Prova


“Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)

venerdì 5 luglio 2013

Cultura, viaggi e avventura: le armi di seduzione del vero marpione

Alle volte capita di imbattersi in notizie che ci fanno esclamare: “Ah però…! In effetti è proprio così…”. A me è capitato l’altra sera. Gironzolavo su internet e casualmente sono finito su un sito che affrontava il tema della seduzione maschile, ovvero le tecniche più usate per far colpo su una donna. Per dirla tutta, quando mi trovo al cospetto di una donna che mi intriga, il mio modo di essere e di relazionarmi muta spontaneamente, come se scattasse il pilota automatico. Di solito sono una persona clamorosamente flemmatica, pigra e indolente (“il mio regno per un divano”) e difficilmente riesco a farmi coinvolgere in qualcosa. Per anni il mio eroe letterario è stato Oblomov, il che è tutto dire. Spesso, ad esempio, quando mi trovo coinvolto in una discussione, infarcisco il mio eloquio di espressioni volutamente vaghe e generiche, associate a versi aggraziati o di riprovazione, a seconda del tono dell’interlocutore: “e già…”, “è proprio vero…”, “ma infatti…”; “cosa vuoi…, d’altra parte…”; “non ci sono più le mezze stagioni…” (che, come si sa, va bene in ogni contesto). In realtà la mia mente vaga, e solo per cortesia resto lì ad ascoltare (senza capire, chiaramente). Quando al contrario ho davanti, come detto, una ragazza che stuzzica la mia fantasia, divento una specie di vulcano in eruzione. Parlo a ruota libera, racconto della mia vita, dei miei viaggi. Immancabilmente attacco con il Cammino di Santiago, che notoriamente fa sempre molta scena. A seguire continuo con la Grande Randonneé in Corsica, le Calanques di Marsiglia, la Foresta Nera, la Bretagna attraversata a piedi, il Monte Bianco e così via. Per non parlare poi delle esperienze più ardite e spericolate, vale a dire arrampicate, calate in corda doppia giù dalle cascate, canyoning, rafting, torrentismo. Il tutto proposto con voce esageratamente impostata, modello Manuel Fantoni quando racconta del suo imbarco sul cargo battente bandiera liberiana...! Ricordo che una volta, trovandomi in bicicletta con un gruppo di amici sul Delta del Po, feci uno sfoggio talmente esagerato di avventure di viaggio, che la ragazza sulla quale dovevo far colpo rimase pressochè muta per circa un’ora. Ed un tizio che era alle nostre spalle, roso da un’invidia potenzialmente letale, espose improvviso con un: “E basta…, lasciala in pace a sta povera ragazza…”.
Ma non mi limito ovviamente ai soli racconti di viaggio: il secondo cavallo di battaglia è la scrittura, i miei libri. Anche questo di solito fa molto colpo. Atteggiando platealmente un’espressione di finta modestia (certo non arrivo a strofinarmi le unghie della mano sulla camicia…, s’intende), lascio cadere qualche frase sull’argomento e poi simulo diligentemente un certo imbarazzo nell’affrontare la faccenda. E con ciò aumento ancor di più la curiosità della potenziale “preda”. E se ciò non basta, cerco di dare sfoggio di grande cultura parlando di letteratura, storia, filosofia, di tanto in tanto lancio nella mischia qualche frase in latino (perlopiù maccheronico). Tutto fa brodo, insomma.
Che farabutto…! Si, potete dirlo: è la pura verità. Ecco, fino a ieri sera pensavo di essere uno dei pochi esseri viventi della Terra che adottano simili cialtronate pur di far colpo, e invece, a sorpresa, ecco la realtà dei fatti: quasi otto uomini su dieci pensano che per conquistare una donna basti una conversazione impegnata e intelligente, giocata su cultura enciclopedica (45 per cento del campione), viaggi (31 per cento) e avventure di sport estremi (22 per cento). È quello che emerge da un’indagine condotta Found!, un’agenzia attiva nel campo della comunicazione e del marketing. Dai dati, tuttavia, emerge che di fronte al maschio “acchiappone”, non ci sono più donne disposte a bersi qualsiasi tipo di panzana, ma agguerritissime investigatrici pronte a sputtanare seduta stante il latin lover mitomane (una donna su due verifica sempre quello che il proprio accompagnatore le dice). Tra l’altro, afferma la ricerca, l’avvento di internet e dei social network, hanno dato una mano notevole in questo senso: bastano due click per verificare la veridicità di ciò che afferma il marpione. Poveraccio. Oltretutto, a dare retta agli esperti, l’ostinata volontà di impressionare la propria compagna a tutti i costi e con ogni mezzo, è profondamente sbagliato. Tutto questo pavoneggiarsi infatti, rischia di far passare questo messaggio: “Dato che mi sento inferiore a te, mi esibisco in questa fantasmagorica ruota”.
Ba’ che dire, sarà vero, sarà falso, Sara Fergusson…! (come diceva giustamente Ezio Greggio)… che ognuno valuti la faccenda secondo il proprio discernimento. Ad ogni modo, suggeriscono sempre gli esperti, sarebbero da evitare anche le conversazioni troppo impegnata: “Troppa logica finisce per spezzare il flusso emotivo e rende più difficile la conquista”.
Altro suggerimento? Evitare assolutamente i toni da professore: irritano, annoiano e spesso fanno passare per imbecilli. Come a dire: uno sbadiglio ti seppellirà.
E qual è il momento più gettonato per lanciarsi in questo genere di auto-esaltazione? Il 56 per cento del campione ha risposto durante la cena. Ovviamente. È lì che si giocano le carte migliori. Che se poi la donna permette anche all’uomo di pagare il conto senza grosse obiezioni, be’ le probabilità di un successo finale sono assai alte. Almeno nella mente malata del play boy da strapazzo.
A questo punto, mai come in questa occasione, vale il vecchio suggerimento: uomini, siate voi stessi. Tanto prima o poi la verità viene fuori. Per lo meno vi risparmiate la figuraccia.

