava a chi faceva il regalo più inguardabile: ma qui c’era una gara di vanto, ed era plateale, alla luce del sole. Quello con un pessimo gusto invece fa tutto in buona fede, sperando (anzi essendo convinto) di fare bene.
C’è poi il cosiddetto “grossista”, ovvero colui che, trovando la buona occasione, compra oggetti in stock. E poi ha anche il coraggio di dire a tutti i destinatari: “Pensa, l’ho visto sul bancone…, e ho pensato subito a te…”. Mentitore da competizione…!
Scendendo ancora nella lista troviamo “il deluso”. Qui non si tratta più del donante, ma del ricevente. Il deluso è una delle categorie più diffuse e presenti nelle case addobbate a festa: egli, al colmo dell’entusiasmo, prende il pacco, lo scarta con una frenesia incontrollabile, e tempo due secondi netti, lascia cadere sul suo volto un’espressione che neanche Luigi XVI davanti alla ghigliottina. E poi non c’è verso alcuno di risollevare tale stato d’animo: l’unico rimedio che ad oggi pare portare qualche beneficio è la fiasca del vino.
A scendere c’è “l’opportunista”, ovvero colui che sfrutta ogni situazione per ottenere un vantaggio per se stesso (tipo regalare del vino che poi anche lui berrà…!); “il riciclatore”, cioè colui che per elezione tende a regalare oggetti ricevuti a sua volta in regalo (ed immancabilmente, e a sua insaputa, spunta fuori una data, una dedica o un augurio indirizzato al primo ricevente…!); “lo spiegone”, vale a dire colui che regala cose talmente fuori dall’ordinario, che sente forte la necessità di fornire adeguate spiegazioni. Il che equivale al tipo che racconta una barzelletta, e poi, visto che nessuno ride, comincia a spiegarla. Da suicidio immediato e senza bigliettino d’addio.
Nella speciale classifica poi non poteva mancare “il trova-tutto”, ossia quel particolare figuro che, all’atto dello ‘scartocciamento’, inizia a raccontare le strabilianti peripezie che hanno portato al rinvenimento di quel rarissimo oggetto ora tra le mani del fortunato ricevente. Si favoleggia di mercatini di periferia introvabili, bottegucce clandestine, fantomatici mercanti giunti dall’oriente in groppa a cammelli e dromedari. La triste realtà, nella quasi totalità dei casi, è che si tratta di reperti scovati nei meandri di cantine e scantinati, abbandonati da epoche immemori.
A seguire troviamo “il pragmatico”, ovvero colui che per non star lì a impazzire tra negozi e bancarelle, prende una bella busta da lettera e ci schiaffa dentro una banconota da venti euro. Quando va bene…!
E poi c’è “l’indeciso”, vale a dire quello che non sa mai districarsi tra le mille scelte che gli si parano davanti. Per non parlare poi delle taglie dei capi d’abbigliamento: sempre immancabilmente sbagliate. Ecco perché questo personaggio - orrore a dirsi - non fa mai mancare lo scontrino al pacco dono.
E per finire le ultime due tipologie: “l’ecologista”, ovvero colui che non si fa scrupolo di regalare oggetti orripilanti purché rispettosi della natura; e “il pasticcione”, cioè lo sbadato che fa confusione con pacchetti e pacchettini e magari consegna all’amica di baldorie un paio di pantofole di lana merino e alla suocera un vibratore a percussione.
Ecco amici, se proprio quest’anno sentite l’irresistibile desiderio di regalare qualcosa a qualcuno, cercate di non incorrere in una di queste antipatiche categorie. E se proprio non vi riesce, consolatevi con il vecchio e sempre attuale adagio: “È il pensiero che conta”. Sarà ipocrita, ma funziona a meraviglia.
Fonte: http://societa.panorama.it/video-divertenti/Stereotipi-Regalo-Natale-Picsel
mercoledì 18 dicembre 2013
Che tipo di ‘regalatore’ sei?
