Prova


“Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)

lunedì 30 giugno 2014

Il giro del Mondo in bicicletta sta per cominciare...

Simona e Daniele - i due protagonisti del giro del mondo in bicicletta - partiranno da Roma il 12 luglio. Il 20 saranno a Firenze, e il 25 luglio raggiungeranno Piacenza.
La mia idea (che è anche quella di Lorenzo...) è di fare tre-quattro giorni di bicicletta insieme a loro, durante l’avvicinamento al primo passo (Col de la Bonette). Il percorso andrà da Piacenza a Cuneo, passando da Voghera e poi da Monferrato e Langhe...! Uno spettacolo indicibile.
Ecco il breve scambio epistolare intercorso tra Simona e me questa mattina:

«Finalmente ultimo giorno di lavoro, da domani potremo dedicarci interamente al viaggio! Per soli 11 giorni però :-P Comunque sono contenta che riusciamo a fare una tratta assieme, mi fa davvero piacere! Portatevi però poche cose, così ve ne lascio un po’ delle mie!»
«Ho detto a Lorenzo che portiamo la tenda. Che dici?»
«Certo anche perché noi saremo in tenda proprio per dormire dove meglio ci capita. Però avvisa anche Lorenzo che non dormiremo in campeggi. Avete anche un fornellino per cucinare?»
«Uhmmm, mi sa di no. Ma tanto andiamo di tonno e simmenthal»
«Hahahahaha ma no, per la sera ci vuole: dai che non costa nulla, uno di quelli da campeggio super leggeri. Mannaggia, se avessi spazio te lo porterei io. Ne ho ben 2 a casa, completi di bombole »
«Simo, dovresti però dirmi, anche molto approssimativamente, quando arriverete verso Piacenza»
«Allora, considera che partiamo da Bagno a Ripoli (vicino Firenze) il 19 luglio; anzi rettifico il 19 siamo ancora lì, quindi penso partiremo il 20. Considera almeno 3 giorni, perché non so se nel mezzo succederà qualcosa »
«Dunque, da Firenze a Piacenza sono c.a. 250 km. Sì, all’incirca 3-4 giorni»
«Facciamo 4. Quindi indicativamente il 24/25 luglio. Lo so è impreciso, ma viaggiare in bicicletta è così»
«Si, lo capisco. Dunque ci teniamo un po’ larghi…»
«Diciamo comunque che potenzialmente il 25 potremmo essere da quelle parti»
«Ok, divulgo la novella. La buona novella...»
«Hahahahaha yes»
«L’altro giorno ho sentito Lorenzo. L’idea è appunto di venire su con voi fino ad Aosta. Sarebbe proprio bello»
«Sìììì…»
«Da Piaceza ad Aosta sono altri 250 c.a. Passate da Aosta, giusto?»
«Aspetta aspetta: il Col de la Bonette è sotto: non passiamo da Aosta, ma da Cuneo»
«Ah, ok…»
«Il primo passo che dobbiamo fare è lì»
«Uh ma che bello: allora si passa dalle Langhe e dal Monferrato…».

Allora amici, pensateci e decidete anche all’ultimo se vi va di accompagnare sti due “matti” per l’ultimo tratto italiano del loro incredibile viaggio. Tanto non occorre prenotare nulla. Certo ci vuole un po’ di spirito d’adattamento, ma sono sicuro che sarà un’esperianza molto ma molto interessante....!

Yanez

Guarda anche: http://www.becycling.net/questi/

mercoledì 25 giugno 2014

Le ciclovie dei navigli (seconda parte)