Fonte: http://www.italiachiamaitalia.it/articoli/detalles/16202/Sesso%20OstopOalO%20cuccaggioEOintellettuale%20OocchiOaOsmartphoneOeOtablet.html

giovedì 4 luglio 2013

Look estivo da ufficio: ecco cosa evitare assolutamente

Come ogni anno, con l’arrivo dell’estate, si pone il problema di come presentarsi in ufficio, di cosa indossare per non soffrire troppo il caldo, senza per questo rinunciare alla decenza. Nelle aziende dove vi sono precise disposizioni circa il comportamento da seguire e il tipo di abbigliamento consentito e consigliato, nulla questio. In altre realtà, invece, dove tutto ciò è assente, la faccenda viene demandata al buon gusto e all’intelligenza dei singoli lavoratori. Certo l’istinto suggerirebbe, soprattutto nelle giornate torride, un look stile balneare, con ampie zone del corpo scoperte, questo è ovvio. Ma, va da se, ciò non è possibile, a meno che non si abbia un impiego da bagnini presso qualche amena spiaggia romagnola. Che poi, per dirla tutta, ormai negli uffici ci sono dei condizionatori d’aria così potenti, che altro che abbigliamento da spiaggia: in alcuni casi serve il cappotto. Come nel caso del mio amico Lorenzo: quando il capoufficio decise di posizionare gli split per l’aria condizionata, pensò bene di piazzargliene uno a mezzo metro dalla sua schiena. E se poco poco egli suggeriva, non già di spegnerlo (il che era troppo, ovviamente), ma semplicemente di ridurne la potenza, veniva assalito dagli altri colleghi più lontani che gradivano la frescura. E così dovette ingegnarsi (essendo ingegnere…) con una specie di ala mobile in plastica dura per deviare il getto l’aria verso altra direzione. Ma a parte questi casi limite, già con i primi caldi se ne vedono di tutti i colori: bermuda raccapriccianti da uomino, con tanto di esposizione tricologica, ciabattoni e sandalacci, camicie hawaiane, canottiere minimal, shorts, cappellini a fiori e chi più ne ha (di coraggio…) più ne metta. Sul sito americano della Aol Jobs, un paio di giorni fa è stato pubblicato il decalogo di tutto ciò che non va assolutamente indossato in ufficio nel periodo estivo. Andiamo a dare un’occhiata.
Tanto per cominciare in ufficio non si va con le infradito. Si d’accordo, sono comode, fresche, fanno tanto vacanza, ma a lavoro no. In effetti in un luogo in cui sarebbe meglio mantenere un certo tono di professionalità, questo genere di calzature proprio non si addicono. A parte il fatto che sono veramente brutte da vedere, sanno tanto di sciatteria in un contesto simile. Altro capo d’abbigliamento da evitare assolutamente sono le magliette vacanziere, quelle acquistate nelle località balneari con scritte e slogan vari. Inguardabili a Rimini, figuriamoci davanti all’amministratore delegato. E ancora, meglio tenere per altre occasioni capi d’abbigliamento che mettono in mostra marchi di prestigiose e costosissime maison. In tempo di crisi meglio evitare inutili e spesso volgari ostentazioni. Vietato l’accesso, come abbiamo già visto, anche ai pantaloncini da uomo: già è tanto che non venga richiesta la giacca e la cravatta, vediamo di non allargarci troppo. A quelli della Aol Jobs poi non piacciono proprio i capelli bagnati. Sostengono che dia l’impressione di una persona poco accorta, appena scesa dal letto e che non ha idea di come portare a termine la giornata. Dunque meglio uscire di casa completamente asciutti, anche perché se in ufficio avete un condizionatore tipo quello di Lorenzo, siete fregati: dolore cervicale assicurato. Al sesto posto del decalogo compare la regola niente pancia scoperta. Sexy da morire, non ci piove (salvo sporgenze e rotondità varie…), ma poco consona tra computer e scrivanie. Senza considerare che con quell’aria fredda presente negli uffici di cui sopra, altro che cervicale…! A seguire troviamo le spalline del reggiseno in bella vista. Ba’, più mi addentro in questo campo e più mi convinco che questo elenco sia stato redatto da una donna…! Ad ogni modo la spallina scoperta, e dunque non solo la spallina…, è davvero troppo: chi ha più testa di mettersi a lavorare davanti ad uno spettacolo simile. E ancora: niente schiena nuda. Idem, come sopra. Da evitare assolutamente anche pantaloni e altri capi d’abbigliamento strappati, sdruciti o tagliati. Tendenzialmente quando entro in un negozio preferisco che, in cambio dei miei quattrini (tutti buoni e sani), mi diano qualcosa di integro, eppure molti dicono che questa moda stracciona faccia tanto “ribelle”. E chi lo sa come si ragiona di questi tempi...? Ad ogni modo in ufficio vige (o dovrebbe vigere) disciplina e ordine: dunque banditi i ribelli. E per concludere, nella top ten di ciò che non va mai indossato in un ufficio, ecco la perla: le scarpe a forma di piede. Lanciate sul mercato non molto tempo fa, sono calzature che aderiscono perfettamente al piede, compresa la divisione tra le dita. Per essere brutte sono brutte, per carità, ma a sentire gli esperti pare che aiutino ad assumere un’andatura naturale, riducano il rischio di infortuni nella corsa e migliorino equilibrio e agilità. Già, ma dentro un fottutissimo ufficio a che diavolo servono? Dunque eliminate anche quelle.
Cosa ci rimane? Jeans, polo e snakers per gli uomini; camicetta, gonna al ginocchio e sandali per le donne. Basta poco, che ci vuole: quante storie…!

Fonte: http://jobs.aol.com/articles/2013/06/28/new-fashion-mistakes-office/#!slide=5066048

mercoledì 3 luglio 2013

Ma quanto gesticolano gli italiani?