In queste gelide giornate di metà dicembre l’Italia è tutto un fremito: dai “forconi” che assediano i centri del potere, agli scioperi più o meno selvaggi; dallo shopping impazzito che fa schizzare lo smog oltre i livelli di guardia, agli imperdibili moniti presidenziali. E come se non bastasse questa triste congiuntura astrale, ecco avvicinarsi la più angosciante delle festività dell’anno: il Natale.
Ormai ci siamo, ancora una settimana e saremo immersi nella fantasmagoria della più strabiliante delle feste commerciali…! Hurrà… Seguirà come di consueto il pranzo di Natale, assisi intorno a banchetti spaventevoli, e come conseguenza soffriremo di una mostruosa indigestione causata dagli eccessi culinari. Che se uno fosse minimamente accorto potrebbe anche pensare: “A sto giro non mi fregano: e chi se ne importa se poi zia Ginetta ci resta male se lascio a metà la sua famosa lavagnetta ai funghi porcini…! Non posso mica ridurmi ad una larva dispeptica ogni volta…”. Ed in effetti c’è da chiedersi perché mai a Natale le persone debbano farsi per forza male da sole ingozzandosi come oche da foie gras della Dordogna: basterebbe limitarsi quel tanto che basta e al diavolo la citrosodina…! E invece no, ecco un recentissimo studio scientifico pronto a dimostrare che la quantità di cibo ingurgitata ha poco o nulla a che vedere con i disturbi gastroenterici festaioli. In realtà, come spiega all’Adn-Kronos lo psicopedagogista Edi Salvadori, pare che il Natale ci obblighi per convenzione a incontrare persone che non sempre riscuotono la nostra simpatia e da ciò ne deriverebbe una straordinaria reazione psicosomatica: “Le occasioni di incontro sono obbligate, ma non sempre gradite. Le famiglie sono una entità sempre più complessa e conflittuale. Generalmente si tenta di evitare le situazioni e gli incontri non graditi, e quando ciò non è possibile il corpo ci segnala il disagio emotivo con sintomi semplici ma emblematici: nausea, disturbi digestivi, mal di stomaco, mal di testa. Molti di questi disturbi possono essere ricondotti a conflitti emotivi che si innescano in situazioni di stress. Negli ultimi anni ho notato un aumento di questo disagio proprio dopo le feste. Fra le persone che seguo, una su quattro riferisce un peggioramento delle condizioni in questo periodo”. E dunque a monte i buoni propositi: se mal di stomaco dev’essere, mal di stomaco sarà…!
E i regali? ne vogliamo parlare? Anche qui ci saranno litrate di bile, non fatevi illusioni: ci ridurremo come al solito alle ultime 24 ore per correre ai ripari, e in questa frenesia disperata non faremo altro che danni. Statene pur certi. Ora però, abbiamo qualcosa di più certo a cui appoggiare le nostre angosce: la psicologa Paola Vinciguerra ha tracciato le linee guida sulle quali deve reggersi il nostro “desiderio” di regalare: «Nella scelta del regalo ci sono tre ‘ingredienti’ che non devono mai mancare: scambio, ascolto e generosità. Ma soprattutto è fondamentale focalizzarsi, più che sui propri gusti, su quelli della persona alla quale il dono è destinato». Semplice, semplicissimo…! Anni fa avevo un amico che era l’esatto contrario di tale asserzione: egli regalava sempre e soltanto cose che potessero servire a se stesso. Tanto che in compagnia si usava dire: “Cosa ti sei regalato per il compleanno di tuo padre?”. O di tua madre, o di tuo fratello, o per Natale, per la Befana, per Santa Lucia. Ogni occasione era buona per gratificarsi con qualcosa. Ecco, la psicologa invece ci invita a concentrarci sulla persona destinataria del regalo. E qual è il modo migliore per centrare l’obiettivo? Semplice: sapere ascoltare e al momento giusto ricordare. Inutile ad esempio regalare cravatte policrome a persone che vestono sempre con la tuta o col pigiama; o bottiglioni di grappa morbida a soggetti ipertesi e malati di fegato. In ogni caso però il regalo, prima di ogni altra cosa, deve essere sentito: se il tutto si riduce ad una semplice formalità è chiaro che va bene quel che capita. Ma a sto punto, piuttosto che regalare una delusione, meglio lasciar perdere. O no?