Camping Il Gabbiano (Golasecca)
Il nostro camping sorge proprio in riva al fiume. O meglio, in riva al lago. E sì perché pare che ci sia messi d’accordo su questo punto: il Ticino comincia a valle del ponte dell’autostrada; tutto ciò che viene prima è già Lago Maggiore. E dunque siamo sulla sponda del Lago Maggiore. Fa caldo e siamo stanchi e sudati. Il fatto poi di trovarsi in località Golasecca, ci fa ancor di più provare un senso di arsura straziante…! Enrico e Lorenzo si buttano giù a collo nel tempo di un “amen” due birre bionde ghiacciate. Cristina e Giovanna invece preferiscono andare subito in doccia. Unico io, mi concedo un bagno rigenerante nella piscina del campeggio a quell’ora completamente deserta: una goduria senza eguali…!
A sera niente bici: a Enrico dolgono le protuberanze ischiatiche, ovvero il culo…! Per cui per raggiungere Sesto Calende ci dilettiamo in una lunga passeggiata rilassante in riva al lago. Cena sulla piazzetta, vista lago nel lento incedere del crepuscolo; quattro passi da perfetti turisti e al rientro è già tardi: tutti a nanna.
La notte nel bungalow trascorre tranquilla: perfino Enrico (soprannominato per contrappasso “Il Silenzioso”) ci fa la grazia di non russare. La mattinata è fresca e con le biciclette torniamo a Sesto Calende per colazione. Poi, senza fretta, raggiungiamo il campeggio, ritiriamo i bagagli, saldiamo il conto e partiamo.
 
Il primo tratto di strada è lo stesso percorso il giorno prima, ma a ritroso, vale a dire fino alla diga del Panperduto. Da qui l’idea sarebbe di prendere la ciclabile del Canale Villoresi e percorrerla fin dove è possibile. Le informazioni che abbiamo però sono vaghe e discordanti. Proviamo a cercare la via, ma non ci sono indicazioni. Fermiamo a quel punto un ciclista e chiediamo lumi. Ma anche questi non ne sa molto: l’unica cosa che sa dirci per certo è che dobbiamo intercettare il Villoresi a Castano Primo, vale a dire un bel pezzo in giù, quando il canale ha già deviato verso est. Non avendo alternativa gli diamo retta e, seguendo il Canale Industriale, raggiungiamo la deviazione. Una volta giunti in città, ci affidiamo nuovamente allo straordinario senso dell’orientamento di Enrico, e in un battibaleno troviamo il Villoresi.

Diga del Panperduto - Canale Villoresi
Questo canale, costruito sul finire dell’800 a scopo irriguo, corre a nord di Milano per 86 chilometri, e termina la sua corsa nell’Adda con un andamento ovest-est. Nelle mie intenzioni vi era dunque l’idea di percorrerlo tutto fino a raggiungere l’automobile parcheggiata a Cassano. Lorenzo ed Enrico invece, sarebbero usciti prima, ovvero a Monza, da cui facilmente avrebbero raggiunto casa. Ma appunto non abbiamo certezze, e si “naviga a vista”. Lasciata alle spalle Castano Primo, il Villoresi prosegue la sua corsa in aperta campagna. L’acqua, sebbene il suo defluire sia a tratti impercettibile, è incredibilmente limpida e ha un colore invitante. Di tanto in tanto si trovano chiuse e prese d’acqua, denominate “bocche”, grazie alle quali è possibile irrigare i campi di frumento, mais e cereali. Non di rado incrociamo comitive di giovani e meno giovani radunati intorno a questi luoghi gratuiti del refrigerio.
Superiamo Buscate, Arconate, Busto Garolfo; entriamo quindi nel Parco del Roccolo, nel quale si alternano campi coltivati e boschi di querce e robinie. Il fondo stradale ora è stretto e in terra battuta, e si pedala quasi costantemente all’ombra. Il che è un gran piacere dato che il caldo è molto intenso.
È ormai ora di pranzo e sono già scolati via una cinquantina di chilometri. Lo stomaco reclama la sua parte. Abbandoniamo dunque la ciclabile ed usciamo a Villastanza di Parabiago. E quasi per caso, c’imbattiamo in uno splendido “ristorante - specialità pesce”. Ci sediamo sotto un pergolato fresco e ombreggiato e ordiniamo di tutto di più: paccheri allo scoglio, grigliata mista, strozzaprete tonno e olive, polpo in umido…! Il tutto ben innaffiato da birra e panaché a volontà.
 