Quando qualche anno fa feci la mia prima esperienza di guida (per l’esattezza “tour leader”) per una società americana che si occupava di cicloturismo, venni di colpo proiettato in un gruppo di una ventina di persone, quasi tutte statunitensi a parte qualche canadese, che non sapevano quasi nulla dell’Italia e dell’italiano. L’impatto fu decisamente forte, soprattutto dal punto di vista linguistico: finché si trattava di parlare con i newyorkesi o comunque persone provenienti dalla east-coast, vale a dire la parte degli Usa più culturalmente progredita, non c’erano grosse difficoltà; ma appena si andava su stati come il New Mexico o il Texas, be’ c’era da tribolare non poco per intendersi. Col passare dei giorni tuttavia, e per fortuna, il mio orecchio cominciò ad abituarsi a quella fonetica così diversa dal puro inglese di Oxford, e piano piano riuscii ad entrare in sintonia con questi clienti. Fu un bello scambio culturale quella volta: essi insegnavano a me le loro espressioni gergali, i loro modi di dire, ed io spiegavo a loro, per quanto era nelle mie possibilità, un po’ della mentalità e del modo di vedere il mondo di noi italiani. E così, ad esempio, scoprii che per loro dire “It’s a piece of cake”, non aveva valenza culinaria, ma significava: “È una bazzecola, una cosa di poco conto”; oppure l’espressione “I’m in a doghouse”, non aveva nulla a che fare con i canili, ma voleva dire: “Sono in un mare di guai”. Ecco, questo è conoscere veramente una lingua. Curiosamente poi, un giorno, ricordando una delle frasi mitiche di Giovanni Trapattoni, tradotta malamente da un film americano con il proverbio: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, cercai di capire se effettivamente si trattasse di un’espressione yankee. E così abbozzai qualcosa tipo: «Have you ever heard this expression: “Don’t say cat if you haven’t it in your bag”». Mi guardarono tutti come se fossi appena uscito dal manicomio del film Qualcuno volò sul nido del cuculo. Dal che ne dedussi che non bisogna mai dare troppa retta agli allenatori di calcio.
Un’altra cosa che incuriosiva molto gli americani era il nostro modo di gesticolare quando parlavamo. A dire il vero non ci avevo mai fatto caso a questa faccenda, e solo da quel momento, osservando con occhio critico i comportamenti degli italiani, scoprii che veramente il nostro linguaggio non verbale aveva qualcosa di fenomenale. E dunque, insieme ad un altro collega, un pomeriggio ci sedemmo intorno ad un tavolino da bar (eravamo in Val d’Orcia) e cominciammo la nostra lezioncina. Gli americani ci guardavano divertiti e a tratti, quando i gesti erano particolarmente curiosi, scoppiavano a ridere. Ad un tratto, il collega ed io improvvisammo un dialogo esclusivamente a gesti. C’era da schiantarsi dalle risate. Anche perché i gesti più comuni, quelli che usiamo tutti i giorni, hanno significati perlopiù tutt’altro che ecumenici. A fine tour, e con nostra grande soddisfazione, tutti i clienti d’oltreoceano erano in grado di gesticolare come, e forse meglio, di un gruppo di napoletani del Rione Sanità.
Il 30 giugno scorso il New York Times ha pubblicato un lungo articolo sul nostro modo di esprimerci, fornendo una nutrita lista di gesti con relativo significato. Si va dal classico gesto che significa “Ok, perfetto”, ovvero mano da sinistra a destra tenendo pollice e indice uniti, a quello che vuol dire “Niente, non c’è nulla da fare”, cioè pollice e indice a elle, con rotazione del polso. Non manca poi il dorso della mano passato sotto il mento, per manifestare disinteresse; la mano di taglio sul fianco per dire “ho appetito”; le dita riunite a pera ed oscillate avanti e indietro per significare “Ma che vai trovando, che c’hai le pigne in testa?”. E così di seguito. Rachel Donadio, autrice dell’articolo, riporta le parole di Isabella Poggi, docente di psicologia dell’Università Roma Tre “Ci sono gesti che esprimono aggressività, desiderio, disperazione, vergogna, orgoglio. L’unica cosa che differenzia tali gesti dal linguaggio dei segni è che questi sono usati singolarmente e mancano di una sintassi completa”. La Poggi, tra l’altro ha catalogato ben 250 gesti usati abitualmente nella vita di tutti i giorni. Un vero è proprio vocabolario. Ma come si spiega questa nostra singolare particolarità? Una delle teorie di questa nostra facondia gestuale risiederebbe nella necessità, maturata durante i secoli di dominazioni straniere, di avere un linguaggio in codice che permettesse di non farsi capire dagli stranieri. Altra teoria risiederebbe nella necessità di riuscire ad attrarre maggiormente l’attenzione degli altri in luoghi particolarmente affollati (tipo le piazze di Napoli). Tra l’altro pare che siano state scoperte analogie gestuali tra le raffigurazioni presenti sui vasi greci e quelle in uso attualmente: a dimostrazione che tale linguaggio affonda le proprie radici nella storia dell’umanità. Con la singolare combinazione che i gesti restano identici nei millenni, mentre il linguaggio verbale si evolve. Come il gesto di lanciare baci con la mano: pare che già gli antichi romani facessero esattamente la stessa cosa.
Ad ogni modo è davvero incredibile quanto il mondo sia bello e vario, ed è bello immaginare lo stupore di un americano di fronte a gesti che per noi sono ordinaria amministrazione. Gesti o anche espressioni facciali e versi. Tipo questo: Roma, fermata dell’autobus, un turista americano chiede ai presenti a che ora dovrebbe arrivare l’autobus. Al che questi si guardano reciprocamente con espressione scettica, si stringono nelle spalle e rispondono: “Quando lo vorrà la Provvidenza”. E l’americano resta con il sorrisino ebete a mezz’aria perché non capisce. Che meraviglia.