Ma quali sono le tipologie dei “regalatori” più ricorrenti nel panorama del dono: ecco pronta una bella lista molto completa (come direbbe l’esimio Maurizio Milani). Al primo posto troviamo “il ripetitivo”, ovvero colui che non viene mai meno alle sue poche, pavide certezze. Il motto di questo personaggio è più o meno questo: “Perché mai cambiare se l’altra volta è andata bene?”. E così la sua fatica natalizia sta semplicemente nel recarsi nel negozio dell’anno prima ed acquistare il medesimo articolo che tanto ha riscosso successo. Al netto di tutta l’ipocrisia che si cela dietro alla facciata del ricevente: “Oddio noooo, un altro libro di cucina della Clerici…”.
Al secondo posto invece troviamo “il frettoloso”, ovvero l’apoteosi dell’obbligatorietà, cioè l’esatto opposto di ciò che dovrebbe spingere a fare un regalo. Questo soggetto è la vittima principe del consumismo sfrenato, e in queste occasioni sente sul suo capo tutta l’inanità di questo gesto e di questo rituale, ma non ha la forza di ribellarsi. E così si lascia scolare addosso questo evento infausto nella maniera più indolore possibile: “Senta, devo regalare qualcosa a mia suocera…!” - “Ha qualche preferenza in fatto di profumi…?” - “Assolutamente no: faccia lei. Mi fido ciecamente”. Ed è così che si fa la felicità non già della suocera su menzionata, ma della proprietaria della profumeria, libera di “ammollare” la più fetente della acque di colonia rimaste in magazzino.
Al terzo posto ecco la categoria più fantasiosa, “gli originali”. Costoro sono dei malati di mente sempre in cerca di bizzarrie capaci di stupire e sorprendere. Ed è così che, nella notte più magica dell’anno, saltano fuori dalla carta regalo doni che farebbero storcere il naso perfino ad un macaco: kit completo in latta dura per “coltivare” perle; schiaccianoci a forma di Pippo Baudo; maniche in nylon per braccia magicamente coperte di tatuaggi; copri-capezzoli a forma di cuore. Di tutto di più: l’importante è che il dono sia originale.
C’è poi “quello che ha un pensiero per tutti”. In questo caso siamo di fronte ad uno dei soggetti più ecumenici della società civile; quando costui pensa ad un regalo, pensa un po’ a tutti. Si tratta inevitabilmente di filantropia spiccia, s’intende (caramelle e cioccolatini quasi sempre), a meno che l’elargitore non disponga di laute rendite al sole. Cosa assai improbabile tuttavia, essendo il ricco - per definizione - persona poco propensa al benessere del prossimo. In genere poi “quello che ha un pensiero per tutti” non dimentica mai di mandare lunghissimi e tediosi sms benauguranti a tutti i parenti, amici e conoscenti del globo terracqueo: centinai di messaggi tutti uguali, vaghi, generici e privi di qualsiasi connotato di natura personale. D’altra parte va bene pensare a tutti, ma non è che si può star lì a scrivere fino all’Epifania.
E per finire “i selettivi”, ovvero coloro che fanno sì regali, ma solo ed esclusivamente ai più intimi. Gli psicologi leggono tale atteggiamento come manifestazione di affettività sincera e spontanea; al contrario di coloro che regalano erga omnes, ma senza coinvolgimento reale. Data la crisi, pare che la categoria dei selettivi stia avendo la meglio su tutte le altre. Il che è un bene, s’intende: d’altra parte quando c’è l’amore c’è tutto. (“No ti sbagli, chella e ‘a salute”, Massimo Troisi - Ricomincio da tre, 1981).