Dopo una mangiata luculliana di questa portata è dura riprendere a pedalare: dobbiamo tuttavia tornare a casa, in una maniera o nell’altra…! E così riprendiamo la ciclabile. Pochi chilometri e siamo a Nerviano; ancora più in là c’è Lainate. Uno sguardo buttato per caso sulla destra, ed ecco apparire come in un sogno la splendida facciata di Villa (Visconti Borromeo Arese) Litta. La magia della bicicletta è anche questa. Se avessimo tempo ci sarebbe da dare un’occhiata approfondita a questo meraviglioso esempio di architettura rinascimentale lombarda (i giardini all’inglese e il ninfeo pare che siano straordinari). Purtroppo però l’orologio corre. Così come corrono Lorenzo, Cristina ed Enrico che hanno lasciato Giovanna e me indietro. Raggiungiamo quindi Arese, e a seguire siamo a Garbagnate Milanese. Giovanna e Cristina si fermano qui. O meglio prendono il passante ferroviario e tornano verso casa. D’altra parte per loro non ha senso proseguire per poi tornare indietro. Le accompagniamo alla stazione e, una volta accertato che non v’è pericolo alcuno, riprendiamo il cammino.
 
Canale Villoresi presso Garbagnate M.
Il Villoresi prosegue al di là della ferrovia, e dunque siamo costretti a transitare per il sottopasso. Anche qui purtroppo nessuna indicazione: sopperisce a tale carenza la solidarietà tra ciclisti. Subito al di là della ferrovia si apre una scena da anni ’50: decine di persone, perlopiù giovani, affollano le sponde del Villoresi, improvvisando pic-nic sull’erba e grigliate alla buona; qualcuno, tra brividi e gridolini fa anche il bagno nelle acque fredde del canale. Questi novelli protagonisti da remake Poveri ma belli, non paiono italiani, ma piuttosto sudamericani e slavi. E sono pieni di entusiasmo e voglia di vivere. Renato Salvatori e Maurizio Arena facevano il bagno nel Tevere; questi ragazzi nel Villoresi: sa di antico, e quindi di buono, questo rito delle vacanze economiche lungo i corsi d’acqua, e mi lascia più di un sorriso sulle labbra.
Continuando incontriamo Senago, con la sua stupenda Villa Visconti; e a seguire Varedo, con l’altrettanto meravigliosa Villa Bagatti Valsecchi, cui fa da proscenio un ampio e lunghissimo viale alberato. Evidentemente un tempo questi erano posti di villeggiatura, luoghi salubri, immersi nella tranquillità della campagna. La stessa cosa non la si può dire oggi: basta infatti abbandonare l’oasi che si allunga intorno al Villoresi per rendersi conto che siamo in uno dei contesti più urbanizzati e industrializzati della Lombardia. E quindi del Mondo.
Proseguendo lungo la nostra strada, incontriamo Nova Milanese e finalmente troviamo un punto di ristoro per placare la nostra tremenda arsura: un gazebo tirato su da ex-alpini per reperire fondi a favore dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini). Enrico si tira giù l’ennesima birra.

Canale Villoresi presso Monza
L’ultimo tratto di ciclabile, quello che transita per Muggiò e giunge a Monza, è quasi costantemente all’ombra. Giunti nella cittadina brianzola le nostre strade si dividono: Enrico e Lorenzo si dirigono verso il Parco di Monza, quindi Arcore e poi Usmate; io devo cercare una via per raggiungere Cassano d’Adda. Al di là del trafficatissimo viale Lombardia, ritrovo la ciclabile che costeggia il Villoresi. Il corso d’acqua è ormai ridotto ad una portata infima rispetto a quando l’abbiamo visto nascere alla diga del Panperduto. Nel suo lento defluire ha ceduto quasi tutta la sua acqua per irrigare la pianura a nord di Milano. Sono contento che la ciclabile continui: i profeti di sventura sembrano essere stati smentiti. Purtroppo però l’illusione che la via prosegua fino a destinazione s’infrange quasi subito: il Villoresi, nei pressi del cimitero, ovvero nella periferia est di Monza, compie un salto e da quel momento in poi non c’è più verso di seguirlo. Mi occorre la mappa per capire cosa fare. La soluzione più logica è quella di tornare sul Naviglio Martesana. Il più in fretta possibile. E così attraverso Brugherio, Carugate e raggiungo Cernusco sul Naviglio. C’è poco traffico essendo domenica: mi è andata di lusso. Una volta qui, attraverso un bel parco pubblico e in breve sono nuovamente sulla ciclabile della Martesana. Ancora una mezzoretta di strada e sono a Cassano d’Adda: il contachilometri segna 116.