Fonte: http://www.nytimes.com/2013/07/01/world/europe/when-italians-chat-hands-and-fingers-do-the-talking.html?_r=0

martedì 2 luglio 2013

Il viaggio di maturità

L’altro giorno discutevo con un’amica di quanto mi fossero venute a noia tutte le notizie che ciclicamente, giunto questo periodi, ci alluvionano circa gli esami di maturità. Indiscrezioni sulle tracce dei temi, fughe di notizie, matematica allo scientifico, greco al classico: saranno quarant’anni che i giornali scrivono sempre le stesse cose. Se andate in un archivio di biblioteca e pescate una copia del Corriere della Sera di fine giugno del 1971, leggerete più o meno gli stessi articoli di questi giorni, gli stessi concetti, le medesime analisi di sempre. Una noia senza fine. Tra l’altro queste intere paginate con titoloni ansiogeni mi rimandano immediatamente ai tempi in cui anch’io mi cimentai con questo grazioso esamino. E non è una bella sensazione, come si può facilmente immaginare. È appunto uno di quei ricordi che una mente normale cerca di dimenticare, di seppellire sotto un buon metro di terra argillosa. E invece niente, non c’è anno che non si ripiombi nell’incubo: due settimane di tormento, in attesa dell’arrivo dell’estate vera e propria, con le relative notizie sulle abitudini degli italiani in riva al mare. Tra le tante insulsaggini di questi giorni, tuttavia, una notizia finalmente ha attratto piacevolmente la mia attenzione: “Dopo la maturità, l’85 per cento degli studenti farà viaggio premio”. Uhau…, finalmente. Come non farsi travolgere da un vento così leggero ed evocativo? Chi potrebbe dimenticare quel senso di libertà improvviso provato dopo aver chiuso con la scuola (almeno fino a che non fosse cominciata l’università), quello slancio di vitalità divorato a morsi una volta partiti per il “Viaggio”, quello straordinario momento di vita, assaporato con tutta l’intensità esistenziale possibile? Una ricerca svolta da Skuola.net per conto di Karambola, tour operator del gruppo Alpitour, ha stilato da qualche giorno l’identikit del viaggiatore post-maturità: meta preferita Italia e Grecia; in viaggio con amici e compagni di classe (solo il 18 per cento con il proprio partner); prenotazioni online o tramite agenzia; vacanza rigorosamente low-cost.
Sono passati molti anni da quell’estate del ’91, anno in cui mi diplomai, ma non è cambiato di molto lo scenario. Anche noi partimmo per la Grecia, e allo stesso modo anche il nostro fu un viaggio con budget assai limitato. Senza prenotare nulla, peraltro. Ma prima di imbarcarci per le isole greche, un’altra fu l’avventura che ci vide protagonisti, quasi un rito di passaggio dall’età adolescenziale alla maturità (appunto). Eccolo:

In una giornata caldissima di luglio del 1991 ho sostenuto gli esami di maturità. Ricordo perfettamente quel mattino, la commissione d’esami, la sala in cui mi fu chiesto di ciarlare sulla “Psicanalisi” di Freud e sul “Signor di Mongolfiere” di Vincenzo Monti - che il buon Dio lo abbia in gloria…! - . Ad ascoltare l’interrogazione c’erano anche i miei amici. Erano nervosi più di me ed impazienti: del resto gli zaini pronti fuori dell’aula volevano significare: “Eh muoviti cacchio che dobbiamo partire, sei ancora lì a fare…?”. Infatti terminata l’interrogazione, penosissima peraltro, partimmo subito alla volta dei monti bergamaschi: il programma era di passare qualche giorno randagio per i boschi. Raggiungemmo con la corriera Zorzone, una frazione di Oltre il Colle, e cominciammo a risalire i versanti dell’Alta Val Brembana. L’idea era di tornare su al Passo dei Laghi Gemelli, là dove alcuni di noi erano stati l’estate prima, e trascorrervi la notte al bivacco. Ci attendevano oltre mille metri di dislivello da compiere con zaini e tende. Tra di noi solo Ghigo - da sempre abituato a questo genere d’escursioni - era capace di affrontare tali imprese in scioltezza. Tutti gli altri - fumatori e bevitori da competizione - , al di là di una partitella a calcio al sabato pomeriggio, erano completamente a digiuno di qualsiasi attività sportiva. Marciammo con enorme lentezza per oltre tre ore, sotto un sole spietato: Andrea e Stefano chiudevano la fila arrancando in maniera pietosa. Stefano, che fin dal principio si portava appresso un inquietante nugolo di mosche verdi ronzanti, aveva anche difficoltà respiratorie, soffrendo per un principio di adenoidi assai fastidioso. Nel primo pomeriggio raggiungemmo le Baite di Mezzeno: eravamo a metà cammino. Proseguimmo stoicamente, decisi a raggiungere il nostro obiettivo. Improvvisamente il cielo rabbuiò e una pesante coltre di nuvole nere cominciò a scaricarci addosso secchiate d’acqua gelata. Il sentiero ben presto si tramutò in un ruscello che via via prendeva forza di torrente. Ci paralizzammo indecisi sul da farsi: ci fissavamo gli uni gli altri sconsolati, quasi increduli per quel cambiamento repentino del tempo. Ad un tratto, quando pareva che stesse per smettere, cominciarono a piovere chicchi di grandine: da principio piccoli ed insignificanti, poi sempre più grossi, puntuti e dolorosi. Qualcuno cominciò a lanciare brevi risatine sinistre di disperazione. Decidemmo all’unanimità di tornare indietro verso le Baite. Giunti sulla piana, dal cielo chiusero i rubinetti e potemmo riprenderci dallo sgomento. Il terreno ormai era completamente infradiciato e il fango rendeva scivoloso il sentiero: riprendere la salita era da escludere. Con il calare delle tenebre cominciò a scendere la temperatura. Bivaccare nelle baracche era assai sconsigliabile data la quantità enorme di letame di vacca scaricata all’interno, e dunque tirammo su le tende e ci sistemammo alla bell’e meglio. Il momento che più segnò quell’esperienza fu quando, intorno ad un falò scoppiettante, con un panorama mozzafiato reso dorato dal sole che tramontava sul cielo di Lombardia finalmente sereno, bevemmo una bottiglia di Bonarda e ci passammo di mano un cannone superbo. Fu difficile prendere sonno, il silenzio notturno della montagna provocava strani brusii nelle orecchie cittadine e, di tanto in tanto, era interrotto dallo scampanare di qualche lontana vacca al pascolo. Ci assopimmo solo a tarda notte, nonostante la stanchezza. Al mattino ci svegliammo avvolti da una spessa coltre di nebbia: la visibilità era limitata a non più di qualche metro. Non c’era un alito di vento, l’aria greve e immobile gravava come una cappa oppressiva che ottundeva perfino i pensieri. Tutto era ovattato, silenzioso, invisibile: come se il tempo si fosse fermato. Smontammo il bivacco e attendemmo speranzosi che quella bruma lattiginosa prima o poi si levasse. Quella situazione sospesa aveva un gusto intenso d’avventura ai confini del mondo. Intorno alle undici la visibilità tornò accettabile e cominciammo la discesa. Tornati a valle raggiungemmo a piedi Oltre il Colle: avevamo l’aspetto vissuto di reduci di guerra. Ghigo, nell’attesa di ripartire, ci offrì da bere presso l’osteria della Berta: da queste parti ogni escursione degna di questo nome doveva concludersi con la visita a questa ubertosa figlia delle valli. Nel pomeriggio riprendemmo la corriera e tornammo verso casa. Stefano, dopo neanche dieci minuti di viaggio, si addormentò di schianto e cominciò a respirare a bocca spalancata, perdendo completamente il controllo di se. Reclinato il capo da un lato, cominciò a sbavare in una maniera oscena, imbrattandosi senza ritegno. Accanto a noi sedevano delle ragazze che assistevano alla scena inorridite. Nessuno di noialtri pensò di svegliarlo per porre fine a quello scempio. Al contrario, non facevamo che riderne a crepapelle. Quando il nostro ad una svolta secca della strada si riebbe, si accorse di avere tutti gli occhi dei passeggeri tragicamente puntati a dosso. Alle nostre risate insolenti e sguaiate oppose solo un dignitosissimo “stronzi”, e si riaddormentò emettendo un impercettibile rutto. A lungo mi chiesi, senza una risposta, se quel nostro comportamento potesse ancora definirsi amicizia? Oggi, a distanza di anni sento di poter rispondere in maniera affermativa. A mio avviso non bisogna mai perdere l’occasione per farsi una sana risata. Bisogna saper ridere di tutto, anche e soprattutto di noi stessi: l’amicizia infondo è fatta anche di confronti, scontri, prese in giro, a volte anche feroci. Fa parte del gioco e aiuta a crescere. Sono giunto a questa conclusione riflettendo su di un episodio che ha visto protagonista mio fratello: un giorno ero al supermarket con lui. Presso un banchetto di una marca di cibo per cani distribuivano in omaggio magliette con l’effige di Rex, il pastore tedesco della fiction televisiva. Siccome conosco mio fratello e so che non ha mai visto quel programma gli dico: «Belle quelle magliette: perché non chiedi se ne hanno una anche col boxer?». Egli si è intrufolato nella ressa e quando ha fatto la domanda, la signorina dietro al bancone l’ha guardato come se fosse un marziano appena sceso dalla navicella.

(Il Cialtrone, 2012)