Ad ogni modo stringete i denti, presto sarà tutto finito…
Fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/perlei/2013/notizia/regali-di-natale-dimmi-come-li-fai-e-ti-dir%EF%BF%BD-chi-sei_2015328.shtml
http://www.adnkronos.com/Salute/Sanita/?id=3.2.998014788
Ormai ci siamo, ancora una settimana e saremo immersi nella fantasmagoria della più strabiliante delle feste commerciali…! Hurrà… Seguirà come di consueto il pranzo di Natale, assisi intorno a banchetti spaventevoli, e come conseguenza soffriremo di una mostruosa indigestione causata dagli eccessi culinari. Che se uno fosse minimamente accorto potrebbe anche pensare: “A sto giro non mi fregano: e chi se ne importa se poi zia Ginetta ci resta male se lascio a metà la sua famosa lavagnetta ai funghi porcini…! Non posso mica ridurmi ad una larva dispeptica ogni volta…”. Ed in effetti c’è da chiedersi perché mai a Natale le persone debbano farsi per forza male da sole ingozzandosi come oche da foie gras della Dordogna: basterebbe limitarsi quel tanto che basta e al diavolo la citrosodina…! E invece no, ecco un recentissimo studio scientifico pronto a dimostrare che la quantità di cibo ingurgitata ha poco o nulla a che vedere con i disturbi gastroenterici festaioli. In realtà, come spiega all’Adn-Kronos lo psicopedagogista Edi Salvadori, pare che il Natale ci obblighi per convenzione a incontrare persone che non sempre riscuotono la nostra simpatia e da ciò ne deriverebbe una straordinaria reazione psicosomatica: “Le occasioni di incontro sono obbligate, ma non sempre gradite. Le famiglie sono una entità sempre più complessa e conflittuale. Generalmente si tenta di evitare le situazioni e gli incontri non graditi, e quando ciò non è possibile il corpo ci segnala il disagio emotivo con sintomi semplici ma emblematici: nausea, disturbi digestivi, mal di stomaco, mal di testa. Molti di questi disturbi possono essere ricondotti a conflitti emotivi che si innescano in situazioni di stress. Negli ultimi anni ho notato un aumento di questo disagio proprio dopo le feste. Fra le persone che seguo, una su quattro riferisce un peggioramento delle condizioni in questo periodo”. E dunque a monte i buoni propositi: se mal di stomaco dev’essere, mal di stomaco sarà…!
E i regali? ne vogliamo parlare? Anche qui ci saranno litrate di bile, non fatevi illusioni: ci ridurremo come al solito alle ultime 24 ore per correre ai ripari, e in questa frenesia disperata non faremo altro che danni. Statene pur certi. Ora però, abbiamo qualcosa di più certo a cui appoggiare le nostre angosce: la psicologa Paola Vinciguerra ha tracciato le linee guida sulle quali deve reggersi il nostro “desiderio” di regalare: «Nella scelta del regalo ci sono tre ‘ingredienti’ che non devono mai mancare: scambio, ascolto e generosità. Ma soprattutto è fondamentale focalizzarsi, più che sui propri gusti, su quelli della persona alla quale il dono è destinato». Semplice, semplicissimo…! Anni fa avevo un amico che era l’esatto contrario di tale asserzione: egli regalava sempre e soltanto cose che potessero servire a se stesso. Tanto che in compagnia si usava dire: “Cosa ti sei regalato per il compleanno di tuo padre?”. O di tua madre, o di tuo fratello, o per Natale, per la Befana, per Santa Lucia. Ogni occasione era buona per gratificarsi con qualcosa. Ecco, la psicologa invece ci invita a concentrarci sulla persona destinataria del regalo. E qual è il modo migliore per centrare l’obiettivo? Semplice: sapere ascoltare e al momento giusto ricordare. Inutile ad esempio regalare cravatte policrome a persone che vestono sempre con la tuta o col pigiama; o bottiglioni di grappa morbida a soggetti ipertesi e malati di fegato. In ogni caso però il regalo, prima di ogni altra cosa, deve essere sentito: se il tutto si riduce ad una semplice formalità è chiaro che va bene quel che capita. Ma a sto punto, piuttosto che regalare una delusione, meglio lasciar perdere. O no?