Ciao, alla prossima.

martedì 24 giugno 2014

Le ciclovie dei navigli (prima parte)

Naviglio Martesana presso Gorgonzola
Dunque, dove eravamo rimasti?
Sì lo so, non si comincia mai una pagina col “dunque”, ma qui non si tratta né di una nuova pagina né di una nuova storia: qui si tratta di riallacciare un discorso iniziato l’anno scorso, pressappoco di questo periodo. In quel tempo, avevamo portato a compimento un bel progetto in bicicletta, vale a dire una lunga pedalata seguendo le alzaie dei navigli di Milano e di Pavia: circa duecento chilometri di libertà totale in due giorni. Partiti da Cassano d’Adda, avevamo percorso tutta la Martesana, ed una volta giunti a Milano (impagabile la sensazione che si prova a giungere fin sul sagrato del Duomo in bicicletta…), avevamo proseguito lungo il Naviglio Grande; e a seguire lungo il Naviglio di Bereguardo. Pavia era stato il luogo più lontano raggiunto. Il giorno seguente si era fatto ritorno a Milano seguendo il corso del Naviglio Pavese. Alla fine di questa bella avventura, tanta era stata la soddisfazione che era sorto immediato un pensiero: “Ma perché non ripetiamo l’esperienza, magari concludendo ciò che ci manca da vedere ancora”. Ed in effetti ce n’era ancora da vedere: giunti ad Abbiategrasso infatti, avevamo piegato verso sud per raggiungere Pavia; ma se, al contrario, avessimo proseguito verso nord? La meta ultima sarebbe stata Sesto Calende, vale a dire il Lago Maggiore. E così già da questa primavera avevo cominciato a stendere un programma di massima con date, percorsi e luoghi di appoggio in cui pernottare. Il blog a fare cassa di risonanza. Come per l’altr’anno, anche sta volta l’impresa si sarebbe svolta subito dopo l’immancabile “biciclettata di Rimini”.
E dunque, raccolte le adesioni (identiche a quelle dell’anno precedente, salvo l’assenza di Elena, sostituita da Cristina) si è deciso il partire sabato 21 giugno. Cinque “matti” in bicicletta alla scoperta delle vie d’acqua del milanese.
Come l’anno scorso mi sono recato in automobile a Cassano d’Adda e, da qui, ho inforcato la mia Bianchi Kuma 4600 appena revisionata (catena, freni, mozzo della trasmissione, copertoni etc…) e mi sono avviato lungo le sponde deserte del Naviglio Martesana. L’appuntamento alle dieci presso la Darsena di Milano. L’aria fresca del primo mattino, impregnata di effluvi fluviali e umidità (l’Adda è poco più in là…) mi ha regalato subito sensazioni inebrianti. In questo tratto iniziale il Naviglio della Martesana è ampio, veloce e le sue acque sono limpide: ben altra cosa rispetto al tratto finale, là dove termina la sua corsa per infossarsi nei pressi del quartiere “Greco”, in viale Melchiorre Gioia. Inzago, Bellinzago, Gorgonzola, Cernusco sul Naviglio, Vimodrone, i paesi si susseguono velocemente sotto le gomme che viaggiano ai 22 km./h di media. Di tanto in tanto mi fermo a scattare qualche foto, ma la luce non è delle migliori a causa di un cielo ampiamente coperto di nuvole. Oltretutto sono un pessimo fotografo, e dunque decido di non perdere altro tempo.
Più mi avvicino a Milano più il paesaggio, caratterizzato in precedenza da campagna aperta, campi coltivati, rogge, chiuse e marcite, lascia spazio ad un’urbanizzazione sempre più opprimente e invasiva. Al confine tra Cologno Monzese e Sesto San Giovanni (il mio amato luogo natio…), la ciclabile supera il Lambro e subito dopo incontra Crescenzago. Ormai siamo alle porte di Milano: Gorla, Turro, Cassina de’ Pomm. Fine. E già, è proprio così: l’avventura della Martesana finisce all’improvviso, con un colpo di scena che lascia sbigottiti; sbarrata da una grata metallica che raccoglie immondizia e bottiglie di plastica, e infossata sotto il manto stradale su cui sfrecciano veicoli a motore rumorosi e inquinanti. E là dove un tempo il naviglio attraversava la parte orientale di Milano, per andare a gettarsi nella conca di San Marco - da cui poi si collegava con la cerchia interna - oggi c’è solo asfalto e smog.
E dunque, per raggiungere i compagni di viaggio che mi attendono alla Darsena, sono costretto ad attraversare la città tra auto e mezzi pesanti. Supero i Bastioni di Porta Venezia - l’antica Porta Orientale da cui transitò Renzo dei Promessi Sposi - e in breve sono all’incrocio di via Senato. Un’occhiata alla sede stradale: anche in questo luogo un tempo scorreva l’acqua. Ed era uno dei tratti più caratteristici della Milano medievale. Oggi è tutto chiuso, ricoperto, infossato: chissà quanti milanesi sono al corrente di questo scempio…!