Fonte: http://www.skuola.net/viaggi-maturita/viaggio-sogno-amici-scuola.html

lunedì 1 luglio 2013

Il giro dei Navigli: da Cassano d’Adda a Pavia

E così sabato mattina ho caricato borse e bicicletta sulla macchina e sono andato fino a Cassano d’Adda. Da qui ho raggiunto la pista ciclabile che costeggia il Naviglio della Martesana e sono partito alla volta di Milano. Il cartello segnaletico indicava 23 chilometri ed io, che avevo appuntamento con gli amici da lì ad un’oretta, mi sono detto: “Ma sì, anche col peso delle borse appresso, ce la posso fare”. La giornata era uggiosa, il cielo coperto e l’aria fresca. Meglio tenere su la giacca, ho pensato. Lungo la via pochissime persone in bicicletta. Inzago, Bellinnzago, Gorgonzola, Cassina De Pecchi, i chilometri passavano e, guardando quelle acque che scorrevano placide, non potevo che pensare a quanta storia fosse transitata lungo quelle sponde, quegli argini. Fin dal 1460, anno della sua costruzione. Mano a mano che proseguivo poi, oltre alle belle ville padronali affacciate sul corso d’acqua, si susseguivano le chiuse grazie alle quali le imbarcazioni per secoli hanno superato i dislivelli: dall’incile di Concesa (Trezzo d’Adda) al bacino di San Marco, nel cuore di Milano, ben 19 erano i metri di differenza. Cernusco sul Naviglio, Vimodrone, Cologno Monzese, sempre più prossimo all’arrivo. A Cassina de Pomm, in prossimità di Via Melchiorre Gioia, la Martesana termina il suo percorso in superficie e s’interra. Il contachilometri segnava 28 (altro che 23…). Da qui ho proseguito verso il centro di Milano. Mi ha fatto uno strano effetto transitare per Piazza Duomo con bici, borse e materassino arrotolato al seguito: i turisti mi guardavano con un misto di stupore e ammirazione. Come un moderno cavaliere, in sella al suo cavallo di ferro, diretto verso l’avventura. Ho seguito Via Torino e ancora Corso di Porta Ticinese, con il suo tremendissimo acciottolato. Davanti alla Chiesa di Sant’Eustorgio, là dove riposano le spoglie mortali dei Re Magi, ho incontrato Enrico e Lorenzo. Venti minuti di ritardo. Di Giovanna ed Elena nessuna traccia. Altri venti minuti buoni d’attesa e la combriccola si è riunita al completo. A quel punto siamo partiti tutti insieme in direzione ovest, seguendo le sponde del Naviglio Grande. Corsico, Trezzano sul Naviglio, Gaggiano, lasciataci alle spalle la grande metropoli, ci siamo immersi nella campagna dell’hinterland. L’aria era ancora fredda e il cielo coperto. A tratti qualche goccia di pioggia. Ad Abbiategrasso, il Naviglio si biforca: risalendo verso nord si arriva a Somma Lombardo, Sesto Calende, e quindi Lago Maggiore; verso sud si scende a Bereguardo e quindi Pavia.
Quest’ultima la nostra via. Per l’altra sarà la prossima volta. Il Naviglio di Bereguardo (che peraltro è stato declassato a semplice canale irriguo da che è stato aperto il Naviglio Pavese nell’800) è più immerso nella natura, nella campagna. La ciclabile, a tratti sterrata, costeggia grandi distese di risaie, campi di grano, frutteti, ed è silenziosa e lontana dal traffico. A Morimondo abbiamo fatto una deviazione per ammirare l’antica Abbazia cistercense. All’ora in cui siamo arrivati però era chiusa e così abbiamo deciso di attendere l’apertura concedendoci uno spuntino. E che spuntino…! Affettati misti, tagliere di formaggi, cipolline, peperoni…! Oltreché un vassoio bel grosso di sarde fritte…! Che come si sa, è il piatto tipico di queste zone… Dopo aver visitato l’abbazia abbiamo proseguito in direzione Bereguardo: destinazione il ponte delle barche sul Ticino. Qui c’è stato l’incontro con Davide e Sara. Era da molto che non vedevo il mio vecchio, caro amico e mi ha fatto piacere trovarlo in ottima forma e finalmente sereno e completo con la fidanzata al fianco. Dopo la sosta ci siamo avventurati lungo il sentiero che costeggia il fiume: banchi di sabbia, salite e discese scoscese, nugoli di zanzare agguerritissime. Un’impresa con tutto quell’armamentario appresso. A Zelata siamo tornati sulla strada e dopo una quindicina di chilometri abbiamo raggiunto Binasco: fine tappa. Sul mio contachilometri si leggeva 100,00. Doccia veloce e via verso l’agriturismo per una cena con i fiocchi e controfiocchi a base di scottona piemontese e Chianti d’annata. Intorno al tavolo sedeva anche Anna, altra vecchia conoscenza, e il suo compagno Jona. A tarda notte ci siamo addormenta accampati come reduci di guerra. Con Mosè, il gattone di Giovanna, che si aggirava inquieto tra materassini e giacigli di fortuna.
Il mattino seguente, dopo un’abbondante colazione, siamo partiti alla volta di Pavia. La nostra via maestra è stata ancora una volta il Naviglio Pavese. Lungo le sponde decine di pescatori sonnacchiosi. Quindici chilometri ad andatura piuttosto blanda ci hanno condotto fino al termine del Naviglio, là dove le acque, dopo una decina di chiuse maestose, tornano al Ticino. Seguendo il corso del fiume poi abbiamo raggiunto al Ponte Coperto. Da qui verso il centro, avendo come prima visita culturale la splendida Chiesa romanica di San Michele. A quel punto, sebbene fosse ora di pranzo, abbiamo trovato i portoni aperti. Da poco si era concluso un funerale e così, siamo riusciti ad ammirare la sontuosità degli interni di questa meraviglia. Un breve spostamento ci ha permesso di guadagnare Piazza della Vittoria, con sosta gelato (come pranzo). Alle spalle della piazza c’è il Duomo, finalmente sgombro dalle impalcature per il restauro. Le sue porte tuttavia erano chiuse, e così abbiamo deciso di andare a riposare presso i giardini del Castello Visconteo. Una pennichella ristoratrice all’ombra degli alberi era quanto di meglio si potesse fare in quest’ora di caldo intenso. Una volta riposati abbiamo dato uno sguardo alla bellissima San Pietro in Ciel d’Oro (con la cripta contenente le spoglie di Sant’Agostino) e alla Piazza delle Torri. E così, salutata Pavia, siamo ripartiti in direzione Certosa di Pavia. Altra visita culturale. Molti e molti anni fa ero già stato da queste parti, ma l’impatto visivo della facciata della chiesa rimane qualcosa di sconvolgente. Si stava facendo tardi e così, dopo una rapida visita all’immenso chiostro immerso nel silenzio e nella quiete e uno spuntino veloce nell’area pic-nic, eccoci di nuovo in sella: direzione Milano. A Binasco ci siamo congedati da Giovanna ed Elena con la promessa di ritrovarci presto. La via del ritorno verso Milano è stata una lunga tirata a velocità sostenuta. Ai Bastioni di Porta Venezia ho lasciato Lorenzo ed Enrico (il primo diretto alla stazione di Porta Garibaldi; il secondo a Lambrate) e ho raggiunto nuovamente l’imbocco del Naviglio Martesana, dal quale sono giunto il giorno prima. Lungo le sue sponde tantissima gente, una marea umana di persone che passeggiava, corricchiava, andava in bici a velocità bassissima: sono i milanesi che si concedono una gita fuoriporta nel fresco della sera incalzante. Ancora una trentina di chilometri ed eccomi a Cassano d’Adda. Stanco, ma estremamente soddisfatto e felice. Il contachilometri segnava 95,8 (in due giorni 195,8 chilomentri: niente male, niente affatto male…). Appena giunto a casa ho tirato giù la bici e mi sono accorto che la gomma posteriore era a terra…! Meno male che mi ha portato fino a destinazione prima di mollare: di cambiarla per strada non ne avevo proprio nessuna voglia.
Grazie a tutti.

venerdì 28 giugno 2013

Orwell c’aveva preso…!