Ma quali sono le tipologie dei “regalatori” più ricorrenti nel panorama del dono: ecco pronta una bella lista molto completa (come direbbe l’esimio Maurizio Milani). Al primo posto troviamo “il ripetitivo”, ovvero colui che non viene mai meno alle sue poche, pavide certezze. Il motto di questo personaggio è più o meno questo: “Perché mai cambiare se l’altra volta è andata bene?”. E così la sua fatica natalizia sta semplicemente nel recarsi nel negozio dell’anno prima ed acquistare il medesimo articolo che tanto ha riscosso successo. Al netto di tutta l’ipocrisia che si cela dietro alla facciata del ricevente: “Oddio noooo, un altro libro di cucina della Clerici…”.
Al secondo posto invece troviamo “il frettoloso”, ovvero l’apoteosi dell’obbligatorietà, cioè l’esatto opposto di ciò che dovrebbe spingere a fare un regalo. Questo soggetto è la vittima principe del consumismo sfrenato, e in queste occasioni sente sul suo capo tutta l’inanità di questo gesto e di questo rituale, ma non ha la forza di ribellarsi. E così si lascia scolare addosso questo evento infausto nella maniera più indolore possibile: “Senta, devo regalare qualcosa a mia suocera…!” - “Ha qualche preferenza in fatto di profumi…?” - “Assolutamente no: faccia lei. Mi fido ciecamente”. Ed è così che si fa la felicità non già della suocera su menzionata, ma della proprietaria della profumeria, libera di “ammollare” la più fetente della acque di colonia rimaste in magazzino.
Al terzo posto ecco la categoria più fantasiosa, “gli originali”. Costoro sono dei malati di mente sempre in cerca di bizzarrie capaci di stupire e sorprendere. Ed è così che, nella notte più magica dell’anno, saltano fuori dalla carta regalo doni che farebbero storcere il naso perfino ad un macaco: kit completo in latta dura per “coltivare” perle; schiaccianoci a forma di Pippo Baudo; maniche in nylon per braccia magicamente coperte di tatuaggi; copri-capezzoli a forma di cuore. Di tutto di più: l’importante è che il dono sia originale.
C’è poi “quello che ha un pensiero per tutti”. In questo caso siamo di fronte ad uno dei soggetti più ecumenici della società civile; quando costui pensa ad un regalo, pensa un po’ a tutti. Si tratta inevitabilmente di filantropia spiccia, s’intende (caramelle e cioccolatini quasi sempre), a meno che l’elargitore non disponga di laute rendite al sole. Cosa assai improbabile tuttavia, essendo il ricco - per definizione - persona poco propensa al benessere del prossimo. In genere poi “quello che ha un pensiero per tutti” non dimentica mai di mandare lunghissimi e tediosi sms benauguranti a tutti i parenti, amici e conoscenti del globo terracqueo: centinai di messaggi tutti uguali, vaghi, generici e privi di qualsiasi connotato di natura personale. D’altra parte va bene pensare a tutti, ma non è che si può star lì a scrivere fino all’Epifania.
E per finire “i selettivi”, ovvero coloro che fanno sì regali, ma solo ed esclusivamente ai più intimi. Gli psicologi leggono tale atteggiamento come manifestazione di affettività sincera e spontanea; al contrario di coloro che regalano erga omnes, ma senza coinvolgimento reale. Data la crisi, pare che la categoria dei selettivi stia avendo la meglio su tutte le altre. Il che è un bene, s’intende: d’altra parte quando c’è l’amore c’è tutto. (“No ti sbagli, chella e ‘a salute”, Massimo Troisi - Ricomincio da tre, 1981).