San Babila, Corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo. Arrivare direttamente sul sagrato del Duomo con la bicicletta è una sensazione impagabile e mi fa sentire orgoglioso di essere un appassionato delle due ruote.
Da qui seguo via Torino (con il suo terrificante acciottolato) e, dopo aver superato Porta Ticinese e il Parco delle Basiliche, sono alla Darsena. Qui m’incontro con gli altri: Cristina come al solito è supersportiva e viaggia leggera (solo uno zainetto sulle spalle); ed è l’unica che responsabilmente indossa il caschetto. Giovanna invece si presenta con un bagaglio monumentale, una sorta di mammut del cretaceo inferiore avvinghiato dietro la sella: due enormi borse laterali legate sul portapacchi, più un bauletto panciuto che sovrasta il tutto. La mia amica Simona, che a breve partirà per il giro del mondo in bicicletta (quattro anni in viaggio, per centomila chilometri), porterà con se meno della metà della sua roba…! E alla domanda: «Ma Giovanna, cosa ti sei portata appresso…?!?». Risposta: «E be’, il minimo indispensabile…».
Completano il quintetto Enrico, che inforca una bici da passeggio un po’ datata e cigolante, e Lorenzo. Lorenzo non si è neanche fatto la barba: vergogna!
E così, dopo una breve sosta presso un bistrot affacciato sull’alzaia, si parte. Ci lasciamo alle spalle Milano e c’immergiamo nella campagna. Lungo la ciclabile del Naviglio Grande ci sono tanti ciclisti e altrettanti pedoni, e si fa fatica a districarsi. Occorre oltrepassare Corsico per aver strada libera. Nelle acque che corrono placide verso la metropoli ci sono diversi canoisti che si dilettano a scendere e risalire la corrente. Superiamo Trezzano, Gaggiano e in poco più di un’ora di pedalata siamo ad Abbiategrasso. Qui si dipartono due vie d’acqua: a sud si va verso Pavia; a nord verso il Lago Maggiore. Seguiamo la seconda. O meglio, cerchiamo di seguire. E già perché le indicazioni sono del tutto assenti e per poco non finiamo sulla tangenziale. Per fortuna abbiamo con noi Enrico, esperto escursionista della “domenica”, nonché ex-ufficiale degli Alpini: e così, in quattro e quattr’otto, eccoci nuovamente sull’alzaia del Naviglio Grande. Direzione Sesto Calende. Più ci allontaniamo da Milano, più il corso d’acqua s’ingrossa e si fa pulito. Robecco, Boffalora, Castelletto, Cuggiono, più si va in là e più si respira e ci s’inebria di questo senso di libertà, associato al piacere di fare sport immersi nella natura. Lungo le sponde del naviglio si susseguono paesaggi bucolici, alternati a sontuose residenze aristocratiche, come la secentesca Villa Birago Clari. È un piacere continuo e sempre diverso per lo sguardo. E dunque, senza quasi accorgercene, siamo a Turbigo. In lontananza la centrale termoelettrica dell’Enel. 