Fino a qualche decennio fa, le aziende produttrici di beni e servizi, per valutare il gradimento della loro offerta alla clientela, oltre al riscontro vendite, usavano metodi tradizionali e consolidati da tempo: nel settore alimentare c’erano per esempio gli assaggiatori professionisti (in Fracchia la belva umana il protagonista, dopo essere stato degradato sul campo, viene assegnato all’ufficio assaggi: «Ora lei assaggia il “sempliciotto” e mi dice com’è…»), in quello manifatturiero si dava ascolto alle opinioni di maestranze e artigiani, in quello tessile ai sarti e così via. Persone che operavano sul campo, insomma. Col tempo poi gli imprenditori hanno capito che per aver una copertura più precisa e razionale dell’opinione pubblica andavano utilizzati strumenti più sofisticati. E così sono cominciati a spuntare sulla scena interviste, ricerche di mercato, sondaggi e altre metodologie di analisi settoriale più specifiche. Con l’avvento poi della rivoluzione informatica prima e dei social network dopo, tutto il mondo così come lo avevamo conosciuto da sempre è cambiato. Ognuno oggi è libero di esprimere la propria opinione e di condividerla con tutto il resto del pianeta. Da ciò ne deriva un immenso caleidoscopio sul quale le aziende possono affacciarsi per intercettare mode, tendenze, preferenze e opinioni sul proprio target, e dunque, in ultima analisi, business. Ormai da tempo infatti, nel mondo del marketing e della comunicazione, si è acceso un riflettore su questo settore, e conseguentemente si è sviluppata una tecnologia in grado di analizzare i flussi d’opinione. La cosiddetta sentiment analysis è una tecnica in grado di studiare le conversazioni che avvengono sul web su un determinato argomento, in modo tale da stabilire l’umore degli utenti dei social network, dei blogger o comunque di tutti coloro che navigano e interagiscono su internet. Una sorta di Grande Fratello informatico di orwelliana memoria. L’importanza di tale strumento è data dal fatto che le opinioni vengono espresse liberamente su ciò che si vuole, senza paletti e strettoie. Ovvero ciò che, per forza di cose, si ritrova nei sondaggi classici: “Chi butti giù dalla torre, il Silvio o il Professore”. E se puta caso mi va di fare il nome del piccolo Renato? Niente, tertium non datur. La sentiment analysis in altre parole è un osservatorio permanente sulle opinioni espresse in rete. Una volta raccolti i dati si inseriscono in un cervellone elettronico e questo, seguendo scrupolose metodologie statistiche, sforna il risultato definitivo del trend. Tra l’altro questa metodologia investigativa costa meno dei sondaggi, è più rapida e pare anche più precisa. Non per nulla analizzando i rumors della rete, alcune società che applicano questa tecnica hanno centrato in pieno l’esito delle elezioni americane, quelle francesi, le primarie del centrosinistra, il podio di Sanremo o il tema della maturità. E pare anche il nome del nuovo Papa. Ma la scienza e dunque la tecnologia, non si fermano mai, come si sa, e così anche la sentiment analysis da oggi ha una nuova applicazione: quella telefonica. Analizzando le conversazioni tra operatori di call center aziendali e clienti, un programma è in grado di rielaborazione e dunque classificare parole, significati sottesi, espressioni vocali, emozioni, toni e tensioni della voce. E tutto ciò permette alle aziende di conoscere il livello di soddisfazione dei propri cliente e quindi di agire di conseguenza. Un ulteriore passo in avanti rispetto alle vecchie analisi di mercato. Fa impressione sapere che dietro a tutti i nostri comportamenti ci sono persone che studiano, elaborano strategie, preparano piani, inventano nuove tattiche comunicative: il tutto al fine di vendere qualche prodotto in più. La tecnologia si è spinta talmente tanto in avanti che ormai i computer sono in grado di leggere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre sensazioni. Basta un sospiro, una pausa, un’intonazione di voce per finire classificato dentro un database insieme ad altri milioni di persone. Con buona pace della tanto sbandierata difesa della privacy. Qualche tempo fa un mio amico di Roma finì a lavorare per un’azienda di trasporti dell’Agro Pontino. Tra le sue pochissime vere passioni, oltre alla fotografia, c’è l’attaccamento alla Magica, la formazione di calcio della Capitale. Venne assunto come operatore di call center: ogni giorno doveva fare non meno di tre, quattromila telefonate per acquisire clienti. E la percentuale di successi era di circa uno su mille. Una frustrazione spaventosa. Nella maggior parte dei casi - mi raccontava - le persone che rispondevano erano talmente stizzite per le continue seccature telefoniche che neanche gli facevano dire mezza parola: «No guardi, non m’interessa…». Al che egli ribatteva: «Ma scusi, manco le ho detto di che si tratta, già dice “non m’interessa”…?». La società per la quale lavorava peraltro si chiamava Laziale Traslochi e quando egli chiamava i potenziali clienti - tutti per lo più dell’Urbe - questi rispondevano quasi sempre: “Laziale? Aho, ma io so’ d’à Roma…!”. Ed egli a quella facezia ribatteva: “Embe’? Pur’io so d’à Roma… e che vor dì? La società se chiama così, ma che ce posso fa’…?”. Fatto sta che resse poco più di sei mesi in quel posto. Preferì andare a fare il gelataio. Se nella sua azienda avessero applicato il metodo del sentiment analysis, chissà che ne sarebbe venuto fuori? Facendo un paragone mi viene in mente quello che il commercialista di Codogno disse a Maurizio Milani, suo cliente: “Qui l’unica cosa da fare è andare dalla Finanza e dire che si è rotto un tubo della fogna e i libri contabili sono andati persi…”.