Ad ogni modo stringete i denti, presto sarà tutto finito…
Fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/perlei/2013/notizia/regali-di-natale-dimmi-come-li-fai-e-ti-dir%EF%BF%BD-chi-sei_2015328.shtml
http://www.adnkronos.com/Salute/Sanita/?id=3.2.998014788
martedì 17 dicembre 2013
Un sogno fattibile: il periplo della Sicilia in bicicletta
L’estate è ancora lontana, a maggior ragione se ci si sofferma ad osservare il ghiaccio sui parabrezza delle auto e l’insegna luminosa della farmacia che segna -5. Eppure già si discute di quando, come e soprattutto dove andare in vacanza. Un amico di Roma, mezzo matto, crede che sia una buona idea prendere la sua ormai datata utilitaria (al momento ferma in un parcheggio condominiale per ragioni economiche) e andare a zonzo per l’est Europa (Polonia, Ucraina… “e se ci va arriviamo fino a San Pietroburgo…”); altri pensano ad un giro in bicicletta in Campania (Costiera Amalfitana in primis…), Basilicata e Puglia garganica; io invece sto studiando un itinerario attraverso l’Umbria, l’alto Lazio e la bassa Toscana. Vedremo cosa ci riserverà il futuro. Gironzolando qua e là su internet in cerca di ispirazione mi sono imbattuto in un reportage che narra le vicende di Giuseppe e Davide, due ardimentosi ragazzi in bicicletta, che nel mese di agosto scorso, hanno portato a termine uno dei miei grandi sogni, vale a dire il periplo della Sicilia. Il tutto compiuto in perfetta autonomia e con un budget incredibilmente risicato: 200 euro. Il titolo del racconto è “Sicily coast to coast” e questo è l’inizio:
L’anno scorso io e il mio più caro amico, Davide Laganà, abbiamo compiuto in bici il giro della Sicilia (l’intero periplo). Siamo partiti da Capo d’Orlando (ME) con un budget di 200 euro, che comprendeva anche l’attrezzatura del viaggio, il tutto spinto dalla semplice voglia di compiere quest’avventura, e questo è il nostro racconto.
Giuseppe: Ho i polpacci in tensione. Mi fanno male. Il sole è caldo. Caldissimo. Qui il mezzogiorno di maggio è come il primo pomeriggio di ferragosto: infuocato. L’asfalto assorbe i raggi solari e li sputa contro le mie ruote. Li sento risalire, entrano nella mia maglietta. Tengo la testa bassa sul manubrio. Pedalo automaticamente, ma a fatica. Anche l’abitudine si stanca in salita, e questa salita sembra non finire più. Ma quante salite ci sono in Sicilia? Per un istante mi sento come pentito. È un’immagine istantanea: vedo il divano di casa mia, una limonata ghiacciata, lo stereo acceso; il lusso dell’ozio. È un secondo di ripensamenti. Ma è uno soltanto e lo dimentico subito, lo elimino subito. Mi basta poco per farlo. Mi basta superare una curva e perdermi nella meraviglia: alzo la testa e le mie pupille si restringono, inondate dalla luce. Adesso davanti al mio naso c’è una macchia blu infinita che respira piatta, lenta, con un ritmo fuori dal tempo: il mare calmo, che brilla sotto la luce, che è di mille colori ed è sempre blu, ed è sempre bello, ed è sempre lo stesso mare che sta viaggiando con me da quando ho lasciato Capo d’Orlando; è lo stesso mare che sta tracciando con me il perimetro della mia isola. Lui cammina sulle onde, fra la sabbia, fra gli scogli delle coste. Io cammino sulla mia bicicletta, fra il caldo, il vento, la pioggia, e l’odore del mare, lo stesso mare. Ora fisso Davide, a qualche metro più avanti, e improvvisamente mi sembra uguale a me, anche lui con la sua bici, anche lui perso nello stesso attimo di bellezza.