Naviglio Grande presso Trezzano
È ora di pranzo ed Enrico reclama a gran voce la sosta, meglio se presso una trattoria. Detto fatto. Direttamente sulla sponda del naviglio, ci accomodiamo all’aperto e consumiamo un pranzo con i fiocchi e controfiocchi. Enrico si fa pure la fritturina di alborelle. Primo pomeriggio, si riparte. Proseguendo lungo la ciclabile incrociamo un corso d’acqua che sottopassa il Naviglio Grande: si tratta del Canale Industriale. Poco più a monte infatti, il tracciato originale del naviglio perde portata, a tutto vantaggio del più recente Industriale, che raccoglie la gran parte delle acque derivanti da Ticino. Dopo un breve consulto, e qualche domanda ad un ciclista che fa il tragitto inverso al nostro, decidiamo di seguire la sterrata che s’inoltra lungo il percorso originale. E qui c’immergiamo veramente nella natura selvaggia: vegetazione rigogliosa, lanche semipaludose, acque basse e stagnanti, boschi. E a popolare tutto questo paesaggio, uccelli acquatici di ogni ordine e grado, lepri, bisce d’acqua dolce. Un vero paradiso terrestre. Poi, all’improvviso, preceduto dall’odore inconfondibile di fiume, ecco spuntare il Ticino. Siamo nei pressi di Oleggio. Sulle sue sponde bagnanti festosi e vocianti si rinfrescano in questa calda giornata. La sterrata che costeggia il tratto originario del Naviglio Grande si perde nel nulla e così siamo costretti a superare, bici in spalla, un orrendo ponte scalinato. Dall’altra parte il Canale Industriale. Ancora qualche chilometro e siamo alla famosa diga del “Panperduto”, località Maddalena (frazione di Somma Lombardo). Davanti a noi un’opera idraulica impressionante: un bacino enorme raccoglie parte delle acque provenienti dal Ticino e le smista in un fragoroso caos sensoriale: da una parte, come detto, il Canale Industriale (che serve al funzionamento delle centrali idroelettriche di Vizzola, Tornavento e Turbigo); dall’altra il Canale Villoresi. Il perché della definizione “Panperduto” ce lo fornisce un pescatore cui Enrico chiede informazioni. Pare che in epoca medievale il Ticino, in questo tratto del suo alveo, avesse un carattere estremamente ribelle e torrentizio e che dunque gli abitanti del luogo sentissero forte la necessità di regolamentare le sue acque attraverso una diga. Ci provarono, ma dopo averci speso una montagna di quattrini, rinunciarono al progetto. Dal che “Panperduto”…! La diga che vediamo oggi invece - e che per l’esattezza si chiama diga del Consorzio del Canale Villoresi - , venne costruita alla fine dell’800 e venne realizzata per alimentare il Canale Industriale e il Villoresi.
 
E dunque ripartiamo per l’ultimo tratto della nostra pedalata: ora la strada segue il corso del Ticino. Abbandoniamo l’asfalto e per qualche chilometro continuiamo lungo il sentiero E1, il tracciato europeo che unisce Capo Nord (Norvegia) a Capo Passero (Sicilia). Ancora qualche chilometro di strada ed eccoci a Golasecca (Sesto Calende): arrivo. Il contachilometri segna 110 [continua…]