giovedì 27 giugno 2013

Non ne parla la tv, dunque non esiste

Qualche tempo fa parlavo di politica estera con due amici, due persone impegnate da tempo con varie associazioni umanitarie per la difesa del popolo palestinese. Un paio d’anni fa costoro fecero anche un viaggio in Israele e nei Territori occupati per documentare, per quanto fosse possibile, la situazione del momento. Tra una parola e l’altra affrontammo il tema dell’informazione riguardo a tali problematiche. Era da tempo ormai che non sentivo più una sola notizia proveniente da tali regioni, e nella mia ingenuità, pensavo che le cose si fossero messe al meglio. Mi risposero, quasi piccati dalla mia ignoranza, che la situazione non solo non era migliorata, ma anzi, era di molto peggiorata per le genti palestinesi. E a suffragare tale asserzione mi portarono una miriade di esempi, dati, rapporti stilati da agenzie non governative ed associazioni umanitarie. Oltre naturalmente alle loro esperienze personali. E così mi fu chiaro quanto i nostri mezzi d’informazione avessero sottaciuto tali notizie. E non solo in merito all’infinita diatriba mediorientale (che alla lunga, dopo sessant’anni di guerra, può anche aver saturato la pazienza e l’attenzione del mondo occidentale), ma anche riguardo ad altri conflitti sparsi per il mondo. Chi sente più parlare di Kosovo, di Iraq, delle guerre in Africa? Per non parlare poi delle emergenze umanitarie come quella di Haiti, tanto per fare un nome. Subito dopo il terremoto che colpì l’isola il mondo intero si mobilitò per portare aiuto alle popolazioni: raccolte fondi, concerti organizzati dalle più grandi star della musica leggera, volontari da ogni continente. L’Italia inviò persino la sua portaerei (che ovviamente giunse con un discreto ritardo...). Poi di colpo si spensero i riflettori delle televisioni e tutto scomparve. Come se il tocco di una portentosa bacchetta magica avesse risanato tutto e tutti. Nessuna nuova, buona nuova verrebbe da dire. Peccato però che le cose non stiano così. Ed infatti, di tanto in tanto, viene fuori qualche flash d’agenzia che racconta di stragi, bombe, rivolte sanguinose, pestilenze ed altro ancora. D’altra parte si sa, se un evento non passa per la scatola magica del televisore, non esiste. È il grande business dell’aiuto umanitario: una gigantesca macchina da soldi che ha bisogno di continui palcoscenici per autoalimentarsi. Con buona pace di tutte le vittime dei conflitti e delle emergenze, soccorse a scadenza, e poi abbandonate a loro stesse e alla loro triste sorte. In questi giorni Medici Senza Frontiere ha presentato il rapporto “Le Crisi umanitarie dimenticate dai media 2012”. Dai dati è emerso che, nel corso dell’anno appena trascorso, i telegiornali a copertura nazionale (tre pubblici e quattro privati) hanno dedicato solo il 4 per cento dei servizi a contesti di crisi, conflitti, emergenze umanitarie e sanitarie. È il dato più basso dal 2006, cioè da quando Medici Senza Frontiere ha avviato il monitoraggio dei notiziari. L’indagine, condotta in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, sottolinea che nel corso del 2012 la crisi economica (nazionale e internazionale) e la politica hanno occupato gran parte dello spazio dei telegiornali, tanto da comprimere tutto il resto delle notizie. E così si scopre, per esempio, che una notizia riesce a filtrare attraverso le strette maglie dell’informazione quasi esclusivamente in relazione a singoli eventi che vedono il coinvolgimento di cittadini occidentali (meglio se italiani). Le epidemie nel mondo (che pure causano milioni di morti) sono coperte da tredici notizie nell’arco dell’anno; la malnutrizione (ovvero la fame nel mondo, tanto spesso menzionata dalle aspiranti Miss Italia) da 11; le calamità naturali da 26. Infinitamente meno delle notizie sulla criminalità (4169) e sul costume e gossip (3201). Come si può, in effetti, rinunciare ad informare la cittadinanza su amorazzi, gravidanze e parti di attricette e showgirl varie? Recentemente poi i nostri telegiornali hanno scoperto un nuovo filone d’informazione: le curiosità dal mondo animale. Ben 70 sono state le notizie proposte agli ascoltatori dai nostri telegiornali. Tra le più significative, ricorda il rapporto, “Le commoventi immagini di un cucciolo di formichiere rimasto orfano”; “Gatto salvo per miracolo, intrappolato nel motore di un’auto, dopo un percorso di 15 chilometri”; “La tragica fine di un coniglietto senza orecchie”. C’è poi il capitolo nutrizione e disabilità (sempre dal mondo animale): “Gatto abbandonato dal suo padrone in una clinica di animali perché obeso”; “Scimmia disabile grazie alle cure diventa acrobata”.
Ma lasciando da parte per un momento la fauna e tutti i drammi ad essa connessi, non si può trascurare neanche il dato che emerge sull’emergenza freddo: ben 39 notizie su basse temperature, malanni, e vendite record di “cappellini e cappucci di ogni forma e colore”. E per concludere il vero must 2012, ovvero la fine del Mondo legata alla profezia Maya: 30 notizie 30, lanciate da titoloni come “Profezia Maya, come gli italiani vorrebbero trascorrere le ultime ore”; “La fine del Mondo, ma non a Cisternino, nel brindisino, rassicura un santone indiano”. Ecco, a fronte di tutto ciò, sette notizie sull’Aids, quattro sulla carestia in Niger, tre per le violenze in Congo e zero per quelle nella Repubblica Centrafricana.
E gli italiani che ne pensano di questo genere d’informazione? Stando alla ricerca pubblicata in maggio da Gfk Eurisko sempre per conto di Medici Senza Frontiere, il 63 per cento del campione vorrebbe ricevere dai mezzi di comunicazione più informazioni sulle emergenze umanitarie e meno politica e gossip. “Chiediamo ai media italiani di non chiudere la porta a un mondo che è sempre più vicino a noi ed è sempre più importante comprendere e raggiungere” – afferma Loris De Filippi, Presidente di Medici Senza Frontiere Italia.
Speriamo bene.

Fonte: http://www.medicisenzafrontiere.it/immagini/file/crisi%20dimenticate/Rapporto_2012.pdf