Davide: Mentre ingoio salsedine a pieni polmoni, mi concedo il piacere di osservare. La bicicletta è il mezzo giusto per guardare, per guardare il tuo viaggio che si costruisce sotto le tue ruote, che si crea nello stesso momento in cui lo stai vivendo. E mentre pedalo e bevo nuovo ossigeno dal mare, mi volto indietro ad osservare Giuseppe. Se la felicità potesse avere un volto, e soprattutto una barba e un sorriso da trentadue denti, penso che la felicità si chiamerebbe Giuseppe: lo vedo libero, libero di stupirsi, libero di sorridere e di smarrirsi in quello che ha davanti; lo vedo così e penso sia quella la faccia della felicità. Perché quando decidi di partire con la tua bici, e con quel poco che ti può servire legato dietro al sellino, capisci che basta davvero poco per essere felici, che un tramonto può essere davvero come una poesia, che i gabbiani sono bellissimi e le stelle pure, che l’alba è davvero l’eterno inizio di qualcosa di nuovo, che rifiutarsi di affrontare il vento significa indietreggiare e non avanzare, che non pedalare sotto la pioggia significa prendere freddo in attesa di una schiarita, che “accontentarsi” dello stretto indispensabile è bello, quando questo stretto indispensabile è formato da 24 ore di illimitata meraviglia […]
Continua a leggere: http://www.greenme.it/viaggiare/europa/italia/sicilia/11966-sicily-coast-to-coast
L’anno scorso io e il mio più caro amico, Davide Laganà, abbiamo compiuto in bici il giro della Sicilia (l’intero periplo). Siamo partiti da Capo d’Orlando (ME) con un budget di 200 euro, che comprendeva anche l’attrezzatura del viaggio, il tutto spinto dalla semplice voglia di compiere quest’avventura, e questo è il nostro racconto.
Giuseppe: Ho i polpacci in tensione. Mi fanno male. Il sole è caldo. Caldissimo. Qui il mezzogiorno di maggio è come il primo pomeriggio di ferragosto: infuocato. L’asfalto assorbe i raggi solari e li sputa contro le mie ruote. Li sento risalire, entrano nella mia maglietta. Tengo la testa bassa sul manubrio. Pedalo automaticamente, ma a fatica. Anche l’abitudine si stanca in salita, e questa salita sembra non finire più. Ma quante salite ci sono in Sicilia? Per un istante mi sento come pentito. È un’immagine istantanea: vedo il divano di casa mia, una limonata ghiacciata, lo stereo acceso; il lusso dell’ozio. È un secondo di ripensamenti. Ma è uno soltanto e lo dimentico subito, lo elimino subito. Mi basta poco per farlo. Mi basta superare una curva e perdermi nella meraviglia: alzo la testa e le mie pupille si restringono, inondate dalla luce. Adesso davanti al mio naso c’è una macchia blu infinita che respira piatta, lenta, con un ritmo fuori dal tempo: il mare calmo, che brilla sotto la luce, che è di mille colori ed è sempre blu, ed è sempre bello, ed è sempre lo stesso mare che sta viaggiando con me da quando ho lasciato Capo d’Orlando; è lo stesso mare che sta tracciando con me il perimetro della mia isola. Lui cammina sulle onde, fra la sabbia, fra gli scogli delle coste. Io cammino sulla mia bicicletta, fra il caldo, il vento, la pioggia, e l’odore del mare, lo stesso mare. Ora fisso Davide, a qualche metro più avanti, e improvvisamente mi sembra uguale a me, anche lui con la sua bici, anche lui perso nello stesso attimo di bellezza.
Davide: Mentre ingoio salsedine a pieni polmoni, mi concedo il piacere di osservare. La bicicletta è il mezzo giusto per guardare, per guardare il tuo viaggio che si costruisce sotto le tue ruote, che si crea nello stesso momento in cui lo stai vivendo. E mentre pedalo e bevo nuovo ossigeno dal mare, mi volto indietro ad osservare Giuseppe. Se la felicità potesse avere un volto, e soprattutto una barba e un sorriso da trentadue denti, penso che la felicità si chiamerebbe Giuseppe: lo vedo libero, libero di stupirsi, libero di sorridere e di smarrirsi in quello che ha davanti; lo vedo così e penso sia quella la faccia della felicità. Perché quando decidi di partire con la tua bici, e con quel poco che ti può servire legato dietro al sellino, capisci che basta davvero poco per essere felici, che un tramonto può essere davvero come una poesia, che i gabbiani sono bellissimi e le stelle pure, che l’alba è davvero l’eterno inizio di qualcosa di nuovo, che rifiutarsi di affrontare il vento significa indietreggiare e non avanzare, che non pedalare sotto la pioggia significa prendere freddo in attesa di una schiarita, che “accontentarsi” dello stretto indispensabile è bello, quando questo stretto indispensabile è formato da 24 ore di illimitata meraviglia […]
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